In Campania, 600 vertenze. Non solo industria e servizi, anche i ricercatori in crisi

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In Campania sono tantissime le aziende in crisi, troppe le vertenze aperte, se ne contano oltre 600, e la situazione non accenna a migliorare. Anzi, c’è il rischio concreto che quelle che oggi annoveriamo come crisi e vertenze vadano, in futuro, ad innalzare ulteriormente il tasso di disoccupazione della regione, che è già elevatissimo. La Campania presenta, infatti, il terzo più alto dato percentuale di disoccupazione in Italia, il 20,4%, che sale al 49,9% se consideriamo la sola disoccupazione giovanile, contro un dato nazionale del 37,8% (fonte ISTAT). Da ciò si evince che, per quanto i dati generali nazionali siano lievemente migliorati (il tasso di disoccupazione, ad inizio 2017, si è contratto di un 0,2% rispetto al dato complessivo del 2016, attestandosi all’11,5%) e le prospettive per l’occupazione siano sostanzialmente positive, la Campania rimane nel vagone di coda del Paese.

Tra le principali vertenze, ve ne sono alcune particolarmente rilevanti non solo per il numero di lavoratori coinvolti quanto per l’alta specializzazione di molti di questi lavoratori e per la specificità di aziende che hanno proprio nell’innovazione tecnologica e nella ricerca i loro punti di forza.

Il caso Ericsson
La vertenza Ericsson Italia è lunga ed intricata e sembra non trovare soluzione. Con l’incontro tenutosi lo scorso giugno al ministero del Lavoro si è dato il via a ben 315 lettere di licenziamento – recapitate ai lavoratori in data 21 luglio – su tutto il territorio nazionale: i lavoratori colpiti nella sede di Napoli saranno 40 su un totale di 102, cioè il 40% circa (altri 8 saranno licenziati in altre sedi meridionali, a cominciare da quella di Bari). Ci troviamo di fronte ad una vicenda che vede mettere in campo, da parte del gruppo svedese, una politica industriale che mira solo ed esclusivamente al taglio del costo del lavoro, sulla base di una dichiarata, vaga e generica perdita di commesse. L’azienda – a detta dei sindacati – non avrebbe mai portato alcuna concreta alternativa alla scelta di tagliare posti di lavoro, e neppure un’idea di piano industriale per rilanciare le sedi italiane. Una strategia ancora più incomprensibile se si considera che quello in cui opera Ericsson è un ambito in cui lavoro e sviluppo non mancano in Italia, soprattutto tenendo presente le prospettive date dalla cablatura delle città e da Agenda Digitale. Questa situazione mette la Campania nel serio rischio di perdere, in futuro, un’azienda strategica, presente nella regione sin dal primi del ’900, e che opera in un settore fondamentale, come quello delle telecomunicazioni, gestendo numerosi appalti e commesse pubbliche in tutto il Paese. Sulla vicenda è stata approvata, l’11 luglio scorso, dal Consiglio regionale della Campania, anche una mozione promossa dal consigliere Gianluca Daniele, che impegnava la giunta regionale e gli assessori competenti “a istituire un tavolo di concertazione tra tutte le parti interessate per valutare ogni possibile iniziativa, al fine di tutelare i lavoratori del settore e a richiamare Ericsson Italia al senso di responsabilità, interrompendo la procedura di licenziamento in corso”. Procedura che, per il momento, però, va avanti, ed è l’ennesima di una lunga serie che ha visto Ericsson avviare già ben 14 procedure di mobilità in 10 anni, tutte riconducibili a condizioni di mercato e alla necessità di essere competitivi senza che l’azienda, a detta dei sindacati, abbia mai accettato di discutere la possibilità di adottare strumenti alternativi o di tipo solidaristico.

