Reddito minimo, il fai da te che ci allontana dall’Europa

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Nei grandi paesi Ue esiste una misura contro le povertà In Italia ci pensano le Regioni, ma vanno in ordine sparso

In uno straordinario momento storico di crisi economico-finanziaria, come quello che viviamo in Occidente, l’intervento da parte dello Stato in politiche aggressive di welfare contro la povertà risulta essenziale. In molti paesi d’Europa, con denominazioni e modalità differenti, esistono già da diversi anni, se non da decenni, varie forme di reddito di base che si accompagnano ad altri interventi di sostegno al reddito dei cittadini. Tutto ciò in linea con i princìpi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sul diritto di ciascun essere umano ad un’esistenza libera ed incondizionata, svincolata da ogni forma di costrizione o di necessità. Princìpi sanciti anche dalla Carta costituzionale italiana ma che non hanno ancora portato, se si eccettuano sperimentazioni avanzate da amministrazioni locali, all’adozione di uno strumento nazionale che affronti il problema della povertà in maniera strutturale. Il ritardo è dovuto, tra le altre cose, alla tendenza della politica italiana a ridurre a dicotomia pura ogni cosa, senza troppo badare al merito. La discussione su questo argomento, infatti, si trasforma spesso in un duello ideologico tra chi considera lo strumento del reddito minimo (o di base, o di inserimento, etc., a seconda delle varie declinazioni che assume nelle diverse proposte) come mero assistenzialismo e chi lo ritiene, invece, la soluzione di tutti i mali. Nel mezzo, c’è il premier Renzi che, pochi mesi fa, ha dichiarato di voler “combattere la povertà con l’occupazione. Il reddito di cui abbiamo bisogno – ha detto – non è quello di cittadinanza: se riportiamo al segno più la crescita e gli occupati, giocoforza la povertà diminuirà”. Un’affermazione condivisibile, ovviamente, in linea di principio. Ma, nella pratica, cosa diciamo agli individui che sono fuori dal mercato occupazionale, magari per l’età avanzata o perché la ripresa tanto annunciata stenta a rafforzarsi, soprattutto nel Mezzogiorno che ha il primato delle famiglie sotto la soglia di povertà? Per queste persone la risposta sembra non esserci.

Cosa succede in Europa
Per capire cosa fare in Italia, forse è utile iniziare a vedere, brevemente, cosa succede negli altri paesi dell’Ue, ricordando che, già nel 1992, l’Unione europea aveva invitato gli stati membri ad adeguarsi a chi aveva già introdotto il reddito di base tra le proprie politiche di welfare. Cominciamo dal Belgio, dove esiste il “Minimax”, una rendita mensile di 650 €, rilasciata a titolo individuale, a cui può avere accesso chiunque. Nel vicino Lussemburgo abbiamo, invece, il “Revenu Minimum Guaranti”, un reddito individuale che si aggira intorno ai 1.100 € e che si ottiene fino al raggiungimento di una migliore condizione economica. In Olanda esiste, poi, il “Beinstand”, elargito sempre a titolo individuale, e che si accompagna ad altri tipi di sostegno per affitti, trasporti e accesso alla cultura. Vi è, inoltre, un’altra forma di reddito minimo speciale di 500 €, il “Wik”, garantito agli artisti per poter permettere loro di creare in libertà senza troppi oneri economici. In Austria c’è il Sozialhilfe (letteralmente “aiuto sociale”) affiancato a diverse coperture relative alle utenze quali elettricità e gas, all’affitto e ad altri aiuti economici per il cibo. Anche in Norvegia troviamo un “reddito di esistenza”: si tratta di un versamento mensile di 500 €, elargito individualmente, che si integra a coperture per l’affitto e i consumi elettrici. Un sostegno al reddito dei poveri – sebbene più complesso e articolato – esiste, però, anche in paesi di grandezza equiparabile all’Italia. In Germania, ad esempio, c’è l’“Arbeitslosengeld II”, rilasciato a tutti coloro, di età compresa tra i 16 e i 65 anni, che non hanno un lavoro o appartengono a fasce di basso reddito. Si tratta di una rendita mensile di 345€ che si integra alle coperture dei costi di affitto e riscaldamento. Si tratta di un sostegno illimitato nel tempo e viene garantito non solo ai cittadini tedeschi, ma anche agli stranieri con regolare permesso di soggiorno. In Gran Bretagna, invece, sono garantiti diversi interventi, tra cui l’“Income Based Jobseeker’s Allowance”, ovvero una rendita individuale illimitata nel tempo, che varia dai 300 ai 500 €, rivolta ai cittadini di almeno 18 anni i cui risparmi non raggiungono i 12.775 €. Viene inoltre garantita la copertura dell’affitto con l’“Housing benefit”, insieme ad assegni familiari per il mantenimento dei figli. Esiste, poi, l’“Education Maintenance Allowance”, un sussidio per i ragazzi per coprire le spese dei loro studi. Infine c’è l’“Income Support”, un sussidio di durata illimitata, garantito a chi ha un lavoro che ammonta a meno di 16 ore settimanali. In Francia, infine, c’è il “Revenu Minimum d’Insertion” o Rmi, adottato nel lontano 1988. Si tratta di una integrazione al reddito di circa 425 Euro per gli over 25 single, 638,10 € se si è in coppia, 765,72 € se la coppia ha un figlio, 893,34 € se ne ha due, più 170 € per ogni altro figlio. Le coppie con almeno un figlio hanno diritto poi alle “Allocations Familiales”, valide fino al compimento del 21° anno di età del figlio. Per ogni nato, bimbo adottato o in affido, c’è la “Prestation d’Accueil du Jeune Enfant”, che varia dai 138 ai 211 € mensili.

