Ammassati fino a sedici per stanza

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Storie e voci dal carcere più affollato d’Europa

Ho cominciato a frequentare il carcere di Poggioreale nel luglio del 2006. Con la Comunità di Sant’Egidio decidemmo di iniziare un nuovo servizio con i carcerati a Napoli, una delle opere di misericordia praticata dalla comunità fondata da Andrea Riccardi. Un’avventura inedita all’interno di quelle mura che erano considerate l’enclave del male, dove regnava un clima di violenza praticato da carcerati e carcerieri. Questo volume (“E adesso la palla passa a me” – Guida editori), raccoglie, attraverso gli articoli pubblicati su «Il Mattino», storie, tematiche e vicende legate al carcere dell’Europa Occidentale che contiene più detenuti. Ma anche riflessioni sul complesso mondo penitenziario che ho potuto esplorare e decifrare frequentando in questi dieci anni altri istituti di pena della Campania e di alcune città italiane.

Erano gli anni segnati dai dibattiti e delle polemiche legati alla concessione dell’indulto, alla opportunità di serrare le sbarre della galera per salvaguardare la sicurezza collettiva. Una discussione che è continuata fino ai giorni nostri, con una larga parte dell’opinione pubblica spaventata e convinta che tenere segregati tra quattro mura ladri e criminali servisse a rendere più sicure le nostre città e le nostre esistenze. E con la classe politica sempre pronta a speculare sulle paure e sul senso di insicurezza di tanti cittadini, cercando così di attirare consenso politico per incrementare il proprio bacino elettorale. Che senso aveva allora occuparsi di gente di malaffare e della loro condizione quando il pensiero dominante consigliava di starne alla larga? E poi, poteva definirsi bisognoso chi aveva avuto comportamenti violenti o fraudolenti causando traumi e danni ad altre persone? Accompagnato da questi interrogativi, ho cominciato il mio viaggio all’interno di un mondo per certi versi ripugnante e disperato. Devo ammettere che all’inizio l’idea di varcare quel portone mi incuteva un certo timore. La fama sinistra di cui godeva mi lasciava perplesso ed esitante. Tuttavia, man mano che mi inoltravo nei meandri del carcere cominciai a scoprire un universo che non avrei mai immaginato, fatto di regole scritte e convenzionali. Sembrava una città affollata da una vasta umanità dolente, all’apparenza poco interessante, talvolta ripetitiva, opportunista e infantile, come le norme che regolavano la vita all’interno di quelle mura. Insomma il carcere cominciò a presentarsi come un luogo di una grande e inaspettata complessità, un mondo a parte.

In questi anni ho conosciuto centinaia di detenuti, con molti mi sono fermato a parlare più volte. Ho ascoltato le loro storie e i piccoli e grandi drammi. Di qualcuno ho conosciuto anche la famiglia. Alcuni li ho ritrovati in carcere a distanza di mesi o di anni, altri li ho incontrati fuori e hanno cambiato vita, molti non li ho visti più. Tra questi ho motivo di ritenere che ci siano anche degli innocenti, anche se hanno subito una condanna. È una mia convinzione personale che si fonda sull’esperienza accumulata in questi anni. C’è anche chi è stato scagionato al processo dopo mesi, ma anche dopo anni di carcerazione preventiva o domiciliare. E’ l’aspetto forse più struggente quello degli innocenti. Tuttavia non mi sono mai posto come giudice, soprattutto davanti a loro. Io ero solo il volontario. Solo, e per fortuna. Il mio compito era unicamente quello di sostenere ed aiutare. Giudicare spettava ad altri. In questi anni ho scoperto una grande umanità, ma soprattutto esistenze smarrite e segnate dal male. Il male è un grande mistero. L’ho compreso con più chiarezza quando ho conosciuto alcuni ergastolani calabresi e siciliani che avevano commesso reati molto gravi ma che dopo alcuni decenni di galera erano stati declassificati dal regime del 41 bis. Dopo averci parlato più volte, dopo aver intavolato dibattiti e discussioni e dopo aver scorto dei tratti significativi di solidarietà e sensibilità viene da chiedersi: come è possibile che quelle persone avevano potuto compiere atti così spietati? Oppure è successo qualcosa che li ha cambiati al di dentro?

La miseria degli stranieri
Tante domande, tante storie e soprattutto l’interrogativo di fondo se questo carcere servisse a rieducare, a trasformare le persone e le coscienze, mi hanno spinto a raccontare questo mondo nascosto, indecifrabile e poco attraente. Ho iniziato a scrivere gli articoli durante gli anni del sovraffollamento, quando la condizione all’interno delle celle era invivibile, soprattutto d’estate. Ammassati fino a sedici per stanza, con i cancelli blindati che coprono le feritoie delle porte delle celle chiusi, la doccia solo due giorni a settimana e il caldo umido e appiccicoso che annienta la mente, tanti detenuti vivevano al limite della sopportazione. Mi sorprendeva la miseria degli stranieri, senza sapone per lavarsi, indumenti per coprirsi, sigarette per ingannare il tempo e soldi per pagare gli avvocati. Poveri culturalmente, senza comprendere la lingua italiana, non riuscivano a capire i diritti e i doveri del regolamento carcerario. Sottomessi psicologicamente ai detenuti più “esperti”, talvolta trascorrevano l’intera pena senza aver fatto mai un colloquio con un familiare.//

 

La lettera

Ciao Antonio, ti sembrerà strano ricevere questo mio scritto dopo la visita che mi hai fatto ieri. Il motivo per cui ti ho scritto è solo per dirti che nonostante quello che ho combinato non mi reputo un ragazzo “bruciato” come forse pensi tu. Io sono ancora giovane, ho 22 anni e quindi ho una vita davanti a me per rimediare e riprendere la mia vita in mano. Mi sento ancora male per aver tradito la tua fiducia, tu sei stata una delle poche persone per non dire l’unica ad avermi steso una mano. Sicuramente penserai che oltre ad aver tradito la tua fiducia ho tradito me stesso, ed hai mille ragioni. Le tue parole nei miei confronti sono state molto dure, ma le condivido pienamente. Io nella mia vita non ho mai permesso a nessuno di giudicarmi o di rimproverarmi, ma tu hai la possibilità e la ragione di farlo perché hai fatto l’impossibile per me, e tutto ciò che hai detto oppure hai pensato è solo ed esclusivamente per il mio bene, e quindi le merito pienamente. Quelle tue parole non le dimenticherò mai, mi saranno utili e le porterò sempre nel mio grande bagaglio di rimproveri. Queste cose non te le ho dette di persona perché non ne ho avuto il coraggio, ma anche perché non sono mai stato bravo ad esprimere i miei sentimenti ad un’altra persona. Ti chiedo scusa per tutto ciò, anche se queste scuse per te servono a poco, ma è giusto fartele. Avviandomi alla conclusione ti voglio augurare ogni bene che meriti, persone come te non ce ne sono. Aiutare il prossimo è un dono. Non ti dimenticherò mai.
Con immensa stima e tanto affetto, Alessandro.

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Autore

Antonio Mattone

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