Le relazioni e non la violenza segreto del successo delle mafie

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Fondazione Banco Napoli, dibattito promosso da Merqurio sul libro “Storia dell’Italia mafiosa” di Isaia Sales

Di seguito riportiamo alcuni passaggi del dibattito organizzato dall’Associazione Merqurio, in collaborazione con la Fondazione Banco di Napoli, sul tema “Mafia e politica, le ragioni di un’intesa di successo”, che si è tenuto lo scorso 24 maggio, nella Sala Marrama della Fondazione Banco di Napoli, in occasione della presentazione del libro di Isaia Sales “Storia dell’Italia mafiosa”. Al dibattito, moderato dal direttore del periodico Merqurio, Antonio Vastarelli, hanno partecipato, oltre all’autore, il procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Nola, Paolo Mancuso, il consigliere regionale del Pd Gianluca Daniele e il presidente della Fondazione Banco di Napoli, Daniele Marrama.
Paolo Mancuso
La situazione che stiamo vivendo ci porta diretti a un aspetto del libro di Isaia particolarmente importante. Laddove inquadra il fenomeno della mafia come mafia d’ordine, elemento che cioè poteva garantire la sicurezza dei limiti che le organizzazioni criminali o i singoli gruppi, banditi, briganti che fossero, non superassero certi momenti critici oltre i quali era indispensabile l’uso della forza. Il monopolio della forza che avrebbe dovuto essere esercitato dallo Stato, nei secoli scorsi, è stato delegato alle organizzazioni di mafia: è questo il racconto straordinariamente documentato che viene fatto nel libro. E gli effetti sono tanti: Liborio Romano qui a Napoli, Salvatore Giuliano in Sicilia, e così via. Questo è un elemento che ci portiamo dietro anche ai giorni nostri: se pensiamo alla cattura di Salvatore Riina e a come è maturata, ci rendiamo conto che quei limiti erano stati superati e che non conveniva all’organizzazione mafiosa stessa che lo scontro con lo Stato arrivasse a quei vertici, anche perché la mafia – e cito ancora Sales – lavora per intrusione e non per contrapposizione. Evita lo scontro finché è possibile, ed è quasi sempre possibile. Il problema è che la mafia che agisce come sistema di giustizia, alternativo a quello dello Stato, in qualche maniera ontologicamente finisce col contrapporsi al sistema statuale. Anche quando si vuole rappresentare essa stessa all’esterno come mafia d’ordine e come sistema di giustizia. Se noi cerchiamo di trasporre questo ragionamento all’interno di quello che sono le organizzazioni che operano sul territorio, ci troviamo davanti a realtà disparate: organizzazioni casalesi, dell’area vesuviana, sono ancora organizzazioni che tentano, e a volte ci riescono, di rappresentare un potere alternativo a quello dello Stato. Un potere che ha le sue regole, le sue fonti di approvvigionamento, i suoi tesorieri. Il governo della propria economia interna e così via. E ha regole per andare a rapportarsi con il mondo legale, naturalmente. Se, invece, ragioniamo su quelle che sono le organizzazioni metropolitane, il discorso diventa un po’ diverso. Di recente, ho letto il titolo di un giornale che designava come padrino un personaggio che forse aveva un anno, un anno e mezzo di esperienza criminale. Cioè stiamo sbagliando quando concediamo a questi gruppi di criminalità urbana le caratteristiche che sono quelle delle organizzazioni mafiose. Mentre la camorra qualche volta determina traffici illegali, qualche volta opera sul mercato illegale ma con beni legali, queste organizzazioni, che fondano la loro struttura su alcuni elementi che sono sostanzialmente l’intimidazione e l’accaparramento di ricchezze attraverso traffici illegali, vivono esclusivamente nell’illegalità, hanno tutti e due i piedi nella illegalità. E, a differenza delle organizzazioni mafiose, non tentano nemmeno di rappresentarsi come sistema che cerca di accaparrare consenso, di determinare sviluppo, di assicurare che, in qualche maniera, il contesto sociale che le esprime abbia un vantaggio dalla loro. Dobbiamo, quindi, avere una capacità di analisi che, su quello che sta avvenendo nella nostra città metropolitana, ancora non c’è: forse sono ancora troppo brucianti i tempi, ma credo che serva un tentativo di analisi, che in qualche maniera riconduca questo fenomeno a una sfera lontana da quella delle organizzazioni mafiose, più lontana che vicina, perché sono più gli elementi di differenza che quelli che possono unire i due fenomeni: oltre al ricorso alla violenza, c’è poco altro. La fame di ricchezza sì, ma ci sarebbe bisogno di una serie altri connotati per considerare mafia queste organizzazioni criminali metropolitane. In questo caso siamo davanti a un discorso sicuramente più brutale e meno raffinato. Credo che un tentativo di ricucitura di quelli che sono i fenomeni su cui stanno lavorando i colleghi della Procura di Napoli in questo momento sarebbe estremamente utile e attuale.

