Elettori democratici in fuga, il flop Valente peggio di Morcone

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A de Magistris un terzo dei voti in più di cinque anni fa nonostante una bassa affluenza e un M5s in ascesa sul 2011

Il più contento, almeno intimamente, sul piano personale, dell’esito delle elezioni comunali a Napoli forse è stato il prefetto Mario Morcone. Il suo nome, dal 2011 a domenica 5 giugno 2016, è stato sinonimo di flop elettorale, un esempio così spesso utilizzato che si è rischiato l’inserimento del verbo “morconare” nei dizionari, con il significato di “perdere rovinosamente”. Vittima di colpe non sue (fu chiamato a governare una barca che faceva acqua da tutte le parti), oggi può uscire di scena perché il Pd gli ha restituito la “dignità” che gli aveva sottratto 5 anni fa, collezionando un risultato ancora peggiore. Se è vero, infatti, che il prefetto, come candidato a sindaco di Napoli, prese il 19,15%, contro il 21,13% della Valente, è altrettanto vero che in voti assoluti Morcone ne raccolse oltre 4mila in più. Nel 2011, inoltre, il Pd – che a livello nazionale viaggiava su numeri più bassi di quelli di oggi – prese il 16,59% (pari a 68.018 voti assoluti), mentre oggi solo l’11,63% (pari a 43.790, più di un terzo dei voti in meno). Bisogna, inoltre, ricordare che Morcone non è un politico, e la Valente è una deputata, coordinatrice in Campania della corrente Rifare l’Italia che fa capo al ministro Orlando e al presidente del partito Orfini, e che Morcone – dopo gli strascichi delle cruente primarie Cozzolino-Ranieri – fu sostanzialmente abbandonato da tutti in campagna elettorale, mentre la Valente è stata confortata dalla presenza in città di numerosi ministri, e dal presidente del Consiglio in persona, che è venuto a Napoli più volte, sia in manifestazioni elettorali, sia per annunciare finanziamenti per questo o quel progetto a favore del capoluogo campano. Un traino di cui Morcone non poté godere, visto che nel 2011 al governo c’era il centrodestra con Berlusconi, che spinse in alto Lettieri il quale si aggiudicò infatti il primo turno conquistando il 38,52%, pari a 179.575 voti.

Il primo partito è una lista civica e il tracollo del Pd è più forte nelle periferie: un fenomeno preoccupante che accomuna Napoli a Milano e soprattutto a Roma

Domenica 5 giugno Lettieri, pur accedendo al ballottaggio, ha raccolto solo 96.961 voti (il 24,04%), quasi la metà di 5 anni fa, ma la Valente, nonostante l’inserimento nella sua coalizione di liste e nomi provenienti dalla destra (in particolare di Ala, ma anche di tanti candidati nelle civiche), non riesce a intercettare il voto moderato in fuga da Forza Italia. La lista di Verdini porta, infatti, in dote poco più di 5mila voti (l’1,41%), l’Udc circa 4mila (1,09). E si può continuare a scendere, coriandolo per coriandolo, fino ad arrivare alla lista che univa liberali e repubblicani, che raccoglie “ben” 701 voti (lo 0,18). E’ la sconfitta dello schema Renzi, secondo il quale per vincere bisogna tagliare a sinistra per recuperare a destra. Uno schema che sembra non aver funzionato nemmeno a Milano, dove aveva più chance. Figurarsi se poteva dare frutti in una città come Napoli che storicamente ha un forte e nutrito elettorato di sinistra e un consistente voto di opinione, che spesso stupisce per le sue scelte. Una sconfitta certificata dai dati, che vedono de Magistris largamente avanti al primo turno e favoritissimo per il ballottaggio. In pratica, nella rincorsa ai moderati, il Pd si è perso una fetta enorme del suo elettorato. A chi eroicamente sostiene che il calo del numero dei voti assoluti conquistati dalla Valente e dal Pd rispetto a 5 anni fa dipenda non tanto dalla fuga degli elettori verso de Magistris quanto dall’astensionismo, sono sempre i numeri a rispondere. Innanzitutto, l’affluenza al voto, sebbene in calo, non è così differente rispetto al 2011: a Napoli si è passati infatti dal 60,32% al 54,11%, ma 6 punti in meno sembrano fisiologici se si tiene conto del fatto che 5 anni fa si votava in due giorni, che le elezioni erano a maggio e non a giugno (mese in cui è più facile cedere alla tentazione del weekend a mare) e che la giornata elettorale appena trascorsa era incapsulata in un lungo ponte festivo. Inoltre, nonostante il calo degli elettori, c’è chi, come de Magistris e come lo stesso Movimento 5 stelle, guadagna molti voti rispetto alla precedente tornata. Il pentastellato Matteo Brambilla, ad esempio, conquista il 9,63%: un risultato modesto se confrontato con quello del M5s delle politiche e con gli attuali sondaggi, in cui il movimento di Grillo intercetta il gradimento di un quarto degli italiani, ma molto superiore rispetto alle comunali del 2011 quando il candidato a sindaco Roberto Fico si fermò all’1,38%. In 5 anni, quindi, in città il M5s passa da 6.441 preferenze a quasi 39mila: in voti assoluti è più di sei volte tanto. Voti anti-sistema che, teoricamente, avrebbero dovuto arrivare dal bacino di de Magistris. Eppure, il sindaco uscente, rispetto a 5 anni fa, malgrado l’inferiore affluenza al voto e un Movimento 5 stelle di gran lunga più forte, non cala in numero di voti assoluti, anzi ne raccoglie oltre un terzo in più passando da 128.303 a 172.710. Appare, quindi, ancora una volta evidente che una larga fetta dell’elettorato del Partito democratico ha scelto di votare non per la Valente ma per de Magistris, non ritenendo adeguata la proposta elettorale del proprio partito. Non è un caso, infatti, che il primo partito a Napoli sia una lista civica, quella “de Magistris sindaco” che totalizza il 13,79% (pari a quasi 52mila voti), triplicando il risultato della lista civica che supportò lo stesso ex pm nel 2011 (allora si chiamava “Napoli è tua”), che si fermò al 4,61% (poco più di 18mila voti). Il fenomeno delle liste civiche, tradizionalmente presente soprattutto nei piccoli comuni, è molto interessante nella dinamica napoletana perché è stato lo strumento che ha consentito al sindaco uscente di traghettare il voto dei delusi del centrosinistra, e del Pd in particolare, su di sé, senza obbligare questi elettori a sostenere un partito tradizionale, cosa che avrebbe reso più difficile spostare voti. D’altronde, quella della centralità delle liste civiche è la tecnica che il governatore De Luca ha adottato da sempre a Salerno, costruendo il suo consenso plebiscitario che oggi è addirittura in grado di spostare su un altro candidato. Vincenzo Napoli è stato infatti eletto sindaco di Salerno al primo turno con il 70% dei voti in una coalizione in cui, è bene ricordarlo, il simbolo del Partito democratico non c’era. Un altro dato interessante, infine, è quello dei quartieri: a Napoli, così come a Milano, e soprattutto a Roma, il Pd ha un tracollo soprattutto nelle periferie, mentre cala meno al centro e nelle zone più agiate: un dato preoccupante per un partito di sinistra. Un dato che dovrebbe consigliare una veloce e netta correzione della rotta.//

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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