«Per far vivere i valori di sinistra oggi serve uno Stato più leggero»

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Il filosofo Masullo: la giustizia sociale non è garantita da una burocrazia pesante che schiaccia la vita sociale

Non so se quello che dico può essere considerato visto da sinistra, io mi sento di sinistra, però”. Così Aldo Masullo esercita, anche su se stesso, il dubbio che è lo strumento inseparabile per un filosofo, come il bisturi per il chirurgo. Anche se nessuno, e in realtà nemmeno lui, dubiterebbe del fatto che è di sinistra. Più volte parlamentare, prima del Pci e poi dei Ds, a novant’anni trova un’ora, tra un impegno e l’altro, per spiegare che la sinistra è un sentimento, un atteggiamento morale verso il cambiamento. E che, per un partito di sinistra che voglia governare il Paese, come il Partito democratico, conta innanzitutto chiarire gli obiettivi, mentre gli strumenti per raggiungerli, nel corso del tempo, possono cambiare. E, di volta in volta, vanno scelti quelli più adeguati a conseguire i risultati che ci si prefigge, rifuggendo da vecchi vincoli ideologici che rischiano di non corrispondere alla società del momento, che si intende rappresentare.

Professore, qual è l’essenza della sinistra, quali sono i suoi caratteri irrinunciabili?
«Io credo che sinistra sia, innanzitutto, un atteggiamento morale, una visione del mondo. Non di carattere totalitario, esclusivistico, ma di carattere analitico. Voglio dire che, di fronte al problema del governo di una società, due sono i possibili atteggiamenti: uno dei quali è quello che prende, ormai dalla fine del Settecento, il nome di sinistra, e l’altro quello che prende il nome di destra. E indicano, a prescindere dalle particolari strategie, tattiche, programmi, due atteggiamenti mentali. Quello della destra è l’atteggiamento di chi tende a conservare lo stato delle cose, l’ordine esistente. L’atteggiamento di sinistra, invece, è quello di chi tende a cambiare lo stato delle cose e l’ordine esistente. Ovviamente, e la conservazione e il cambiamento implicano delle valutazioni sullo stato delle cose. L’atteggiamento di destra è la valutazione che lo stato delle cose è, tutto sommato, quello più adeguato alla vita collettiva. E le persone di destra ritengono che adeguato alla vita collettiva sia un ordine della società che sia, perlomeno prevalentemente, verticale. Al contrario, chi ha pensieri e sentimenti di sinistra ritiene che l’ordine delle cose non sia il migliore possibile e che, viceversa, vada quest’ordine cambiato nel senso di una maggiore, se non totale – il che è impossibile – prevalenza della orizzontalità. Si tratta, dunque, di due punti di vista che, come tutti i punti di vista fortemente pensati, coinvolgono dei sentimenti. E quindi c’è un sentimento di destra e un sentimento di sinistra. Io credo che, a questi due punti vada ricondotta la distinzione tra la destra e la sinistra, indipendentemente dai particolari momenti, indipendentemente dai programmi dei singoli partiti, indipendentemente dall’azione dei singoli governi. Ma come modo di stare dell’uomo cittadino di fronte alla società a cui egli appartiene, queste due sono le possibili dimensioni.»