Gianluca Daniele
Il libro offre spunti che mi hanno particolarmente colpito. Al di là della ricostruzione di una tesi, che io condivido pienamente, che ovviamente i fenomeni mafiosi sono strettamente connessi alla storia del Paese e non è possibile analizzare la storia della mafia se non si parte da questo. Un’impostazione che ci consente anche di confutare alcuni luoghi comuni che sono abbastanza acquisiti, che si danno per scontati, secondo i quali i costumi, la mentalità, la cultura del Mezzogiorno avrebbero favorito e dato luogo ai fenomeni criminali (quello che nel libro viene definita teoria culturalista). E’ un po’ la stessa tesi – e Isaia lo dice nel libro – che è stata portata avanti sulla questione meridionale e che ha – come abbiano potuto vedere in politica con l’affermazione di movimenti come la Lega – un connotato di vero e proprio razzismo. Perché se si parte dal fatto che la mafia in Sicilia, la camorra in Campania e la ’ndrangheta in Calabria non sono tanto dovute alla storia ma alla cultura, questi fenomeni criminali sembrano dipendere da un dato quasi genetico delle società meridionali. Un argomento che è stato usato per spiegare anche le ragioni del divario economico e culturale tra Nord e Sud del Paese. Nel libro è spiegato come la principale motivazione per cui le mafie si sono affermate è l’impunità: e questo chiama in causa sicuramente la politica, ma anche le altre istituzioni, la magistratura, l’informazione. Il fatto che i mafiosi, per tanti decenni, siano rimasti sostanzialmente impuniti, ha creato quel mito della invincibilità di questo tipo di criminalità organizzata. Nella ricostruzione storica viene ricordato come sia stato sgominato in pochi anni il fenomeno del terrorismo in Italia, un fenomeno fortemente eversivo, gravissimo dal punto di vista politico e sociale, che metteva in forte crisi le classi dirigenti politiche di quel momento ma che, ad esempio, ha causato un numero di morti di gran lunga inferiore rispetto alle mafie. Eppure, il terrorismo in pochi anni è stato sgominato con leggi speciali, con un intervento dell’esercito e con un impegno preciso dello Stato. Cosa che con la criminalità organizzata, in due secoli, non è stata fatta. E questo penso sia il principale elemento che rafforza nell’idea collettiva l’immagine di invincibilità della criminalità mafiosa. Il libro ricorda come questo avvenga fino agli anni Settanta-Ottanta e poi, per fortuna, ci sia un inversione di tendenza profonda nel Paese, anche dal punto di vista culturale. Il ruolo della politica, in queste dinamiche, è stato fondamentale, in particolare sugli aspetti dell’impunità e della connivenza nei quali emerge una responsabilità enorme delle classi dirigenti. Sia nella storia borbonica che post-unitaria (e in questo caso chiamo ovviamente in causa la Democrazia cristiana che ha governato per tanti anni Paese) si vede come il sistema politico clientelare favorisca la mafia. Spesso si è sostenuto il contrario, e cioè che il clientelismo – il rapporto che la politica aveva creato con il cittadino, attraverso il pubblico – servisse in qualche modo ad ostacolare i fenomeni di criminalità organizzata. Si è