E adesso la palla passa a me

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Lo sguardo libero di Mattone dà voce ai detenuti, nel libro che raccoglie i suoi interventi su Il Mattino

In «E adesso la palla passa a me» (Guida editori, con la prefazione del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e la presentazione del direttore de Il Mattino, Alessandro Barbano), Antonio Mattone, da anni volontario in prima linea con la Comunità di Sant’Egidio, analizza il mondo del carcere e le possibilità di riscatto, sulla scorta dell’esperienza maturata in oltre dieci anni di incontri con i detenuti di vari penitenziari italiani. Un racconto che si sofferma in particolare sulle storie, tematiche e vicende legate al carcere di Poggioreale, che ad oggi è tra i più grandi in Europa per il numero di detenuti presenti.

1914, nasce Poggioreale
Il carcere di Poggioreale, da alcuni anni intitolato all’ex vicedirettore Giuseppe Salvia, assassinato dalla camorra (il mandante fu Raffaele Cutolo), fu costruito nel 1914. Il progetto del carcere Giudiziario ebbe inizio nel 1905 per far fronte al sovraffollamento delle carceri in funzione all’epoca: Vicaria (Castel Capuano), Carcere del Carmine, il Forte di Vigliena. Nel tempo, i reparti presero il nome di città italiane: Napoli, Milano, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Avellino, Firenze, Salerno, Roma. Il libro è un viaggio in un mondo complesso, dove si respira la vita e la morte, un universo sinistro fatto di regole scritte, in cui il tempo dei suoi abitati scorre lentamente. Mattone, nella sua opera di volontario per la Comunità di Sant’Egidio, raccoglie le storie dei detenuti, diventando in qualche modo il loro confidente. In questo viaggio non è mai un osservatore passivo, perché tutto ciò che vive in quelle mura pone tanti interrogativi – “come è possibile – scrive – che quelle persone avessero potuto compiere atti così spietati? Cosa era successo che li aveva fatti poi cambiare”.

Cutolo sfida lo Stato
È da qui che parte la narrazione degli ultimi 30 anni, dal racconto della Nuova Camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che era nata e si era sviluppata proprio all’interno della casa circondariale di Poggioreale agli inizi degli anni ’80. Cutolo, nato ad Ottaviano, piccolo centro alle porte di Napoli, creò l’organizzazione durante la sua detenzione nel padiglione Milano insieme ai compagni di cella, tra cui Raffaele Catapano, Pasquale D’Amico e Michele Iafulli. Sicuramente questi furono gli anni più difficili, perché all’interno della struttura carceraria si consumò una delle faide più terribili che Napoli ricordi. Il carcere era ingovernabile, gestito dai criminali che all’interno dei reparti decidevano chi doveva lavorare e in quali celle si dovevano sistemare i nuovi arrivati. La lotta tra Stato e Camorra fu violenta e durò 2 anni, prima che la “restaurazione” potesse mettere fine alle violenze.

Condizioni invivibili, la condanna Ue
Il racconto si evolve passando in rassegna le condizioni invivibili dei detenuti, costretti in celle di pochi metri quadri, fino alla miseria degli stranieri, senza sapone per lavarsi, senza indumenti, senza “le sigarette per passare il tempo interminabile” in quelle quattro mura di appena tre metri quadri. Soli e abbandonati, così poveri culturalmente da non capire i propri diritti perché spesso analfabeti e sottomessi psicologicamente ai detenuti più esperti; a queste condizioni il carcere diventa contenitore di povertà e radicalizzazione. L’8 gennaio 2013 la Commissione Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia e il suo sistema penitenziario, ma l’azione della politica, spesso troppo preoccupata a rincorrere il consenso, non è stata in grado di dare risposte concrete al problema. L’espediente dell’indulto prima e del provvedimento “svuota carceri” si sono dimostrati palliativi non efficaci. E poi la scarsa formazione che il nostro paese prevede per chi lavora all’interno delle strutture, dagli psicologi alle guardie carcerarie. Il disagio che si vive nelle prigioni italiane non risparmia gli operatori penitenziari, tanto che anche tra gli agenti si registrano numerosi suicidi. Turni massacranti per la carenza di personale e condizioni lavorative che rendono questo lavoro difficile.

La sanità negata
Tra i problemi principali che Mattone elenca, c’è la cura delle malattie nelle prigioni italiane. L’applicazione del Dpcm del 1 aprile 2008, che prevedeva il trasferimento delle competenze dell’assistenza sanitaria in carcere dal ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale, e quindi alle Asl, è andato a rilento. A distanza di 9 anni ci sono ancora ritardi e inadempienze. Eppure, un principio fondamentale della Costituzione italiana sancisce che ogni cittadino debba avere gli stessi diritti nel campo della prevenzione, diagnosi e cura. I problemi principali hanno riguardato la scarsa adozione di modelli organizzativi, la disomogeneità di prestazioni tra i diversi territori, la mancata stabilizzazione del personale medico e infermieristico con continui turnover, le lunghe liste di attesa per i ricoveri. Questa riforma conteneva un altro importante provvedimento, la chiusura degli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari). Ma le strutture sostitutive non sempre sono all’altezza, se pensiamo che il tasso di suicidio è 21 volte più alto nelle carceri.

La speranza del riscatto
In questo racconto spesso amaro, però, dei barlumi di speranza esistono, come quello dei ragazzi di Nisida che nel carcere preparano la cena per i senzatetto. O dei ragazzi che si entusiasmano cantando al concerto di Gianni Morandi, tra i primi cantanti famosi a varcare le soglie di un centro di detenzione italiano. Il libro si conclude con alcune narrazioni che coinvolgono i volontari, talvolta l’unico volto amico che incontrano i detenuti stranieri o quelli che non hanno legami familiari (spesso i padri di famiglia, una volta entrati in carcere, vengono abbandonati dalle mogli e dalle rispettive famiglie per il peso della vergogna). L’obiettivo è guardare al carcere e alle tematiche ad esso legate con occhio diverso, il nostro Paese deve recuperare un ritardo ancora grande di conoscenza, prima ancora di sensibilità, puntando al recupero sociale dei detenuti. Paghiamo le cattive abitudini di un’informazione troppo timida nel dare visibilità al carcere come un tema che riguarda il benessere civile dell’intera comunità di nazionale. Il libro di Mattone costituisce un contributo importante al dibattito sulle condizioni degli istituti di detenzione italiani, un tema così caldo da aver interessato in passato anche il Presidente emerito Giorgio Napolitano e Papa Francesco. Mattone scrive nel suo libro “Da qualche parte bisogna pur cominciare” per ripartire con una stagione che guarda a diritti civili e umani in questo Paese, perché c’è bisogno di un carcere diverso, perché non è la galera dura e disumana a suscitare il desiderio di cambiar via. Il carcere è lo specchio della società e le sue condizioni ne misurano il livello di civiltà.//

E adesso la palla passa a me. Malavita, solitudine e riscatto nel carcere

di Antonio Mattone

Guida editori • Prezzo: 15,00 euro

 

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Autore

Roberta Capone

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