Tra le caratteristiche della sinistra italiana c’è anche quella di essere spesso divisa su cosa sia o meno di sinistra. Ma chi lo decide, e su quali basi?
«Innanzitutto, dobbiamo rilevare che, storicamente, la sinistra tende a dividersi molto di più di quanto non tenda a fare la destra. E questo si spiega abbastanza facilmente pensando che, coloro che si orientano verso destra, e tendono quindi a conservare lo stato delle cose, sanno bene che cos’è che essi tendono a conservare: i propri interessi, la propria concezione dei rapporti sociali. E, invece, chi vuol cambiare sa che cosa vuole togliere ma non sa con precisione che cosa vuole mettere. E su questo punto, quindi, si accendono le controversie, le discussioni, qualche volta si accendono i conflitti, all’interno di questa ampia area di sinistra. È evidente che sia la destra che la sinistra si trasformano da pure e semplici aree di orientamento di pensiero emotivo, come prima dicevo, in veri e propri processi di azione, a determinate condizioni. La prima condizione, in ogni trasformazione, e anche in ogni lotta per evitare la trasformazione, quindi tanto nella sinistra quanto nella destra, è che, di fronte alla pluralità sempre estremamente particolareggiata, e quindi differenziata, delle posizioni collettive, si trovino dei punti, dei luoghi e delle persone capaci di incanalare le diversità, all’interno dell’una o all’interno dell’altra parte, verso un obiettivo concretamente realizzabile. In modo da rendere, quindi, possibile il passaggio dalla astrattezza delle dichiarazioni di principio, o dei puri e semplici sentimenti, alla concretezza dell’azione politica. E quindi, questo comporta il passaggio da una democrazia latamente e vagamente intesa, ad una democrazia concreta, che è quella che trova la sua possibilità di esercitarsi nelle procedure attraverso le quali i dibattiti si vengono a decidere, si dirimono le differenze e si elaborano progetti concreti.»

Il lavoro è certamente il tema identitario per eccellenza per la sinistra: come mai oggi, però, i lavoratori non vedono nel principale partito della sinistra, il Pd, il punto di riferimento prioritario, com’era per il Pci nei primi decenni della Repubblica?
«La cosa non mi meraviglia perché la lotta politica è sempre definita nella sua concretezza dalla situazione sociologica. Cioè, chi pensa e sente il fascino della sinistra, o chi pensa e sente il fascino della destra, è una persona in carne ed ossa, con i suoi interessi, con i suoi bisogni, con la sua collocazione nel meccanismo sociale in atto. E quindi, evidentemente, quando le collocazioni, i meccanismi, cambiano, si trova a cambiare anche la situazione di chi, pur avendo una visione generale progressista, per esempio, si trova, sulla planimetria della situazione sociale, in un posto diverso da quello in cui si trovava prima. E quindi, in una società come questa che si è venuta a realizzare negli ultimi venti, trent’anni – che è la società che viene fuori dalla esplosione del sistema elettronico, delle tecnologie di comunicazione a distanza, completamente diverse da quelle tradizionali, e di modi di comunicare completamente diversi – si è avuto un progressivo deperimento del peso delle forme tradizionali legate, per esempio, alla fabbrica, rispetto ad una esigenza o anche a delle condizioni di fatto completamente nuove. Ed è quindi naturale che un partito possa essere non più sentito con la stessa fiducia di un tempo da parte di alcuni settori della realtà sociale, che invece un tempo riponevano in quel partito il massimo della fiducia. Fino a quasi la fine del secolo scorso, la fabbrica era al centro della organizzazione sociale ed economica. Anche il capitalismo era un capitalismo che trovava il luogo del suo esercizio produttivo di guadagni e vantaggi nella organizzazione industriale. E quindi, un partito quale era ad esempio il Partito comunista nel secolo scorso, era un partito a cui corrispondeva un interesse di classe ben determinato, quale era l’interesse della classe operaia, che era forte, non soltanto dal punto di vista qualitativo ma anche dal punto di vista quantitativo. Ora il Pd è un partito che, da questo punto di vista, è più moderno del Pci, nel senso che è più corrispondente a una nuova sociologia. Ma questa nuova sociologia è una sociologia al cui centro non c’è più la classe operaia bensì c’è una variegata molteplicità di status professionali. E in cui le competenze e gli interessi sono del più vario tipo. E prevalgono, anche per la propria aggressività nel gioco sociale, quelle competenze che appartengono ai nuovi lavori, alle nuove professioni. E da questo punto di vista si comprende come il Pd non sia più quello che ha il primato presso la classe operaia, o quel poco di classe operaia che è rimasta. Perché dobbiamo ammettere che alcune classi, e non solo quella operaia, non esistono più. Per lo meno con la forza con cui esistevano un tempo. Purtroppo, non sempre perché si sono trasformate in qualcosa di diverso e diversa potenza, ma perché si sono dissolte. I loro membri si sono impoveriti. Quindi, noi non abbiamo da un lato la classe operaia che lotta per una visione del mondo e dall’altra parte una borghesia che lotta per conservare una propria visione del mondo. Noi abbiamo una molteplicità di individui privi ormai di una propria collocazione ben definita all’interno del sistema produttivo. E, se da un lato abbiamo alcuni soggetti portatori di grandi interessi finanziari che con la fabbrica e con la produzione industriale non hanno nulla a che vedere, dall’altro abbiamo una grande quantità di ex operai e di ex borghesi, piccoli borghesi, impoveriti. Quindi, il quadro non è più quello di due classi ma di una molteplicità di situazioni, estremamente polverizzate, e che si possono, sulla carta, statisticamente valutare da un lato come quella di soggetti che tendono ad arricchirsi attraverso le vicende finanziarie e, dall’altra parte, una quantità di soggetti che tendono, non per loro volontà, certamente, continuamente a immiserirsi. Questo credo che sia il quadro davanti al quale si trova oggi un partito come il Partito democratico.»

