Dieci anni di Pd, i perché di una scelta vincente

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Il Partito democratico ha compiuto dieci anni e, manco a dirlo, c’è chi ne prevede la prematura ed imminente morte. E il triste presagio arriva più da sinistra che da destra: un classico. L’accusa principale è rivolta a Matteo Renzi, reo di aver annacquato, se non cancellato, l’identità di sinistra del partito: un’accusa difficilmente dimostrabile considerato che, se in una stanza ci mettessimo a discutere in quattro su quali siano le caratteristiche principali per definire un soggetto politico di sinistra, ne uscirebbero cinque o sei idee diverse.
Come capita in ogni famiglia, la festa è rattristata dagli strascichi di litigi recenti: alcuni leader hanno abbandonato la casa (i due ex segretari Bersani ed Epifani, che hanno seguito D’Alema) ed altri ne hanno preso le distanze, con o senza tenda (Prodi, Parisi e Letta). Divisioni in cui divergenze programmatiche (che non appaiono così insanabili) si uniscono ad incompatibilità personali, di modi e di visione tra l’attuale segretario e chi ne contesta l’azione.
Eppure, se valutassimo la validità (o meno) del progetto politico Pd inseguendo le polemiche di giornata, contribuiremmo a relegare la discussione nel ristretto circuito mediatico. Renzi è certamente un personaggio che divide, ad alcuni piace, ad altri meno, c’è chi lo detesta, ma è “solo” il segretario protempore del partito. Per dare un giudizio serio sul Partito democratico e la funzione che ha svolto nel Paese, a dieci anni dalla sua nascita, appare utile, invece, allontanarsi da queste scaramucce, riavvolgendo il nastro.
Comincerei dal ricordare che, quando – all’inizio del millennio – si iniziò a parlare della nascita del Pd, quasi tutti i commentatori scommettevano sul fallimento del tentativo: in pochi credevano realmente nella possibilità che Ds e Margherita potessero sciogliersi per dar vita ad un unico soggetto. Quando, invece, fu chiaro che il matrimonio si sarebbe fatto, gli stessi commentatori – pur di non ammettere l’errore – sostennero che stavamo assistendo ad una “fusione a freddo” tra due anime politiche inconciliabili, che non sarebbero mai riuscite a mescolarsi davvero. La “vocazione maggioritaria” invocata dal primo leader, Walter Veltroni, come elemento quasi costitutivo del nuovo partito, proprio nel giorno della sua fondazione, fu inoltre ampiamente derisa.
Sulla “fusione a freddo” un po’ di ragione l’avevano i commentatori, ma solo perché si limitavano ad osservare i gruppi dirigenti dei due vecchi partiti fondatori del Pd e non gli elettori, che invece attendevano quel partito unico già da molti anni (“Il Pd nacque con 10 anni di ritardo”, ha dichiarato proprio Veltroni pochi giorni fa, nel giorno del compleanno della sua creatura). A dimostrarlo sono i numeri: al suo debutto elettorale, nel 2008, il Partito democratico guidato da Veltroni – pur perdendo le elezioni, anche a causa della disastrosa implosione dell’Unione – alla Camera va oltre il 33% dei consensi, un risultato superiore alla somma di Ds e Margherita che, nelle tornate precedenti (quella del 2006 fu vincente, con Prodi), era intorno al 31%. Un risultato, a sinistra, secondo di poco solo a quello del Pci di Berlinguer che, nel 1976, raccolse il 34,3%. E che a votare il Pd, nel 2008, fosse un elettorato anche, e soprattutto, di sinistra lo dimostra il fatto che la sinistra radicale, non alleata con i democratici, non riuscì nemmeno ad entrare in Parlamento, collezionando il risultato peggiore di tutti i tempi.
Veltroni, però, fu costretto a dimettersi, perché logorato ai fianchi da una parte dei vecchi dirigenti di Ds (soprattutto) e Margherita che vedevano il Pd come un’operazione di marketing, fruttuosa dal punto di vista elettorale, ma erano poco o nulla convinti della necessità di fondare un partito post-ideologico, sebbene di sinistra. La prospettiva di questi oppositori del progetto originario del Pd (capitanati da D’Alema) era quella dell’approdo alla socialdemocrazia. D’altronde, D’Alema ci aveva già provato da leader dei Ds quando, in concorrenza con l’Ulivo, mise in campo il progetto, che ebbe scarso successo, della “Cosa 2”, nella speranza che l’ingresso nel partito dei cosiddetti cespugli della Quercia (i partitini che ruotavano attorno ai Democratici di sinistra) potesse determinare la nascita di un grande partito socialdemocratico.
Le dimissioni di Veltroni, dopo la breve parentesi del traghettatore Franceschini, portarono alla segreteria il dalemiano Pier Luigi Bersani, che perseguì l’idea di un grande partito socialdemocratico, affondando il progetto originario della vocazione maggioritaria. Una scelta bocciata dagli elettori che, alle politiche del 2013, regalarono al centrosinistra una “non vittoria”, ribaltando le previsioni di una marcia trionfale che si annunciava anche per la caduta rovinosa di Silvio Berlusconi, sia come premier (dopo l’impennata della crisi economica che fece schizzare lo spread alle stelle), sia come uomo, sommerso com’era da processi e scandali.
