Carceri, passi avanti, ma ancora tanto da fare

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Rafforzare la rete che opera su prevenzione e reinserimento

Sono circa 7.000 i detenuti ospiti delle carceri in Campania, in forte sovrannumero rispetto alle potenzialità delle strutture presenti. Una situazione che fa dubitare della capacità del sistema carcerario italiano, e campano in particolare, di assolvere alla funzione di “rieducazione” di chi è stato condannato per un reato. Anche se non mancano storie che dimostrano come, seppur in situazioni di estremo disagio, l’umanità può venir fuori e prendere il sopravvento. Di questo si è parlato il 13 luglio scorso, in occasione della presentazione del libro di Antonio Mattone “E adesso la palla passa a me – Malavita, solitudine e riscatto nel carcere” organizzato dalla Associazione Merqurio.
Il libro è una raccolta di articoli sulla storia del mondo delle carceri, frutto di un percorso lungo 10 anni, che si apre con la prefazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando e la presentazione del direttore de Il Mattino, Alessandro Barbano. Mattone racconta la vita dei detenuti, attraverso le loro testimonianze, affrontando la fase temporale che ha preceduto l’arrivo in carcere, analizzando i motivi per i quali il destino di queste persone ha avuto un risvolto tanto difficile. Situazioni vissute come conseguenza di contesti familiari difficili o della mancanza di una istruzione minima. Mentre la detenzione viene descritta con momenti fatti di dolore, di sensi di colpa, di rabbia, di ingiustizie subite in qualche caso, di paura, di disperazione ma, per altri, anche di tanta speranza nella attesa che una mano amica possa riportarli alla “luce”.
Dal dibattito organizzato da Merqurio, al quale hanno preso parte, oltre all’autore, il consigliere regionale del Pd Gianluca Daniele, l’assessore alla Formazione e alle Pari Opportunità delle Regione Campania, Chiara Marciani, il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Giuseppe Martone, il presidente dell’Associazione “La Mansarda”, Samuele Ciambriello, il presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, Adriana Pangia, e il Console dell’Ucraina Victor Hamotsky, è emerso che, rispetto a dieci anni fa, diversi avvenimenti hanno contribuito ad una riorganizzazione, in meglio, della vita nelle carceri. Sono ancora tanti, però, i passi da fare perché si possa dire che un clima di ordine e normalità sia stato ristabilito, così che la vita dei detenuti possa essere non una punizione o il mezzo per tenere “in gabbia” coloro che definiamo criminali, credendo di poterci sentire così più sicuri, ma un reale percorso di ricostruzione, di crescita, di riqualificazione, per un reinserimento adeguato nella società, una volta scontato il periodo di pena.
Tanti i problemi irrisolti: fenomeni di sovraffollamento, di violenza tra carcerati e verso gli operatori, di scarsa o limitata assistenza sanitaria, con la necessità di continui trasferimenti di detenuti verso strutture sanitarie esterne, spesso anche per problematiche banali, che non richiederebbero ricoveri, con un dispendio di risorse enorme. Si pensi che sono decine gli agenti che vanno impiegati per un’operazione di questo tipo, attività che, oramai, sono all’ordine del giorno.
In questo panorama, non vanno sminuite le criticità che vivono gli agenti di polizia penitenziaria, in numero inferiore al necessario, con difficoltà organizzative che minano la sicurezza e la tutela degli stessi, con ruoli e posizioni non sempre definiti ed adeguati.
D’altro canto, non mancano le proposte formative finalizzate alla riqualificazione e al reinserimento dei detenuti, attraverso progetti dedicati, spesso frutto del lavoro delle tante organizzazioni di volontari presenti sul territorio che, anche nell’ombra, prestano i loro servizi a favore di chi vive in strutture penitenziarie, per fornire speranza e opportunità.
La cronaca quotidiana, però, conferma che non può essere il carcere la soluzione per garantire sicurezza ai cittadini ma, soprattutto, la prevenzione, in particolare verso i minorenni che in molte realtà degradate sembrano quasi come esposti in vetrina, a disposizione della criminalità organizzata che, sfruttando condizioni economiche sfavorevoli, un livello culturale basso e altre situazioni di disagio familiare rappresenta, purtroppo, un richiamo, con l’offerta di guadagni facili e di uno status (possibilità di acquistare capi firmati, l’ultimo smartphone, l’auto sportiva), che poi sarà pagato con il carcere, nella migliore delle ipotesi, o con la vita.
Un serio programma di prevenzione, però, ha bisogno di risorse per rafforzare quella rete di insegnanti, parrocchie e associazioni che operano sul territorio per il recupero dei minori a rischio devianza. Un modo per evitare che si creino futuri detenuti. Così come, se si vuole davvero lavorare per la sicurezza dei cittadini, va rafforzata la rete di chi opera per reinserire nella società chi ha commesso un reato e spera, una volta uscito dal carcere, di trovare un’opportunità di riscatto.//

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Autore

Daniela Gallotta

Dipendente Wind dal 1999, si occupa da sempre di vendita e formazione. Dal 2015, collabora con l’Associazione Merqurio e la sua rivista.

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