Brexit e Grexit: la resa dei leader al ricatto della democrazia diretta

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La Brexit è ormai realtà. Le motivazioni del leave hanno conquistato pressappoco un milione di elettori in più rispetto ai 15,7 milioni pro remain. L’alba dello scorso 24 giugno verrà ricordata per sempre come il secondo venerdì nero della storia. Il giorno in cui il glorioso ed ambizioso progetto spinelliano ha intrapreso definitivamente un altro corso. Con l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, nulla sarà più come prima, né per l’Europa, né per il mondo.
La vicenda Brexit è iniziata nel 2013, a ridosso della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento. In quella campaign David Cameron, per convincere il suo elettorato a liberarlo dalla faticosa coabitazione con i lib dem, e quindi ad affidargli con le urne un mandato pieno, promise il referendum consultivo sulla uscita del Regno Unito dalla Ue, convinto di poterne orientare l’esito. Nel 2015 il plenipotenziario premier mantenne l’impegno, ma l’esito, purtroppo, è stato completamente diverso.
Dunque appare evidente che le motivazioni che stanno alla base di questa specifica consultazione elettorale vadano ricercate in quel fenomeno di contrasto di idee ed interessi, tout court, definibile con l’espressione “battaglia politica”, tutto interno al partito conservatore. In altri termini: per regolare i conti interni ad una formazione politica si è scelto di invocare il giudizio popolare su un tema di rilevanza globale. Questo, in sintesi, è il gioco che hanno accettato di fare Cameron e Johnson. La posta in palio e le regole di ingaggio, però, erano paragonabili alle peggiori leggi della giungla. Infatti la prima testa che è caduta è stata proprio quella del premier. E il danno prodotto alla collettività britannica, in primis, ed al mondo intero è incalcolabile sotto vari aspetti.
La lezione politica che proviene dal Regno Unito, questa volta, non è delle migliori. Un sistema politico storicamente così stabile ed affidabile è stato profondamente trasformato. Snaturato completamente.
La politica, quella nobile e colta, vive di regole scolpite sulla pietra. Precetti puntualmente disattesi negli ultimi anni. La classe dirigente britannica che ha sostenuto questo referendum ha indirettamente ridotto la politica a schemi più macchiavelliani, che campanelliani. Orientamento quest’ultimo che si sta fortemente affermando in Europa. Una conferma di ciò, ad esempio, è rappresentato dal caso greco di un anno fa. Tsipras, nella vicenda della Grexit, commise anch’egli un errore nel proporre quel referendum.
Non si deve e non si può usare uno strumento di democrazia diretta su temi di questa portata, per il semplice fatto di voler sostenere le ragioni di una parte politica. Questo è uno dei punti fondamentali su cui fondare una analisi delle conseguenze politiche della Brexit, Grexit o della prossima crisi. La politica non deve essere più vista come banale scontro, lotta, battaglia. Fino a quando la “ragione politica”, intendendosi con essa la visione colta, laica ed universale delle società contemporanee, sarà subalterna a logiche riduzioniste e parzialistiche, basate su calcoli del consenso elettorale nel breve periodo e giustificabili con l’idea machiavellica del potere sarà sempre più difficile sradicare rendite di posizione stratificate.
Da questo corollario si può dedurre una delle cause comuni dell’astensionismo e del voto cosiddetto di protesta. Della politica intesa come scontro si percepiscono solo ed esclusivamente gli effetti negativi. Paradossalmente per un elettore medio pro leave è più evidente il luccichio delle pareti di vetro della Commissione europea, che gli atti prodotti in quell’istituzione che gli “alleggeriscono” la vita: dalla libera circolazione delle persone con un semplice documento di identità, allo scambio di merci agevolato. Due esempi, quest’ultimi, apparentemente banali e di semplice comprensione, che dovrebbero far cambiare l’altrettanto banale percezione della Ue come covo di burocrati autoreferenziali da abbattere con un voto “contro” o con il disinteresse, quindi l’astensione elettorale. Ovviamente le cause dell’astensionismo e della protesta elettorale sono molteplici. Ma, indubbiamente, tra le ragioni del leave, si celano anche queste.