In quelle elezioni, il Partito democratico prese solo il 25,4% dei voti, ben 8 punti sotto il Pd di Veltroni. A parziale giustificazione di questo calo, l’aver sostenuto – per mettere in sicurezza i conti dell’Italia – l’impopolare governo Monti (in coalizione insieme all’odiato Berlusconi) e l’imprevista esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle.
Eppure, in quella sconfitta di Bersani c’è qualcosa in più: la maggioranza dell’elettorato del Partito democratico – anche tra chi continuava a votarlo – sembrò non gradire la svolta socialdemocratica, che appariva una prospettiva vecchia, e non solo in Italia. I vari partiti socialdemocratici tramontavano, infatti, in tutta Europa, con risultati deludenti o disastrosi per le principali forze politiche di governo della sinistra socialista.
La riprova di questa impressione è l’impetuosa ascesa di Renzi che, da signor nessuno, aveva già ottenuto un ottimo risultato alla primarie per la scelta del candidato premier del 2013 vinte da Bersani e che, dopo la “non vittoria” del Pd alle politiche, si prese il partito con un plebiscito. Sulle ali di quella affermazione personale del leader, il Pd superò poi il 40% alle europee (+15% rispetto al risultato ottenuto da Bersani un anno prima), segnalandosi come primo partito europeo in assoluto (quindi, non solo a sinistra) per numero di voti raccolti. Molto giocò la novità e la giovane età del candidato, la antipolitica voglia di “rottamazione”, ma anche il ritorno a quella originaria interpretazione del Pd nato come partito di sinistra ma post-ideologico, in cerca di nuove categorie per strutturare una nuova identità, capace di interpretare la contemporaneità più che venerare l’ortodossia.
Renzi è il primo vero segretario del Pd, perché è il primo a non essere appartenuto ad uno dei vecchi gruppi dirigenti nazionali di Ds e Margherita, e interpreta, anche se in modo molto personale e muscolare, la vocazione maggioritaria delle origini con meno remore dello stesso Veltroni. Ma lo fa litigando un po’ con tutti e perdendosi pezzi di partito. Eppure, la recente scissione che ha portato alla nascita di Mdp (il nuovo soggetto politico fondato da D’Alema e Bersani) sembra essere più una naturale conseguenza di una frattura sempre esistita tra due diverse visioni strategiche sulla natura del partito, che frutto dell’azione di governo e di guida del Pd da parte del nuovo segretario. Renzi è il detonatore, l’uomo che fa saltare il tappo di una inconciliabilità di visioni che esiste sottotraccia già da prima della nascita dello stesso Partito democratico. Inconciliabilità tra chi ritiene che l’Italia abbia bisogno di un partito socialdemocratico, fortemente identitario, e chi ritiene, invece, che la sinistra debba trovare nuove forme e nuovi modi per rappresentare i nuovi ceti deboli.
Da questo punto di vista, non c’è dubbio che la scelta originaria di lanciare il Partito democratico in mare aperto, verso il futuro, abbia salvato dall’estinzione la sinistra di governo in Italia mentre, negli altri paesi europei, l’ancoraggio a vecchie formule ha portato le socialdemocrazie ad affondare nell’incapacità di dare risposte ai nuovi bisogni. I socialdemocratici in Germania e i socialisti in Francia e Spagna sono ai minimi termini, mentre il Pd sembra, dai sondaggi, ancora il primo partito in Italia (praticamente alla pari con il M5S) e, alla sua sinistra, non si segnalano movimenti consistenti, in grado di scalfirne la leadership.
C’è chi sostiene che, d’altro canto, una sinistra identitaria, come quella di Corbyn in Gran Bretagna, ottiene ottimi risultati, omettendo di dire, però, che il suo Labour ha incredibilmente perso le elezioni politiche, nonostante il disastro commesso da Cameron sulla Brexit e nonostante i conservatori abbiano poi candidato alla premiership una scialba – ma vittoriosa – Theresa May.
Tante critiche, quindi, per il Partito democratico, alcune fondate. Eppure, a dieci anni dalla sua nascita, l’intuizione che ne animò i primi passi sembra aver avuto successo. Nonostante gli acciacchi, il Pd è ancora saldamente in piedi. E non per merito del segretario protempore, ma perché una parte dell’elettorato, tutto sommato, ne sente la necessità e riconosce come valida la sua funzione nel sistema democratico.
Un ammonimento per il futuro, però, è arrivato proprio da Veltroni, nel corso dei festeggiamenti del decennale. «Non abbiamo paura della parola sinistra, è un’idea del mondo e della giustizia, cambiata nel tempo come è dovere farlo. La sinistra ci ha messo troppo a capire che libertà e giustizia non sono separate», ha affermato, ricordando a tutti che partito post-ideologico non è sinonimo di partito senza idee e valori di fondo, e che la sinistra è ancora oggi per la giustizia sociale ma nella libertà. Una traccia da svolgere, con maggiore precisione, nei prossimi dieci anni.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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