visto, però, che non è così. Anzi, anche dove il rapporto tra cittadino e lo Stato è cambiato (e non c’è dubbio sia cambiato in meglio, anche nel Mezzogiorno, nel periodo post-unitario, anche grazie all’assistenzialismo) i fenomeni mafiosi, camorristici sono proliferati, e spesso si sono rafforzati. Da questo punto vista c’è una responsabilità molto forte della politica. Se parliamo degli ultimi 30 anni (la prima vera legislazione antimafia è dell’82, poi assistiamo all’escalation da parte della criminalità organizzata, ma anche ad una risposta dello Stato diversa) è ovvio che il rapporto della politica con questo mondo sia ancora da indagare fortemente. A Napoli, nelle ultime settimane, ci sono state molte polemiche su alcuni candidati nelle liste di Verdini per le amministrative, casi ovviamente che fanno riflettere, eppure serve andare oltre l’attualità politica. Il problema vero non è Verdini in sé ma il fatto che l’indebolimento di tutti i corpi intermedi, vale per la politica ma anche per i sindacati e le associazioni datoriali, porta un rischio di infiltrazione molto maggiore e porta soprattutto ad un controllo che è molto minore. La cosa grave, quindi, è il fatto che noi non sappiamo effettivamente chi c’è nelle liste elettorali. Lo dico anche in maniera autocritica, da dirigente di partito, essendo membro della segreteria regionale del Pd. Ci sono liste collegate al Pd, vale per Verdini ma anche per altre liste, delle quali non conosciamo niente e che sono frutto di alleanze fatte in maniera raffazzonata all’ultimo minuto. Ma perché: il Movimento 5 stelle sa chi ha nelle liste? E Forza Italia lo sa? Prima, era impossibile entrare in una lista di partito ed essere candidato ad un consiglio comunale o regionale, se non ti iscrivevi a quel partito qualche anno prima, se non frequentavi quel circolo o quella sezione, se non ti conoscevano e non sapevano chi eri. Adesso ai partiti ci si iscrive online, io spesso vengo a sapere che qualcuno si è iscritto perché c’è il tabulato degli iscritti. Questo è un tema che coinvolge sicuramente il Pd, ma penso che coinvolga l’intero sistema politico. Dobbiamo chiamare in causa anche qui un fenomeno culturale. Li abbiamo massacrati i partiti: per anni abbiamo detto che i partiti non servivano, che erano un intralcio (e in questi anni si dice la stessa cosa dei sindacati). In realtà, i partiti servivano eccome. Servivano, e servirebbero, a svolgere una funzione di controllo che è determinante, che deve precedere l’eventuale azione della magistratura. Ma, per far sì che i partiti possano esercitare questo tipo di filtro, si deve ridare dignità a queste organizzazioni. Si è anche tanto ironizzato sul professionismo della politica, ma quel professionismo comportava anche che non ci si poteva improvvisare segretario partito: per svolgere quel ruolo si richiedeva una professionalità, ma anche del tempo, perché spesso è anche una questione di tempo. Serve, quindi, rifare una riflessione differente con l’opinione pubblica per capire in che modo, al di là dell’ideologia e delle alleanze, i partiti si possano riappropriare di una funzione di controllo e di governo rispetto alla società.