La vicenda Brexit rappresenta il maggior disastro che abbia mai colpito l’Unione europea. Ora la Ue deve fare presto se non vuole scomparire definitivamente. La credibilità è già seriamente compromessa. Juncker ha fatto poco per influenzare l’esito del voto referendario. Dalla presidenza Delors (1985 al 1995) quella posizione non era mai stata ricoperta da un leader senza visione, né peso politico. Il Consiglio europeo che riunisce i capi di Stato e governo assume un ruolo sempre più germanocentrico. E la Merkel, capo indiscusso della locomotiva d’Europa, in un tempo di crisi così forte, non svolge il ruolo di leader che le spetta, ma quello più mediocre di capo che coltiva gli interessi del suo orticello.
Da questa crisi, che non ha precedenti dai tempi della seconda guerra mondiale, si esce con più coesione tra gli stati membri. Ora o mai più è necessario cambiare l’assetto politico della Ue. Come? In materia di budget è indispensabile un super commissario che gestisca in maniera unitaria i bilanci degli Stati membri. Il grande male di questo secolo è la disuguaglianza. E il voto inglese lo dimostra chiaramente: le periferie, luoghi di sofferenza sociale, sono compatte sul leave. Oggi i ministri dell’economia europei devono rispettare vincoli, chiesti e ottenuti dalla Germania, che impediscono ogni forma di leva fiscale, per fronteggiare il timore dei trasferimenti di ricchezze, quindi il pagamento di debiti altrui. In questi termini come si fa a debellare questo bubbone? Il fiscal compact non è una risposta credibile. In materia istituzionale risulta fondamentale depotenziare il ruolo del Consiglio europeo. L’Ue deve avere un esecutivo autonomo ed eletto dai cittadini. Immaginare la Commissione come una grande tenda che fa ombra a leader locali desiderosi di luce, è una immagine completamente sbagliata. Dal punto di vista della sicurezza assume particolare rilevanza la costituzione di un esercito unico ed unitario.
Per questi motivi il vertice ristretto del day after a Berlino tra Merkel e Hollande, allargato a Renzi, in sostituzione di Cameron, va in direzione ostinata e contraria. Il rilancio del progetto europeo non passa dalla Mitteleuropa. È fondamentale mantenere tutti dentro. E solo le istituzioni comunitarie devono essere legittimate ad ingranare la marcia della integrazione. Solo così si può scongiurare il famigerato effetto domino.
L’Europa dei Governi statali ha minimizzato la grexizzazione prima e la brexizzazione poi dell’opinione pubblica. Il malcontento è stato dopato dai vari populisti sparsi nei quattro angoli del mondo. Nel Vecchio Continente Farage dell’Ukip è stato più fortunato dei suoi simili europei a causa di uno strano incrocio tra globalizzazione sballata e sviluppo, tecnologico in primis, mal gestito (problema analogo che si affaccia negli Usa con il rischio serio di ritrovarsi Trump alla Casa Bianca). Il processo di disintegrazione disordinata è dietro l’angolo.
La Brexit, volendo fare un paragone con una figura della mitologia greca, la si può rapportare a Pandora, creatura fatta concepire da Zeus per intenti punitivi. Quando la pulcherrima fanciulla apre il suo vaso, fuoriescono e si diffondono nel mondo i peggiori mali. Solo la speranza riesce a mantenere all’interno, richiudendo velocemente l’involucro. L’Europa di oggi appare un luogo inospitale e desolato, come il mondo raccontato nel mito. Ora tocca a tutti noi trasformarla in un posto di pace e progresso. Basta riaprire quel vaso. Perché la speranza è l’ultima a morire.

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Autore

Vincenzo Pugliese

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