Tre idee per il programma di una sinistra davvero riformista

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Contro il pan-penalismo imperante servono ricette nuove per rendere più equo ed efficiente l’ordinamento giuridico

Al seminario della Sinistra Riformista, la componente del Pd che ha come leader l’ex capogruppo della Camera Roberto Speranza, ho partecipato ai lavori del tavolo tematico dedicato alla “legalità”, coordinato dalla Senatrice Lucrezia Ricchiuti. In quella occasione ho espresso alcune idee sull’impostazione data al seminario nel quale erano state poste al centro tre questioni: corruzione, beni confiscati alle mafie e prescrizione penale. Riporto qui alcune proposte che ho avanzato, sperando possano stimolare il dibattito all’interno del partito.

È ora di andare oltre il pan-penalismo imperante
Mi è bastata questa introduzione per veicolare un concetto che vado sostenendo da anni e che fatica a entrare nel lessico politico e – probabilmente – anche nell’immaginario collettivo: la legalità non può e non deve essere una condizione dettata prioritariamente dal diritto penale e dalla sua dimensione giudiziaria del processo penale. Un tempo coniai l’espressione “pan-penalismo imperante” per segnalare la disattenzione verso altri settori dell’ordinamento giuridico che dovrebbero concorrere ben prima dell’espressione criminale a fondare il corretto andamento dell’ordinamento giuridico.
Se fossero forti le istituzioni di diritto civile, amministrativo, bancario, societario e oggi più che mai di di diritto internazionale (pubblico e privato), l’incidenza del diritto penale si restringerebbe e il tasso di delinquenza sarebbe inferiore. Invece sono anni che assistiamo a una ipertrofia del diritto penale, che appare la soluzione più comoda e altisonante da dare in pasto all’opinione pubblica per tacitare i suoi istinti – si badi, dico “istinti” nel senso primordiale – di giustizia davanti a fenomeni eclatanti di allarme sociale. Non c’è nessuna scorciatoia più facile del gridare: “Occorono sanzioni più aspre, pene esemplari”. Un esempio di pessima qualità legislativa è provenuto di recente da questo Parlamento che ha licenziato il reato di omicidio stradale, senz’altro ispirandosi più alla pressione delle associazioni delle vittime degli incidenti automobilistici piuttosto che ai principi del garantismo.
Ciò di cui la legalità ha bisogno è l’ossigeno per le regole in generale e, soprattutto, per le regole che governano la convivenza civile nella sua quotidianità e straordinarietà degli affari e dei rapporti che i cittadini devono svolgere fra loro e con lo Stato.

Troppe leggi, Stato corrotto
«Corruptissima re publica plurimaeleges» scriveva lo storico latino Tacito (Annales, Libro III, 27), per insegnare che «moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto». Più vi sono intrighi complicati di normative, più vi sono previsioni di molteplici reati, più significa che lo Stato non riesce a perseguirli e si sconfina nella carenza di effettività tipica delle “grida” di manzoniana memoria.
Il diritto penale deve essere per definizione l’extrema ratio: quando non ci sono più possibilità di contrastare una determinata condotta (o insieme di condotte) con mezzi al di qua della sfera penale, allora bisogna impugnare quest’ultima arma del diritto e far funzionare il codice penale. Per questo continuo a credere che diffondere la “cultura della legalità” parta da molto prima e abbia a che fare con il senso civico e i tre principi fondativi di una società giuridicamente organizzata: honeste vivere (vivere onestamente), naeminem laedere (non ledere altri), unicuique suum (a ciascuno il suo). Lotta alla corruzione, contrasto alle mafie e condanna dei reati sono tutti obiettivi di legalità condivisibili al 100%, ma se non si afferma a livello più complessivo il primato del diritto, non serve concentrarsi su questi temi, magari elaborando i tecnicismi più sofisticati e scientificamente approfonditi, se non si estirpano a monte le cause del delinquere.
Se prendiamo ad esempio quello che è successo pochi mesi fa nel corso delle primarie per il sindaco di Napoli, con i video di Fanpage che documentavano il malcostume del mercato dei voti, ci rendiamo conto che il problema suscitato da quei filmati non è stato di carattere squisitamente penale: è inutile invocare fattispecie di reati per uno o dieci euro che potrebbero non avere alcuna capacità correttiva per la parvitá della loro entità. Ma non v’è dubbio che il caso configuri una palese illegalità, intesa come distacco da una buona regola e cioè rimandi a tutto il marcio che risiede dietro il cosiddetto voto di scambio: un tessuto malato di aspettative e promesse, di bisogni e approfittamenti, di ignoranza e strumentalizzazione dove, nella migliore delle ipotesi, un diritto viene degradato a un favore e dove, spingendosi oltre, la libertà viene privata di coscienza e domina l’intimidazione.
Le regole non sono una gabbia, ma un’opportunità. Questa è la cultura da instillare. Ecco perché a Perugia sono andato controcorrente e ho fatto tre proposte totalmente eccentriche rispetto al clima generale, a dire il vero un po’ troppo sensibile alla fascinazione del diritto penale, che d’altra parte è il ramo dell’ordinamento più esposto al contatto con l’audience mediatica che naturalmente riscuote: peraltro, la gente comune ha spesso più occhi e orecchie per interessarsi di Foffo e Varani (come in passato di Erika e Omar) che per comprendere quali interessi economici reali si nascondano dietro la nuova legge sul leasing abitativo.