Ex Gepin, finalmente una buona notizia
Rimanendo sempre nell’ambito del mondo delle telecomunicazioni non si può non citare la vertenza Gepin che, a fatica, e dopo mesi di tribolazioni per tutti i lavoratori, anzi ex lavoratori, sembra, in questi giorni, essere giunta ad un esito positivo. Gepin Contact Spa è un’azienda che ha lavorato in outsourcing al servizio del Customer Care di Poste Italiane per 14 anni (dal 2002 al 2016). Tra le due aziende si è, da subito, instaurato un rapporto solidissimo, sancito anche dalla nascita di una terza società, denominata Uptime, le cui quote azionarie erano suddivise tra Gepin (70%) e il gruppo Poste Italiane (30%). Buona parte delle attività di customer care e contact center venivano affidate direttamente ad Uptime che, a cascata, le riversava su Gepin Contact. La filiale Gepin di Casavatore (NA) nacque per gestire la commessa SDA (corriere espresso di Poste Italiane) e altre attività relative al front/back office di Poste Italiane. I vertici di Uptime erano gli stessi di Gepin Contact. Nel 2014, cambia il CdA di Poste Italiane e, per le attività di customer care e contact center, che fino a quel momento erano state affidate ad Uptime e Gepin, viene bandita una gara al massimo ribasso. Ad alcune di queste gare non viene neanche concessa la possibilità a Gepin di partecipare, a causa di limitazioni imposte sul fatturato annuo aziendale. Stesso destino per Uptime, quest’ultima esclusa per questioni relative a conflitti di interessi (Uptime faceva parte del gruppo Poste Italiane). Per 450 lavoratori (circa 350 di Gepin e 100 di Uptime) inizia il calvario. Nel febbraio 2015, l’ad di Gepin Contact e Uptime, Enzo Zavaroni, viene arrestato a Roma per reati fiscali relativi ad un’altra azienda (la Getek, operante nel settore informatico): da qui inizia, per i dipendenti Gepin, un inesorabile percorso che porterà i circa 350 lavoratori (220 a Napoli e 132 a Roma) al licenziamento. Sin da subito Poste Italiane stipula un accordo di salvaguardia per i 100 lavoratori Uptime che assumerà, ignorando del tutto le sorti dei dipendenti Gepin, non presentandosi mai al tavolo delle trattative. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 2016, i lavoratori Gepin vengono licenziati. Il 5 Settembre viene stipulato un accordo separato, secondo il quale le aziende aggiudicatrici delle gare di Poste Italiane avrebbero dovuto farsi carico dei 352 lavoratori coinvolti ma, fino all’ultimo incontro al ministero per lo Sviluppo economico, avvenuto nel giugno scorso, Poste Italiane, nonostante sia una società a partecipazione statale quotata in borsa che aveva dichiarato nel piano triennale migliaia di nuove assunzioni, non si era mai fatta carico di quei lavoratori che per 14 anni avevano portato avanti importanti servizi per Poste. Nonostante l’accordo separato sottoscritto al Mise di fatto salvi i lavoratori, inoltre, non si può non sottolineare come incida in maniera drastica sul salario dei lavoratori e li priva di diritti precedentemente conquistati con anni di lotte (contratti di lavoro passati da 8 a 4 ore, perdita dei livelli inquadramentali e degli scatti di anzianità). Ciò nonostante, la buona notizia è che, di recente, è stata finalmente individuata una sede a Napoli nella quale a breve partiranno i lavori di ristrutturazione. Potrebbe essere la svolta, si spera definitiva, per i lavoratori Gepin.

Il mancato decollo dell’Atitech
La Campania è sempre stata, e potrebbe continuare ad essere, un importante punto di riferimento nel settore dell’aerospazio, per tecnologie e competenze, ma anche in questo settore si segnalano crisi, perdite di commesse e di posti di lavoro. È il caso, ad esempio, dell’Atitech Manufacturing, azienda nata nel giugno 2015 da un accordo tra Alenia Aermacchi SpA e Atitech e le Organizzazioni Sindacali metalmeccaniche, e che oggi vede a rischio il futuro di 178 lavoratori, malgrado il Piano Industriale 2016-2020 prevedesse l’espansione delle attività e dell’occupazione con l’innalzamento del numero dei dipendenti a 500 unità entro il 2020 e investimenti per 12 milioni di euro finalizzati a rendere i capannoni idonei ad ospitare grandi aerei da revisionare, oltre a più due milioni di euro destinati alla formazione e riqualificazione del personale. A 24 mesi dalla firma, però, il Piano Industriale sarebbe rimasto sulla carta, a partire dagli investimenti mai realizzati e dall’azzeramento del volume del carico di lavoro. L’azienda, che non si è mai assunta la responsabilità del fallimento del Piano Industriale, ha quindi aperto la procedura di Cassa integrazione straordinaria per i 178 lavoratori di Capodichino, contravvenendo ad un altro punto dell’accordo sindacale con cui ci si impegnava a non ricorrere alla CIGS per il personale oggetto della cessione per i cinque anni della durata del Piano Industriale. L’auspicio è che si trovi un accordo per il recupero del sito produttivo, di fondamentale importanza per lo sviluppo del settore aerospaziale in Campania, e che, in ogni caso, anche le istituzioni favoriscano un accordo tra le parti che salvaguardi i 178 lavoratori, richiamando, tra l’altro, “Leonardo” alle sue responsabilità, ovvero al richiamo dei lavoratori oggetto della cessione del ramo d’azienda.