È chiaro che nessun partito può agire senza avere un sottofondo identitario. Ma non si può nemmeno mantere in astratto un’identità che magari appartiene ad un’altra epoca.

Per un soggetto politico conta di più l’identità, la coerenza rispetto ai propri valori di riferimento, o la concretezza, la capacità di risolvere i problemi?
«Io credo che identità e risposta ai problemi emergenti siano due poli, ma solo astrattamente due poli. Perché il modo come si risponde alle esigenze emergenti è già un processo attraverso il quale l’identità si costruisce. E, dall’altra parte, non è possibile rispondere ai problemi emergenti senza un’identità, non dico forte nel senso della durezza ma nel senso della chiarezza. Cioè è evidente che a certi problemi si sia portati a dare risposta molto più vivacemente se, per esempio, il proprio sentimento di fondo è quello della conservazione o, viceversa, quello del cambiamento; quello dell’acquiescenza ai vincitori o quello, viceversa,
della difesa di chi sta soccombendo. Quindi, io non porrei un problema di astratta scelta fra identità e azione, perché è chiaro che non si può agire se non avendo un sottofondo identitario, che non è quello ideologico, è quello razionale, è quello dei sentimenti. E, dall’altro lato, non si può avere una definizione di un’identità, mantenendo in astratto un’identità che magari appartiene ad un’altra epoca. Come le persone: chi sono io? È inutile andare a vedere il mio stato civile. In ogni momento della mia vota io sono stato qualche cosa che, probabilmente, è un po’ diverso da quello che sono stato in un altro momento della mia vita. Allora la mia vera identità, per chi la voglia conoscere, non emerge dalla lettura di quello che ho scritto vent’anni fa o trent’anni fa, che pure è necessaria, ma soprattutto dalla comprensione, nel rapporto con me, di che cosa oggi voglio, che cosa oggi penso: è questa la mia identità. Questo vale per gli individui, per i partiti e per i movimenti.»

