I numeri al lotto di certi analisti e l’astensionismo à la carte

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L’analisi del voto non è mai una cosa semplice, soprattutto se la si deve fare in poche ore concitate, con la tagliola della chiusura del giornale, e la necessità di scrivere più di un articolo, quindi non è mia intenzione infierire sui colleghi che, nei grandi giornali, hanno avuto il compito di dare un senso ai risultati dei ballottaggi delle comunali. Ciò nonostante, segnalo un errore di metodo commesso sistematicamente da molti (fortunatamente non da tutti) i commentatori e cronisti politici: quello di analizzare il voto tenendo conto esclusivamente delle percentuali, senza collegarle ad un dato reale. Come è facile comprendere, il 100% di dieci è un dato inferiore al 10% di mille, quindi per analizzare cosa è successo domenica meglio riferirsi ai voti assoluti, mettendoli in relazione tra essi: questo consentirebbe anche analisi meno parziali e al servizio della propria tesi (à la carte) sul fenomeno astensionismo.

Un sindaco delegittimato?
Dai primi commenti, appare evidente il tentativo, da parte di alcuni, di “dimezzare” la vittoria di Luigi de Magistris facendo leva sul basso dato di affluenza al voto: alle urne è andato solo il 37% dei napoletani, quindi – questo è il messaggio che si tenta di far passare – il sindaco sarebbe poco legittimato. Questo dato, però, non può meravigliare perché la disaffezione al voto dei napoletani purtroppo non è una novità: anzi. Solo un anno fa, alle elezioni regionali, a Napoli città andò a votare il 40,6% degli aventi diritto. Bisogna, inoltre, tener conto che si trattava di un turno unico (quindi, senza ballottaggio) e che i candidati presidente poterono beneficiare, ovviamente, del traino dei candidati al Consiglio regionale che, impegnati nella battaglia delle preferenze, portarono al voto un numero di elettori molto superiore a quelli che avrebbero partecipato ad una semplice sfida a due tra De Luca e Caldoro. Una controprova di questa dinamica si ha guardando al dato del primo turno delle comunali: due settimane fa, con liste e candidati al Consiglio comunale in campo, l’affluenza è stata infatti del 54,11%, ben diciassette punti in più rispetto al ballottaggio.
Il divorzio dei napoletani dal voto, quindi, è un fenomeno ormai cronico e costante, che colpisce tutti, perfino soggetti politici più recenti e antisistema, come il M5s che al primo turno non è riuscito a convincere molti indecisi, facendo segnare un risultato non brillante.
Se si passa a contare i voti reali, in verità, ci si accorge che de Magistris scende dai 264mila del 2011 ai 185mila di oggi, ma – nonostante siano passati solo 5 anni – il confronto è tra due ere politiche diversissime: si pensi che solo un anno fa, a Napoli città, Vincenzo De Luca – che viene giustamente considerato pienamente legittimato come presidente della Regione – raccolse soltanto 111.629 preferenze, oltre 70mila in meno rispetto a quelle del sindaco.

Di chi è la colpa del non-voto?
Ma è possibile imputare, comunque, a qualcuno – e non solo alla crisi e al degrado economico e sociale del Sud – la colpa almeno parziale dell’astensionismo a Napoli? Se si analizzano i voti assoluti, si vede come, nonostante le urne semi-deserte, de Magistris non solo non arretri tra il primo e il secondo turno, ma addirittura conquisti oltre 13mila preferenze in più, passando da 172.710 a 185.907. Dando per fisiologico che una parte, seppur piccola, degli elettori di de Magistris non sia tornata a votare al secondo turno (per impegni personali, piuttosto perché al primo era andata solo per sostenere il candidato consigliere amico o parente), appare evidente che il sindaco al ballottaggio abbia raccolto almeno 15mila nuovi voti. Voti che, in larga parte, arrivano da quegli elettori del Pd che, avendo votato la Valente al primo turno, hanno poi scelto de Magistris, magari seguendo il ragionamento di chi, come la sinistra del Pd, riteneva non si potesse votare per un candidato di destra.
Molti elettori democratici non hanno accolto, quindi, l’indicazione delle segreterie nazionale e locali del Partito democratico che invitavano ad un’equidistanza tra i due candidati. Così come, non sono andati a buon frutto i tentativi, di alcuni settori del Partito democratico, di appoggiare (in maniera più o meno aperta) Gianni Lettieri. Il candidato del centrodestra, infatti, non solo non riesce a raccogliere i voti in uscita dal Pd, ma non riesce nemmeno a riportare alle urne i suoi, visto che tra il primo e il secondo turno perde quasi 5mila voti. Un arretramento dovuto, probabilmente, al mancato traino delle liste e dei candidati consiglieri (che ha funzionato al primo turno) e forse anche al fatto che la vittoria di de Magistris era ampiamente pronosticata. Quest’ultimo aspetto, però, è di difficile valutazione: anche de Magistris, infatti, avrebbe potuto “subire” il pronostico positivo, con una parte dei suoi fan che avrebbe potuto optare per una gita al mare, visto che la vittoria sembrava scontata.
In definitiva, il crollo dei votanti non sembra imputabile tanto a de Magistris quanto al suo sfidante. Se Lettieri fosse infatti riuscito a convincere i napoletani scontenti dell’attuale sindaco e a restare in partita, se fosse stato (lui o un altro) un candidato competitivo come lo è stato Parisi a Milano contro Sala, a parità di voti raccolti da de Magistris, il dato sul numero dei votanti sarebbe stato ben diverso, in linea con la media nazionale del 50%. A Napoli, infatti, ogni 7.800 votanti in più scatta un 1% aggiuntivo di affluenza: se lo sfidante di de Magistris avesse preso 78mila voti in più – quindi – pur perdendo in maniera netta, avrebbe portato l’asticella dei votanti al 47% circa. Appare evidente, da questo dato, che il crollo di votanti è dovuto, più che al sindaco riconfermato, a chi (dal Pd, al centrodestra, fino al Movimento 5 stelle) non è riuscito a proporre un’alternativa a de Magistris che i napoletani abbiano ritenuta credibile.

Un Pd al bivio
Così come, dall’analisi dei risultati del primo turno, risultava chiaro che una grossa fetta dell’elettorato del Pd avesse votato per de Magistris e non per la Valente, sembra altrettanto probabile, dall’analisi dei voti del ballottaggio, che un ulteriore pezzo degli elettori del Partito democratico abbia deciso di non starsene a casa, o restare equidistante, seguendo l’indicazione dei massimi dirigenti nazionali e locali del partito, ma di votare per il candidato di sinistra. È praticamente impossibile quantificare numericamente l’apporto di questi elettori alla vittoria di de Magistris, ma è certo che non si sia trattato di un apporto insignificante, anzi. Questo anche perché, sia nell’attuale giunta de Magistris, che tra i consiglieri appena eletti nelle liste collegate, sono tantissime le personalità – politiche e della società civile – riconducibili, a vario titolo, al Pd o ai partiti dai quali deriva.
Questo pone un serio problema di linea politica del Partito democratico a Napoli. Un partito che ha preferito l’alleanza con Verdini al dialogo con i tradizionali alleati di centrosinistra. Una scelta che la base non ha capito e che è stata punita. Ad un partito allo sbando, i suoi elettori sembrano aver mandato – con il voto a de Magistris – un segnale per indicare qual è la direzione giusta: sarebbe un errore grave chiudere gli occhi e procedere ancora sul sentiero sbagliato.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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