Anche innovazione e ricerca arrancano
Non solo crisi industriali per la Campania, esistono anche realtà differenti, che pure costituiscono un valore aggiunto per la crescita del territorio in termini di ricerca e progresso: tra queste vi è sicuramente Sviluppo Campania, un’azienda fondamentale per la promozione e il rafforzamento della competitività e dello sviluppo del sistema economico regionale, che si caratterizza per l’alta professionalità dei suoi dipendenti. Purtroppo, però, l’azienda si trova in uno stato di precarietà economica e strategica che, in assenza di una adeguata programmazione, ne minaccia la sopravvivenza e la salvaguardia dei livelli occupazionali. Ad incidere, soprattutto la mancanza di commesse: solo il 20% di esse, infatti, può essere preso esternamente alla Regione Campania, da cui deve derivare il restante 80%: un vincolo che mette a rischio la sopravvivenza della società. Attualmente, si sta lavorando su vecchie commesse che a breve, però, non saranno più sufficienti a garantire la sostenibilità dei 166 dipendenti. Va quindi trovato, al più presto, il modo di rafforzare la società sul mercato, attraverso un piano di riordino e razionalizzazione, in modo che Sviluppo Campania possa ritornare ad essere, grazie al pieno utilizzo delle sue professionalità, un punto di riferimento della Regione come centro dell’innovazione e della ricerca, senza diventare solo un peso per le finanze regionali.

Ceinge, l’eccellenza con i conti in rosso
Di diretta gestione di Sviluppo Campania è il Ceinge, eccellenza della biotecnologia e della ricerca campana nel mondo da 13 anni, che rischia di chiudere a causa della mancanza di fondi e della relativa sospensione della convenzione, ferma da luglio 2016. Tale situazione non ha permesso, tra le altre cose, di chiudere il bilancio del 2016. Il Ceinge svolge delle indagini genetiche sviluppate e condotte in maniera esclusiva nei propri laboratori, e la chiusura determinerebbe un danno inestimabile e su più livelli per la Campania. All’interno della struttura, che vanta centinaia di consulenti esterni, operano, tra l’altro, 11 dipendenti stabili che non ricevono lo stipendio da gennaio 2017, data a partire dalla quale non è stato rinnovato più il contratto ai 100 co.co.co. che operavano stabilmente nel centro di ricerca, e che pure vantano arretrati per tre mensilità. Il Ceinge è attualmente il solo istituto nazionale pubblico a fornire uno specifico tipo di formazione che fa dei propri ricercatori professionisti unici nel loro settore: il 50% di essi, conclusa la formazione, viene impiegato all’estero, il 30% resta al Ceinge e il restante 20% opera nel resto d’Italia, di questi solo una minima parte nel Mezzogiorno a causa della mancanza di strutture adeguate e dell’atavica carenza nel Sud di lavoro altamente qualificato come quello che offrono questi studiosi. Trovare fondi appare, quindi, indispensabile per non perdere un fiore all’occhiello della ricerca campana.

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Autore

Ermenegilda Langella

Sono nata a Torre del Greco dove vivo con mia figlia e il mio compagno. Lavoro in Wind dal 1999. Con molta calma nel 2007 ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sperimentale in psicolinguistica. Dal 2009 al 2015, dopo una breve esperienza come Rsu Slc Cgil in azienda, ho lavorato attivamente in Cgil come segretario provinciale e regionale Slc. Dal 2014 sono giornalista pubblicista.

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