La sinistra cosa dovrebbe conservare della tradizione e cosa mettere da parte per costruire un’identità moderna?
«Bisogna, io credo, saper definire i propri obiettivi e saper distinguere i mezzi che si vogliono o si possono adottare per realizzare quegli obiettivi. Quindi, se noi vogliamo veramente realizzare una società che quanto più possibilmente sconfigga la miseria, che cioè porti la quasi totalità, per non dire la totalità della popolazione a un livello di vita compatibile anche con i desideri che un mondo tecnologicamente avanzato come il nostro suggerisce, occorre certamente non lasciarsi trascinare dalla corrente, dalla moda, dalla massificazione ma, dall’altra parte, nell’individuare strumenti che superino la massificazione e le mode, che giungano a risolvere i problemi concreti, occorre capire quali sono i desideri attualmente vigenti nella società. È inutile dire: non usate il telefonino perché costa troppo, se poi io vedo che tutti gli altri lo usano. E bisogna poi rendersi conto che proprio se io voglio rendere meno incisiva, diffusa e drammatica la povertà, se non la miseria, io debbo organizzare il meccanismo sociale in modo da produrre più di quanto non si sia prodotto finora. E, quindi, allora, occorrono le famose riforme di cui si parla tanto oggi. Vale a dire non privilegiare l’imprenditore – facciamo questo esempio – ma togliere all’imprenditore quei vincoli che non sono legati all’utilità sociale dei vincoli stessi, ma sono semplicemente delle rimanenze di una vecchia burocrazia, di un vecchio Stato. Quindi, uno Stato deve essere più leggero di quello che è attualmente ma, al tempo stesso, essendo così più leggero, deve avere una maggiore capacità di affrontare le questioni che oggi si pongono sul tappeto. Proprio perché io sono più leggero e quindi rendo possibile una produzione di ricchezza debbo anche impegnarmi a una distribuzione più giusta della ricchezza. Cioè io non posso impegnarmi a distribuire più giustamente la ricchezza, se non la produco. Ecco, questo mi pare che sia un punto nevralgico di una politica concreta che un partito, in questo caso il Partito democratico, che vuole essere un partito il più possibilmente aperto al progresso sociale, ma al tempo stesso il più possibilmente libero da incrostazioni ideologiche astratte, deve perseguire. Quindi, un’opera costante di riduzione del peso dello Stato. Io, sarò blasfemo, ma non ho mai condiviso il fatto che il sindacato sia diventato cogestore in molti settori della vita nazionale, perché questo risponde al vecchio interesse e alla vecchia politica della Democrazia cristiana la quale, in fondo, ha dominato l’Italia, e ha inoculato in essa molti dei veleni che attualmente ci intossicano, proprio realizzando l’incesto – come io lo chiamo – tra l’economico e il politico. Nel 1963 Fanfani, segretario nazionale della Dc, dice: come dobbiamo finanziare il partito? Ci sono le industrie di Stato, ci facciamo pagare dalle industrie di Stato, mettiamo a capo di queste industrie i nostri fiduciari, le loro passività vanno a ricadere sul bilancio dello Stato e noi facciamo vivere la Democrazia cristiana. Nel fare questo dà inizio a un processo di progressivo, incestuoso sviluppo dell’intrigo tra interessi che devono mantenersi distinti perché si abbia una corretta democrazia. Questo mi sembra un punto sul quale un partito come il Pd dovrebbe avere il coraggio di assumere una posizione chiara e, in questo modo, capace di suscitare la fiducia.»

Quali sono, a suo parere, le priorità di oggi per un’agenda di governo vista da sinistra?
«Io non so se quello che dico può essere considerato visto da sinistra, io mi sento di sinistra, però. In fondo, la democrazia quando muore? Quando si moltiplicano le procedure formali della democrazia, al punto tale da diventare elemento paralizzante. Quindi, se noi introduciamo, come concetto democratico, quello che anche se – per esempio – in un istituto si deve comprare una scopa, si debba convocare un’assemblea, e quindi aprire una discussione, che può durare tanto quanto quello sporco che la scopa era destinata a togliere, rischiamo che quello sporco diventi un veleno non più riparabile. Questo è un primo punto. Quindi, nell’idea di alleggerimento dello Stato ci sta proprio questo, quello del dimagramento dei meccanismi perché, quanto più i meccanismi si moltiplicano, tanto più diventano inefficienti, produttivi soltanto di paralisi. Questo mi sembra un altro dei punti fondamentali, ai quali bisognerebbe porre mano. E senza dire che questo riguarda non solo il processo di formazione delle volontà, e quindi poi delle decisioni, ma anche il costo in termini di intelligenze e di impegno intellettuale, e anche proprio in senso di denaro. Se noi vediamo quanto denaro si è speso fino ad oggi – talvolta esce fuori in maniera scandalosa – nel finanziare e creare nuovi centri di spesa, questo è un elemento che ha soltanto l’apparenza dell’incremento della democrazia, ma è in effetti proprio ciò che va contro la vita della democrazia. E io credo che un grande partito a vocazione nazionale debba anche tener presente questo. Lo Stato può diventare un garante molto più forte, non solo della libertà ma anche della giustizia sociale, soltanto se non diventa esso stesso l’elemento ingombrante. Mi sembra che queste siano alcune considerazioni che vadano fatte da un partito che voglia cercare di rendersi conto di che cosa deve fare. La celebre domanda leniniana: che fare? Questa è la domanda politica per eccellenza. Ma a questa domanda non si risponde con gli schemi astratti, né con le lamentazioni. Si risponde analizzando lo stato delle cose e cercando di far emergere quali sono gli strumenti positivi e quali quelli negativi in atto nella nostra società politica ed economica. E quindi quali sono da modificare, in quale direzione vanno modificati.»