Non abbiamo una ricetta nazionale nonostante nel nostro Paese in particolare nel Sud cresca il numero delle famiglie indigenti che era già al di sopra della media Ue

La situazione in Italia
Anche in Italia esistono, e sono esistite nel tempo, alcune misure che cercano di dare un aiuto alle famiglie più povere e numerose (bonus bebé, social card, etc.), ma non c’è una normativa universale che affronti il problema in maniera unitaria. Questo nonostante nel nostro Paese, ed in particolare nel Sud, il tasso di povertà sia al di sopra della media europea e, negli ultimi anni, sia cresciuto a dismisura. Solo in alcune regioni, amministratori locali hanno introdotto strumenti di lotta alla povertà. La Basilicata, ad esempio, stanzia 7,7 milioni di euro l’anno per sostenere circa 8mila beneficiari grazie ad uno strumento introdotto dalla legge regionale 26/2014. I bandi sono stati rivolti a due categorie di persone: disoccupati e/o inoccupati da oltre 24 mesi o da 12 mesi (se over 50 o senza diploma di scuola media o in un nucleo monoreddito) con Isee fino a 9mila euro, oppure lavoratori usciti dalla mobilità in deroga con Isee fino a 15.500 €. L’aiuto vale in media 450 € mensili per tre mesi, prorogabili. La Provincia di Bolzano stanzia, invece, 10,8 milioni di euro l’anno per un reddito minimo di inserimento che è pari alla differenza tra le disponibilità della famiglia e un determinato importo: l’integrazione è fino a 600 € per una persona sola, a 785 € per due, a 1.020 per tre, 1.100 per quattro, 1.300 per cinque o sei componenti. In Friuli Venezia Giulia la misura attiva di sostegno al reddito è stata introdotta dalla legge regionale 15/2015 ed è stato approvato il regolamento attuativo. L’importo massimo sarà di 550 € al mese per 12 mesi, rinnovabili dopo una pausa di 2 mesi. Il beneficiario dovrà avere un Isee fino a 6mila euro e aderire a percorsi formativi o di avvicinamento al lavoro. Da ottobre, anche in Lombardia, è partito il reddito di autonomia per i beneficiari della dote unica lavoro che siano disoccupati da oltre 36 mesi, abbiano Isee familiare non superiore a 18mila euro e non fruiscano di alcuna integrazione al reddito. Il contributo massimo è di 1.800 € in sei mesi, per favorire l’inserimento lavorativo. In Molise il reddito minimo di cittadinanza, destinato a residenti in Molise con Isee fino a 3mila €, fornisce un aiuto di 300 € mensili, per un periodo che va da sei mesi a un anno. La selezione dei beneficiari deve ancora partire: sarà data priorità alle famiglie numerose, ai nuclei monogenitoriali e a quelli con persone disabili e/o anziani. Poi c’è la Puglia, dove lo strumento di lotta alla povertà assiste i soggetti interessati per un credito che va dai 210 a 600 € mensili in base al numero di componenti della famiglia, per chi ha un Isee fino a 3mila euro. La durata massima è di 12 mesi. Anche nella piccola Valle d’Aosta, il 4 novembre scorso è stata approvata una legge regionale per un aiuto fino a 4.400 € versati in rate mensili. Si tratta di di un’indennità che viene definita “di partecipazione” perché legata alla partecipazione a tirocini formativi. Nella provincia di Trento, infine, il reddito di garanzia esiste dal 2009. La misura varia in base all’Isee e al numero di componenti del nucleo familiare: l’integrazione non può superare 950 € mensili. La durata è di 4 mesi.

Le esperienze in Campania
La Campania nel 2004, con l’allora giunta regionale Bassolino, fu tra le prime regioni a sperimentare una forma di reddito di cittadinanza. La misura garantiva 350 € al mese alle famiglie il cui reddito fosse inferiore ai 5mila € annui. I soggetti destinatari individuati furono tantissimi, le somme andarono però a pochi e, alla fine, il sostegno fu accantonato. Oggi, qualcosa si muove: nel settembre 2015, il consigliere regionale del Pd Gianluca Daniele ha presentato una proposta di legge denominata “Misure, dirette e indirette, di sostegno al reddito e di attivazione sociale”. L’idea è quella di introdurre, più che un vero e proprio reddito di cittadinanza, un reddito minimo garantito per le fasce sociali più deboli, a cominciare dai lavoratori usciti dal ciclo produttivo che hanno un’età compresa tra i 55 e i 65 anni, ad esempio. Persone che non possono andare in pensione ma – come dimostrano i dati Istat – hanno solo 10 possibilità su 100 di rioccuparsi. A queste, secondo la proposta di legge regionale, va garantito un reddito. Così come alle famiglie più povere, soprattutto se numerose e in presenza di minori o disabili (per i quali la legge prevede anche un rafforzamento della rete di assistenza). L’obiettivo dell’iniziativa legislativa è quello di adeguare la Campania agli standard europei, legando però il diritto individuale al reddito, attraverso il quale ridefinire il sistema di welfare esistente, a percorsi di politiche attive del lavoro, evitando così di far diventare lo strumento che si intende introdurre l’ennesimo armamentario dell’assistenzialismo. “Punto fondamentale della nostra proposta – ha sottolineato Daniele nella relazione introduttiva al disegno di legge – è, infatti, il reinserimento sociale attraverso la formazione continua, l’attivazione di percorsi sociali, la valorizzazione delle professionalità”.//

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Autore

Pasquale Incarnato

25 anni, laureato in scienze della comunicazione, laureando in scienze politiche. Responsabile comunicazione dell’Associazione Merqurio e dei circoli PD Vomero ed Arenella. Aspirante giornalista.

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