Il governo del fare dell’Invisibile Caldoro

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Tratto dal libro «L’invisibile – scandali, inchieste e potere nella Campania di Stefano Caldoro»
«L’ufficio, accertato che il candidato ha riportato, fra tutti i candidati alla carica di presidente, il maggior numero dei voti validi, cioè 1.579.566, proclama eletto alla carica di Presidente della Giunta regionale della Regione Campania il signor Caldoro Stefano, nato a Campobasso il 3 dicembre 1960…». Il verbale di proclamazione firmato, timbrato e controfirmato è pura burocrazia e al tempo stesso sostanza: le chiavi del palazzone di via Santa Lucia sono tutte in quel fascicolo. Nel comitato elettorale, in un albergo del centro di Napoli, già ci sono tutti: in questa città l’odore del potere si fiuta sottovento e ci si muove in anticipo. «Il governo del fare» è lo slogan declinato su manifesti e volantini, striscioni d’ogni tipo; il colore dominante è il blu. Blu come le divise dei vigilantes che fanno largo all’Eletto che avanza, blu come le giacche di giovani e meno giovani portaborse che già si fregano le mani e saltellano cantando con la bottiglia di champagne in mano: «Sai / perché / mi batte il corazon / ho visto il presidente / ho visto il presidente…», blu come la sera di marzo del 2010 che chiude la fase dell’ex comunista Antonio Bassolino a Palazzo Santa Lucia per passare a quella dell’ex socialista Stefano Caldoro. Laureato in Scienze Politiche, giornalista, sposato con Annamaria Colao, endocrinologo e ordinario di Medicina all’Università Federico II, Stefano Caldoro è socialista figlio di socialista. Il padre Antonio è stato un potente col garofano appuntato all’occhiello negli anni Ottanta e Novanta.
Dal quartier generale il nuovo governatore della Campania si affaccia ed è una rivincita: il ricordo va ai giorni del disonore di Roma, a quell’hotel Raphael quartier generale di Bettino Craxi, alla pioggia di monetine al passaggio del “Ghino di Tacco” rovinato da Tangentopoli, massacrato dall’opinione pubblica. Il giovane Caldoro annaspò nei dolori del dissolvimento di una esperienza politica ma restò giovane sergente al fianco del capo fino all’ultimo. Come sempre: silenzioso, servizievole, conciliante. «Quei due anni, il 1992 e il 1993, gli anni in cui è morto il mio partito, sono stati il mio Vietnam. Ma mi hanno formato. Anche per questo sono qui» ebbe poi a spiegare.
L’ex soldato Stefano, dunque, s’affaccia dal quartier generale elettorale e giù trova un gruppetto di fedelissimi che sbandierano il vessillo col garofano socialista: è probabilmente la prima volta dopo vent’anni che quel garofano non è un’onta, un «quando c’erano loro si mangiava» ma è tornato a essere un simbolo di vittoria.
Almeno simbolicamente, sia chiaro: è vero che Caldoro era rimasto fedele a Craxi, ma non certo immobile: una volta dissolto il Partito Socialista Italiano nello scacchiere della politica campana il giovane rampollo si era mosso fluidamente, aderendo a Forza Italia e scalandola: nel consiglio di amministrazione della Cassa depositi e prestiti (2000); sottosegretario e poi viceministro a Istruzione, Università e Ricerca e, nel 2005, ministro per l’Attuazione del Programma nel Berlusconi III.
Il consenso ce l’ha, Stefano Caldoro. Non è un signore delle preferenze ma sa come farsi votare. Ha imparato la lezione di potere dal padre Antonio, che negli anni Novanta fu pupillo di Carmelo Conte, ras socialista della provincia di Salerno. Dal genitore ha compreso che il detto biblico «prudenti come serpenti, semplici come colombe» vale in politica soprattutto per la prima parte. Prudenza. Prudenza. Caldoro jr. non è cresciuto alla scuola dei notabili democristiani vesuviani ma ne conosce la compostezza e il volto moderato; è un anti-comunista ma conosce l’oliato meccanismo che ha consentito agli eredi dell’ex Pci di governare Napoli e la Campania per quasi due decenni. È prudente, molto. All’inverosimile. Del resto, ha i suoi motivi. Il padre durante il suo periodo di potere fu perfino spiato dalla Cia, inserito nel documento “Potential leader biographic reporting list” insieme a Craxi, Berlinguer, De Mita, Agnelli. Antonio Caldoro fu anche coinvolto nel cosiddetto “scandalo delle lenzuola d’oro”, storiaccia di mazzette sulle forniture alle Ferrovie dello Stato, settore che negli anni di Tangentopoli era bacino di voti della cosiddetta «sinistra ferroviaria» del Psi di Claudio Signorile. Da quella scuola di vita il rampollo tranquillo e moderato, insieme alla prudenza ha assimilato una concezione che, come vedremo, nominerà spesso e altrettanto spesso distorcerà: «Garantismo».
«Io sono fatto così, non mi potete cambiare: penso alla responsabilità piuttosto che alla festa», dice a Goffredo Buccini del Corriere della Sera appena ha saputo di aver battuto il sindaco Vincenzo De Luca, il “Pol Pot di Salerno” suo avversario alla corsa a governatore regionale. Non è un giapponese nella giungla Stefano Caldoro: il Vietnam di Tangentopoli l’ha vissuto assimilando rapidamente la chiusura di quell’epoca; ha rapidamente cambiato casacca conservando una formale identità politica, ha vinto le elezioni Regionali del 2010 scansando non solo gli avversari ma dossier e fuoco amico. E quella volta in cui si affaccia per festeggiare è l’unica in cui si comporta da personaggio, da leader. Un secondo dopo rimette il cappotto scuro e la sua figura sottile sparisce nel nero della città. La campagna elettorale è finita. Stefano Caldoro governerà per un quinquennio la terza regione d’Italia per numero d’abitanti. Ora può tornare a essere un invisibile. […]

Il governo del fare dell’Invisibile Caldoro

di Giuseppe Manzo e Ciro Pellegrino

Round Robin Editrice • 160 pagine Prezzo: 13 euro

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Autore

Giuseppe Manzo - Ciro Pellegrino

Giuseppe Manzo__Giornalista e scrittore. Direttore del quotidiano online nelpaese.it e redattore del Giornale Radio Sociale. È co-autore di «Chi comanda Napoli» (Castelvecchi), «Le Mani nella città»(Round Robin) e «L’Invisibile» (Round Robin). _______________________________________________________________________________________________________________________________________ Ciro Pellegrino__Giornalista professionista, guida la redazione cronaca di Fanpage.it. Ha lavorato per Il Mattino e Linkiesta.it. Il suo blog è giornalisticamente.net. Nel 2007 ha vinto il Premio Giancarlo Siani, nel 2012, i premi Giuntella e Marcello Torre. È co-autore del «Il Casalese» (Cento Autori), «Novantadue» (Castelvecchi), «Le mani nella città» (Round Robin) e «L’Invisibile» (Round Robin).

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