Daniele Marrama
La Fondazione Banco Napoli, come tutte le Fondazione di matrice bancaria, ha un patrimonio che investe e, grazie ai rendimenti, interviene con contributi a sostegno di realtà del terzo settore. Da quando sono presidente della Fondazione, c’è un dato che mi ha colpito in maniera forte, e che poi ha ispirato anche la mia azione: c’è un impoverimento fortissimo del tessuto sociale nel nostro contesto, un impoverimento che deriva da un processo di brutalizzazione delle relazioni umane, che ha anche una forte matrice economica oltre che ideologica. Economica legata al fatto che c’è tutto un sistema di vita fondato sull’individualismo, secondo il quale l’altro è un nemico, non una risorsa per me. Ciascuno di noi, se fa un rapidissimo esame di coscienza, vede il modo in cui imposta le sue relazioni: se nell’ottica di scavalcare l’interlocutore o in quella di costruire qualcosa di più alto grazie all’ausilio dell’interlocutore. Noi che rappresentiamo, bene o male, la classe dirigente siamo profondamente condizionati da questa cultura dominante, figuriamoci quanto sono condizionate le classi più deboli, che sono più permeabili ai messaggi negativi e distorsivi. Dal mio angolo visuale vedo anche una fortissima sterilizzazione della capacità della società di creare risposte al suo interno ai bisogni della società stessa. La mission che mi sono dato dal 2013 è stata quella di concepire i contributi che la Fondazione dà alle realtà del terzo settore come volano di cittadinanza attiva. Noi non diamo contributi a pioggia, sulla base delle richieste che ci arrivano, ma cerchiamo di capire quanto il nostro contributo può essere di sostegno a realtà che si mettono in prima linea e che tentano di essere protagoniste nella soluzione a problemi concreti. Dico questo perché penso che, a livello di lotta alla criminalità organizzata, la repressione abbia un ruolo fondamentale, indispensabile e centrale. E penso anche che la magistratura inquirente stia dimostrando una grandissima capacità di reagire al fenomeno. Al tempo stesso, però, credo che questo ruolo non sia sufficiente perché c’è un clima culturale, un humus nel quale attecchisce in maniera radicata un modello brutale di esistenza. Io rimango sempre colpito quando fanno vedere le immagini dei covi nei quali vivono i boss, i grandi boss: sono tuguri, sono delle topaie. Eppure, c’è tutta una sfera di ragazzi che aspirano a vivere in quel modo, a vivere come topi, senza vedere mai la luce del giorno. Evidentemente questo è un discorso culturale: non trovano alternative attraenti al di fuori di quel contesto, o forse non siamo bravi noi a veicolarle come realtà attraenti. Ciò nondimeno penso che il discorso culturale sia fondamentale perché è necessario fornire anche degli esempi alternativi. Per fortuna ci sono tante, tante realtà – perché poi la stragrande maggioranza della popolazione è fatta di persone oneste – che si rimboccano le maniche e fanno attività di grande pregio in queste realtà degradate. Però c’è uno scalino che non si supera, perché c’è tale radicamento della cultura mafiosa e delinquenziale che, paradossalmente, fa comodo anche alle organizzazioni camorristiche che ci siano realtà che fanno il doposcuola ai figli. Tanto c’è una totale certezza del fatto che anche queste realtà, da sole, non cambieranno il contesto. C’è bisogno di un’azione integrata, evidentemente. La scuola, che spesso è fatta da martiri di frontiera, che lavorano in condizioni veramente difficili, ha un ruolo fondamentale. E mi fa un po’ ridere il discorso, avanzato dal governo, delle scuole aperte d’estate: ma che cosa ci metti nelle scuole aperte d’estate? Se vai a fargli un’altra volta la lezione di italiano, di storia o di geografia che già non hanno voluto sentire durante l’anno scolastico, ma che cosa ci fai d’estate con le scuole aperte? E’ una demagogia appiccicosa, veramente fastidiosa. Allora forse bisognerebbe coinvolgere quelle realtà giovanili che sono in grado anche di animare, di dare un messaggio positivo. Mettere le scuole a disposizione di queste realtà e mettere a disposizione anche risorse per strutturare queste realtà. Quindi i discorsi vanno legati uno con l’altro e le forze sane che si sono, e sono tante, vanno messe in condizione di interagire, di collaborare. Non si può demandare tutto alle forze dell’ordine e alla magistratura.

