Speranza Khan e incubo Brexit, Londra bivio dell’Europa

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Gli inglesi scommettono su un sindaco islamico di sinistra ma la destra populista brandisce il referendum anti-Ue

Nella storia dell’umanità ci sono delle situazioni che fungono da discriminante, segno di un transito da un periodo all’altro. Nell’era in cui le trasformazioni sociali, economiche, quindi politiche provocate da interazioni globali sconosciute, ma di straordinario interesse, sembrano contraddistinte da un’ineludibile complessità analitica, si verificano dei momenti capaci di assumere una valenza così paradigmatica da consentire una comprensione totale di alcune trasformazioni in atto. A Londra è avvenuto qualcosa di simile. Lo scorso 5 maggio, Sadiq Khan diventa sindaco. “Mayor for all Londoners” è lo slogan che ha caratterizzato la sua campagna elettorale sin dalle primarie del 2015, che lo vedono stravincere contro personalità fortissime appartenenti alla tradizione laburista, del calibro di David Lammy e Tessa Jowell (ex ministra dei governi Blair e Brown). Un motto che sa tanto di “frase fatta” da campagna elettorale, ma che, in realtà, sintetizza benissimo la sua cultura politica e la sua storia personale. Khan è figlio di immigrati pakistani, cresciuto nella periferia di Londra e di fede musulmana. Una persona che da ultimo degli ultimi, diventa primo cittadino, facendo soccombere alle elezioni comunali Zac Goldismith, conservatore, figlio di sir James, finanziere ed ebreo. Un’impresa storica. Solo a Londra può andare in scena uno show del genere. Una città storicamente divisa in classi sociali, ma capace di sviluppare, nello stesso tempo, un modello di coesione sociale invidiabile nel mondo. La Old London che accetta senza riserve il melting pot cosmopolita. La capitale UK sperimenta da anni la convivenza culturale. Da questo punto di vista, a differenza del resto del Paese, la City rappresenta un luogo a sé stante. E con questa chiave di lettura può essere interpretato il “we hung on” di Corbyn, commentando i risultati elettorali di Scozia, Galles ed Irlanda del Nord. Oltre il Tamigi gli elettori si sarebbero lasciati condizionare, o addirittura spaventare, da candidati con le caratteristiche di Khan. Mentre a Londra tutto scorre normalmente, nel resto d’Europa si parla di “snaturamento” o “estremismo”. In Italia, c’è chi addirittura è caduto nel banale parodosso-Houellebecq. Lo scrittore francese, nel suo libro “Sottomissione”, immagina un musulmano all’Eliseo, sostenuto dalle forze repubblicane al fine di bloccare l’avanzata dei partiti nazionalisti e xenofobi. Passaggio che precede una conversione elettorale alla “fratellanza musulmana” ed una islamizzazione della società per comodità individuale o omologazione sociale. Una realtà romanzata, appunto. Ed improponibile è ogni accostamento, seppur parziale, alla straordinaria esperienza londinese. Che storia è quella di Sadiq Khan? È la storia di ciò che la capitale d’Europa, Londra, è stata e sarà: multicolore, tollerante, laica, liberale, democratica votata al progresso ed all’incrocio di razze, in maniera molto più intensa rispetto ad altre città nel mondo. Da queste basi si sviluppa un concetto straordinariamente più importante rispetto a quello politico-partitico. È un messaggio di speranza per i musulmani d’Europa: l’islam occidentale è possibile. La tragedia di Molenbeek è l’ennesima prova del fatto che una larga parte del mondo islamico europeo non è integrato. Né un italiano, né un francese o un belga, permetterebbe mai la costruzione di una moschea con fondi pubblici. Questo scontro tra ostilità produce terrorismo e xenofobia. L’elezione del primo sindaco musulmano d’Europa rappresenta una risposta importante al propagarsi degli estremismi ed un passo in avanti verso il concepimento di un islam moderato e antifondamentalista. Il voto alle amministrative segna anche il trapasso dall’era di Boris Johnson. L’ultra conservatore però non è uscito ancora di scena: si è intestato la battaglia per la Brexit, diventando capo in pectore degli euroscettici. Il cambio di casacca è stato segnato da un civilissimo scambio di auguri. Si è passati dalle accuse di integralismo islamico della vigilia elettorale ai migliori auspici di “ogni possibile successo”. Battute di un copione che si ripete da secoli a dimostrazione dello storico primato della stabilità politica. La solidità di un Paese si misura anche dalla stabilità del proprio sistema politico. Votare a Londra, innanzitutto, è semplice. Mentre uno studente fuorisede italiano in Italia incontra difficoltà a votare ad un referendum, nella City può scegliere il proprio rappresentante nella London Assembly. O addirittura essere candidato in uno dei 14 collegi dell’Assemblea della Greater London Authority, come è accaduto ad Ivana Bartoletti, scelta dal Labour Party, che per un pugno di voti non si è aggiudicata il seggio di Havering and Redbridge. La stabilità politica si vede anche dalla sobrietà della campagna elettorale. In questi giorni, nelle città italiane chiamate al voto per scegliere i propri sindaci, campeggiano ad ogni angolo di strada manifesti giganti con i volti dei candidati o slogan ad effetto. A Londra, girando la città, non si vedono attacchini fuorilegge, né manifesti “azzeccati” nei posti più improbabili, ma semplici locandine colorate, prodotte dall’amministrazione pubblica, apposte nelle edicole della Tube che invitano a “have your say”. Mentre i candidati si dedicano ad incontrare gli elettori attraverso l’infallibile metodo del “porta a porta” o contatto telefonico. Modalità, queste ultime, efficaci anche nell’osservazione degli orientamenti politici delle persone. Infatti, i sondaggi inglesi non vengono quasi mai smentiti.