Se si eliminasse la giustizia amministrativa l’unitarietà della giurisdizione rappresenterebbe sul piano ideale un avanzamento del principio di eguaglianza

Bisogna depenalizzare il reato di clandestinità
La prima idea che ho lanciato è stata depenalizzare il reato di clandestinità. È un tasto sul quale ha battuto molto uno che di contrasto al crimine se ne intende ed è al di sopra di ogni sospetto: il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti che ne chiede da tempo l’abrogazione. Si tratta di un reato che finisce solo per intasare il lavoro delle procure senza addivenire mai a una soluzione concreta, poiché condanna i migranti a pagamenti inevasi per la loro condizione di nullatenenti. Soprattutto non è minimamente servito come deterrente alla abominevole tratta degli esseri umani. Depenalizzare questo reato inutile deve servire a costruire una legalità dell’integrazione fondata su altri presupposti che non siano le pene per i migranti.

Legalizzare le droghe leggere
La seconda idea che ho voluto esprimere in quella sede è stata ripresa da un altro magistrato del pubblico ministero, Henry Woodcock, appena due settimane dopo Perugia, con motivazioni molto simili a quelle da me esposte in quella sede: liberalizzare o legalizzare (che dir si voglia) le droghe leggere. E’ dimostrato che esistono traffici di beni e servizi molto più nocivi delle droghe leggere: alcool, tabacchi, slot machine, scommesse, che producono vere e proprie dipendenze patologiche e riducono sul lastrico coloro che ne fanno uso e sovente le loro famiglie. Eppure si tratta di settori merceologici ampiamente legali. Se le mafie basano la loro ricchezza sul narcotraffico e, per una percentuale significativa, sul cosiddetto “fumo” (cannabis, marijuana, hascish e simili), basta fare loro franare il terreno sotto i piedi, segando all’origine il commercio illecito su questi prodotti e di fatto chiudendo così i rubinetti di una copiosa ondata di introiti nelle casse della criminalità. D’altronde, uno dei più efficaci strumenti in grado di mettere in ginocchio la malavita organizzata è stato quello delle misure patrimoniali preventive, dimostrando che quando si tocca il funzionamento della sua macchina economica il sistema mafioso va in tilt. Anche qui, uscire dal diritto penale può provocare una più agevole gestione giuridica dei rischi e delle conseguenze, a ulteriore testimonianza del fatto che l’ordinamento va fortificato prima che un fenomeno diventi emergenziale o semplicemente esponenziale. La stessa Direzione Nazionale Antimafia nella relazione annuale della scorsa stagione ha adombrato una ipotesi del genere.

Abolire il Tar
La terza questione che ho posto a Perugia è stata di ordine giurisdizionale: sarebbe ora di abolire i TAR e il Consiglio di Stato quale organo di secondo grado della giustizia amministrativa. Non tutti sanno che la giurisdizione amministrativa è una delle invenzioni ordinamentali pensate in opposizione ai principi di eguaglianza e legalità. Se è vero che lo Stato di Diritto si caratterizza per la sottoposizione alla legge di ciascun soggetto (ivi compreso lo Stato stesso), si comprende come l’esistenza di una giurisdizione speciale non composta da magistrati ordinari (autonomi e indipendenti) sia stata voluta nella sua genesi dal Potere Esecutivo per sottrarsi al giudizio imparziale della Giustizia ordinaria e godere di una sacca di specialità ovvero di esenzione dal controllo del Potere Giudiziario. I maligni vedono anche una maggior controllabilità dei giudici amministrativi, ma non è questo il discorso: qui c’è un peccato originale che va emendato, allo scopo di spezzare l’immunità dalla magistratura ordinaria della Pubblica Amministrazione, e attraverso di essa dei politici che siedono nelle stanze dei bottoni degli enti locali. Combattere la corruzione ancora una volta non è solo una questione di diritto penale, ma una riforma epocale del genere, di unitarietà della giurisdizione, rappresenterebbe sul piano ideale un avanzamento del principio di eguaglianza e sul piano pragmatico una frattura fra le possibili connivenze della politica con il momento giudicante.
Queste sono state le idee che un giurista napoletano, non ammalato di sindrome pan-penalista, ha lasciato alla sinistra riformista riunita a Perugia come un messaggio nascosto nella bottiglia, a mo’ di naufrago che lancia l’SOS dall’isoletta dell’oceano in cui è fortunosamente approdato. Tutto ciò con la convinzione che il Pd non sia incappato in alcun naufragio. Almeno per il momento.//

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Autore

Dino Falconio

Socialista, cattolico, scrittore, notaio, Presidente del Comitato Notarile della Regione Campania, presidente della ONLUS Energia del Sorriso, fondatore del movimento metropolitano FareRete.

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