Isaia Sales
Il mio libro, in gran parte, è il lavoro di una vita. E io sono arrivato a capire quello che in gioventù volevo capire. Io volevo capire semplicemente perché nel mio paese, quando era morto il boss del paese, c’era stato un manifesto di lutto del parlamentare, poi diventato ministro, e la messa l’aveva detta il vescovo. Da allora mi sono chiesto ma com’è che si può dare tanto onore politico e morale ad un assassino: perché si diceva che aveva commesso almeno due delitti, il paese era sicuro di questo, ma aveva avuto elogi funebri che altri non avevano meritato. Poi li ho visti in azione, li ho conosciuti, con alcuni di loro sono andato a scuola insieme: non mi sembravano questi scienziati, non mi sembravano furbi in maniera particolare, non mi sembravano particolarmente intelligenti, né particolarmente stimolanti dal punto di vista imprenditoriale. In altri contesti, quei violenti sarebbero finiti dentro, con qualche chance di recupero, ma sarebbero finiti dentro, senza nessun problema. Com’è che, invece, hanno avuto successo? Poi ho deciso di studiare storia, e sono andato alla ricerca di una spiegazione. Ho detto: ma fa che nei libri, qualcuno mi spiega. Perché mi avevano raccontato che nel mio paese il fenomeno mafioso aveva almeno un secolo alle spalle, e in altri contesti almeno un paio di secoli di storia. Sicuramente troverò qualche esame in cui, parlando di storia, capirò cosa è successo, pensai. Ma io ho studiato storia seriamente: al liceo, all’università. Non ho mai incrociato la parola mafia nei miei studi. Poi ho cominciato a frequentare la politica a Napoli. E i dirigenti più prestigiosi del partito in cui militavo non sapevano neanche che cos’era la mafia e ne parlavano con disprezzo, come qualcosa che, bene o male, sarebbe stata superata: era un fenomeno plebeo di cui non era il caso di interessarsi perché questi criminali non facevano storia. E poi mi sono accorto che la storia l’avevano fatta, l’avevano determinata, ma io non avevo avuto gli strumenti, né politici, né culturali, per capire: insomma, ho dovuto apprendere da me. E mi sono posto la domanda: perché i violenti hanno successo? Bene o male, nel libro ho dato la mia risposta: si può esser d’accordo o meno, ma almeno è una risposta in cui ho unito la mia storia personale con i miei studi. La mia risposta è molto banale e questo significa che non era stata data da altri non perché io sia più intelligente o più studioso ma perché, evidentemente, non c’era la volontà di darla. La violenza popolare è sempre esistita, in maniera semplice o organizzata, ma non ha mai vinto, non ha mai determinato seriamente la storia. Tutti i violenti che venivano dal popolo sono stati sconfitti perché, quando erano funzionali alle classi dirigenti sopravvivevano, quando si mettevano in contrapposizione con le classi dirigenti, perdevano. Da Spartaco i poi questa è la storia. C’è un’unica forma di violenza che viene dal popolo e che finora non è stata sconfitta ed è quella che invece di contrapporsi alle classi dirigenti ha stabilito una relazione con esse. Questa è la mia semplice spiegazione. La forza dei mafiosi non sta nella violenza, ma in una particolare forma di violenza, nella violenza che stabilisce relazioni: quindi, una violenza relazionale. La relazione, ovviamente, avviene tra due soggetti: ci deve essere chi offre la relazione e chi la chiede. Negli altri casi, quando le classi dirigenti avevano usato i violenti del popolo e decidevano poi di abbandonarli, ci riuscivano, perché avevano tutto in mano loro. Con i mafiosi, invece, non ci sono riusciti anche quando hanno cercato, perché la struttura e il contesto in cui operano i mafiosi non si prestano a questo scaricare. Per dirlo in maniera banale, il sistema clientelare non è in grado di contrastare la criminalità organizzato di tipo mafioso: non è possibile contemporaneamente difendere il sistema clientelare e contrastare la criminalità, perché operano entrambi i sistemi su qualcosa di molto simile, sull’idea che il pubblico è privatizzabile e che ciò che è pubblico può essere reso privato, attraverso relazioni, attraverso il potere. Chi fa parte del sistema clientelare non ama condividere il potere con altri. Perché in genere il politico ha un’idea monopolistica del potere, divide con altri con sofferenza il potere. E anche con i criminali non ha piacere a condividere: vorrebbe poterli utilizzare e poi scaricare. Ecco: in questo momento storico, chi utilizza, per ragioni di diverso tipo, il potere criminale, non è in condizione di scaricarlo. Il potere criminale non si fa scaricare una volta che ha stabilito relazioni. Io penso di aver trovato la mia risposta perché, dal punto di vista militare, non vedo una grande forza delle mafie. Storicamente, almeno per l’epoca, i briganti avevano più armi dei mafiosi. Se dovessimo parlare di consenso, anche in questo caso i briganti ne avevano di più perché il loro consenso andava al di là del circuito economico in cui operavano i briganti (che in quel circuito, in genere, si limitavano a comprare cose da mangiare). Quindi, la loro forza non è nel consenso, non è nell’attrezzatura militare, non è in straordinari geni dell’impresa che improvvisamente