Un primo cittadino musulmano: poteva succedere solo in questa città storicamente divisa in classi sociali ma capace di sviluppare un modello di coesione sociale invidiabile nel mondo

Questo corollario include anche quel fenomeno di contrasto di idee ed interessi, tout court, definibile con l’espressione “battaglia politica”. Da questo punto di vista, la lezione che proviene dal Regno Unito, non è delle migliori. Alle elezioni amministrative l’ennesimo allarme che preoccupa le cancellerie di mezzo mondo, rappresentato dalla Brexit, non è risultato un argomento decisivo. Infatti la propaganda del candidato conservatore Goldismith, incentrata per lo più sul “leave” è risultata soccombente. Per fortuna gli elettori londinesi non hanno inteso falsificare la campagna elettorale, partecipando allo scontro interno al partito conservatore tra David Cameron e Boris Johnson. Il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è il risultato di una vera e propria “battaglia politica” interna ai conservatori, sussunta in uno schema politico internazionale, sulla quale addirittura il Presidente degli Stati Uniti d’America si è dovuto pronunciare. La miccia Brexit, infatti, è stata accesa prima delle elezioni parlamentari, nel 2013, da Cameron per convincere il suo elettorato e parte del suo partito ad affidargli un mandato pieno, quindi liberarlo dalla faticosa coabitazione con i lib dem. A seguito di quella consultazione, nel 2015 il plenipotenziario premier mantiene l’impegno, indicendo il referendum, convinto di poterne orientare l’esito. Quali sono le conseguenze di questa insensata drammatizzazione politica? Circa il tema della sicurezza, lo stesso Cameron, schierato per l’“IN”, parla di pace a rischio. Sostiene questa tesi anche Peter Carrington, l’ultimo esponente in vita del governo Churcill, affermando che “la Brexit indebolirebbe la Nato ed aiuterebbe i nemici dell’Occidente”. Per quanto riguarda gli scenari economici futuri, secondo un sondaggio del Financial Times su cento economisti intervistati, oltre tre quarti crede che l’uscita dalla Ue avrà conseguenze negative sulle prospettive economiche del Regno Unito nel breve termine. E, allargando l’orizzonte agli altri Paesi europei, in molti sostengono che a farne per primi le spese maggiori sarebbero proprio gli Stati meridionali. E poi c’è l’aspetto politico. L’uscita britannica, stimolerebbe gli euroscettici in tutto il continente ad elaborare altre “exit options”. Contemporaneamente, i capi di governo europei sarebbero più restii ad attuare politiche impopolari che assicurano benefici a lungo termine. Gli ultimi disordini andati in scena in Francia, riguardo a tali politiche, per le riforme del mercato del lavoro, si riprodurrebbero ovunque. Cameron verrà ricordato come l’emblema dei leader del nostro tempo. Politici incapaci di misurare in maniera prevedibile gli effetti delle loro scelte. Capipopolo concentrati al calcolo del consenso elettorale nel breve periodo, giustificabile con l’idea machiavellica del potere. Il paradosso storico che spiega l’ascesa della protesta populista e la perdita di fiducia nelle istituzioni europee è proprio questo. All’apparenza il teatrino della politica abbonda di personalità capaci di comunicare i sentimenti dei cittadini, in maniera immediata e con messaggi alla portata di tutti. Ma in realtà non sono altro che persone dotate di grande presenza scenica ed evidente incapacità dialettica. I padri fondatori dell’Europa avevano tratti personali e caratteristiche politiche che sembrano mancare alla maggior parte degli attuali governanti. Proprio coloro che stanno assumendosi la responsabilità di far morire l’Europa. Sadiq Khan ha dimostrato di avere il giusto coraggio personale per sfidare i nazionalismi e ritrovare la fiducia nella democrazia europea. Ingredienti utili a far fermentare quel coraggio collettivo necessario per cambiare verso alla storia.//

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Autore

Vincenzo Pugliese

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