Quindi, se in passato si è sempre detto, in maniera semplificativa, che la sinistra è per una maggiore presenza dello Stato, mentre la destra ne combatte l’invadenza, oggi lei pensa che debba essere la sinistra, proprio per tener fede ai suoi valori, a volere una limitazione dell’ambito di azione dello Stato?
«Vede, nella storia spesso si hanno degli apparenti capovolgimenti. In fondo, nell’Ottocento, rispetto al problema dello Stato, la destra voleva lo Stato forte e la sinistra lo voleva debole. Oggi sembra il contrario: che la destra lo voglia debole e la sinistra forte. Allora il problema, ancora una volta, non è di astratte posizioni ideologiche. Il problema, per un partito, è di saper servire quegli interessi che il proprio sentimento porta a servire. Un uomo di sinistra da quali sentimenti è portato, che cosa vuole servire? Vuole servire la maggiore giustizia sociale, vuole servire la soppressione della miseria, vuole gestire una cultura più diffusa. Ecco, allora, qual è lo strumento: più Stato o meno Stato? E anche qui la risposta non è in astratto. Voglio uno Stato che cambi la sua forma, cioè uno Stato che non si identifichi con un peso che schiaccia i vari momenti della vita sociale, perché schiacciando poi difende interessi anche di tipo corporativo, particolaristico, egoistico, ma voglio uno Stato, viceversa, che sia forte e leggero. Non confondiamo la forza con la pesantezza. Ecco, io direi che una sinistra deve essere non liberale, anziché socialista, o socialista, anziché liberale, ma deve essere capace di rendere lo Stato entro il quale si muove più forte proprio in quanto più leggero. Queste mi sembra che siano le due parole che riassumono l’obiettivo che, secondo me, oggi un partito che si candida ad essere partito di maggioranza e di governo deve assumere come proprio criterio di guida, e anche come proprio elemento di comunicazione sociale: far capire alla gente che cosa significa uno Stato più leggero ma più forte, anziché uno Stato troppo pesante, ma quindi debole.»

masullopiccoloteatroPiccolo teatro filosofico
Tra i numerosi libri di Aldo Masullo, ne segnaliamo uno degli ultimi, anche per la leggerezza, e il divertimento, con il quale il filosofo napoletano affronta quattro temi cardine del pensiero, e della vita umana: anima, verità, giustizia e tempo. La forma è quella di dialoghi, due dei quali impossibili perché tra persone vissute in epoche diverse. Si va da Dialogo dell’anima e di un automa a Dialogo di Benedetto papa e del principe Amleto, da Dialogo di Giordano Bruno e di un procuratore di Stato a Dialogo di Eraclito l’Oscuro e di uno sveglio orologiaio. Così presenta il libro lo stesso autore: «Intrecciare percorsi mentali non preordinati è dialogo: è l’anima che, secondo Platone, nel discutere con altri sulle questioni di fondo del vivere umano dialoga con se stessa».

Editore Mursia • Prezzo: 14 euro

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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