sono usciti dal popolo. Allora la loro forza sono le relazioni. Le relazioni consentono a dei criminali di diventare potere riconosciuto. Perché un potere è tale a due condizioni: la prima è che deve essere riconosciuto da un potere istituzionale, il secondo se trova la forza in sé, cioè se alimenta il culto del suo potere. E la mafia è un potere ideologico, ideologizza la violenza e la fa diventare una cosa nobile: le toglie il carattere delinquenziale e prova a darle un altro carattere, di necessità, di forza culturale, di forza tradizionale, e quant’altro. Dal punto di vista ideologico, i mafiosi hanno molte affinità con i nazisti, con i sistemi totalitari: la mafia è un regime razzista, tanto è vero che, per ammazzare un altro, i mafiosi devono definirlo un non-uomo che non merita, quindi, di vivere perché non è un uomo. Queste sono tutte cose che servono per poter accedere al delitto i maniera seriale. I mafiosi sono, inoltre, molto religiosi, hanno creato una loro religione: il dio dei mafiosi ha delle caratteristiche diverse dal dio nostro. Ma in ogni caso la chiesa ufficiale per secoli gli ha consentito di adorare un dio che era molto diverso dal dio cristiano e di seguire una religione che praticavano negli stessi tempi in cui andavano le vittime dei loro delitti. Quindi, i mafiosi hanno ideologizzato il crimine e hanno dato una dignità a quel potere. Ecco: in sé dunque non abbiamo a che fare con un potere imbattibile. E a me fanno rabbia le spiegazioni che io definisco culturaliste. In genere, le classi dirigenti, quando non riescono a venire a capo di un problema, o quando non vogliono venire a capo di un problema, devono anch’esse ideologizzare la non vittoria. E come lo fanno, in questo caso? Dicono che la responsabilità è delle vittime: cioè, se voi sopportate i mafiosi è perché voi, nella vostra testa, siete abbastanza simili ai mafiosi. Cioè voi non parlate, non ci dite chi ha ammazzato, per quale motivo lo sapete e non ce lo dite? Uno potrebbe rispondere: lo sai anche tu, carabiniere del posto. Ho elaborato una storia della reazione alla mafia dalla quale si capisce che l’omertà è causata, invece, dall’impunità. A cominciare dal fatto che per due secoli, fino agli anni Ottanta del secolo scorso, la magistratura e le forze dell’ordine non hanno fatto della repressione una loro attività non dico quotidiana ma normale. Nel libro porto l’esempio, del 1955, dell’elogio funebre del capo della mafia Calogero Vizzini da parte del più alto magistrato italiano dell’epoca il quale dice che Vizzini è stato uno che ha aiutato la magistratura e si augura che il suo successore, di cui già si conosce il nome (e ti chiedi: perché non lo va arrestare, visto che conosce il nome del successore del capo della mafia?) possa continuare nell’opera di affiancamento della magistratura di cui è stato protagonista Vizzini. Quando a Caltanissetta il lunedì Vizzini va a sedersi al bar a ricevere le persone e il capo della Procura si alza il cappello davanti a tutti, che messaggio è? E quando il prete sull’altare gli dà in maniera particolare un’attenzione e lo fa capo della festa rionale? E quando ti ammazzano più di cento persone durante i fasci siciliani, più di dieci capi sindacali nel primo dopoguerra, più di cinquanta nel secondo dopoguerra, da Placido Rizzotto a Salvatore Carnevale, e nessuno finisce in galera, nessuno? E se qualcuno, sbadatamente, viene preso, non viene processato, e se viene processato se la cava con l’insufficienza di prove? Voglio capire chi è in grado di fronteggiare un fenomeno di questo tipo. Quindi, io dico che l’omertà è causata dall’impunità, non il contrario. Negli Stati Uniti, quando hanno deciso di attaccare Al Capone, mica qualcuno è andato a testimoniare? Oppure, quando hanno sbaragliato i corso-marsigliesi, mica c’è stato qualcuno che è andato a testimoniare? E nei sequestri di persona al Nord avete trovato un caso risolto perché un cittadino ha collaborato? I cittadini devono collaborare, certo. Ma il meccanismo di fiducia si mette in moto quando c’è l’esempio. Quando c’è, da parte delle istituzioni, un atteggiamento che genera fiducia. Quando, dopo Falcone e Borsellino, si è cominciato a dare le colpe alla mafia, sono venuti i pentiti di massa e le famiglie hanno testimoniato, la gente ha reagito: il coraggio è una organizzazione collettiva sociale, non è un fatto individuale. E una società, per sbarazzarsi del male, ha bisogno della fiducia nelle istituzioni, non di singoli eroi. […] Ci hanno raccontato una storia di questo tipo: siete voi la causa del successo delle mafie. E ce l’hanno raccontata per nascondere il fatto che le mafie avevano successo per le relazioni con le classi dirigenti, non con tutte le classi dirigenti, ci mancherebbe, ma con le classi dirigenti. Quando una parte del popolo riesce a stabilire relazioni con le classi dirigenti, tendenzialmente vince la partita della storia, quando c’è contrapposizione, tendenzialmente perde. Ecco: questa è la mia spiegazione.//

Storia dell’Italia mafiosa

di Isaia Sales

Rubbettino Editore • Prezzo: 16,58 euro

 

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Redazione

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