Scheletri di fabbriche e degrado la lenta agonia di Napoli Est

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L’ex area industriale era sede di colossi della manifattura oggi è un dormitorio per disoccupati figli di operai

Scheletri di fabbriche abbandonate, capannoni dismessi e fatiscenti, terreni brulli, eserciti di palazzoni in cemento armato, spoglie silenziose. Interi agglomerati industriali che attendono, invano, di essere recuperati e destinati ad altri usi. È questa un’odierna e degradante istantanea di una periferia in cui l’assenza istituzionale echeggia, dove la criminalità organizzata spopola e i servizi urbani boccheggiano. E’ la Zona Est del Comune di Napoli, che comprende i popolosi quartieri di Barra, Ponticelli, Poggioreale e San Giovanni a Teduccio. Un’area il cui passato splendore industriale ha contribuito a rendere grande la capitale del Sud Italia, creando occupazione e ricchezza per tutto il territorio, alimentando anche i valori della classe operaia. Un’area complessa e disarticolata, che oggi ostenta la sua fragilità.

Il passato industriale svanito
Come è ben noto la conformazione architettonica del Centro di Napoli inibisce l’esistenza di grossi poli industriali o aziende di mastodontiche dimensioni. È per questo motivo, che sin dalla metà del 1700, l’area orientale della città venne individuata quale area industriale. Era il lontano 1779 quando vi sorse il primo importante opificio, la grande fabbrica dei Granili, una megastruttura borbonica distrutta nell’ultima guerra, destinata a silos di grani, fabbrica di cordami e deposito di artiglierie. È agli inizi del 1800 che si inizia a definire un assetto di tipo manifatturiero, con grandi insediamenti appartenenti prevalentemente all’industria tessile e meccanica, ed altri, di ben minori dimensioni, ai settori della vetreria a colori e delle lavorazioni delle pelli e del cuoio. Negli anni Venti del 900 nacque, poi, la grande azienda specializzata in conservazione di vegetali, la Cirio. Un complesso di dimensioni enormi nei pressi della zona di Vigliena, un prolungamento naturale del porto di Napoli. Un’azienda che, alla fine degli anni Trenta, contava già 5.000 dipendenti nella sola sede di San Giovanni a Teduccio, chiusa negli anni Ottanta. Di egual portata è la storia della Corradini, fondata dall’omonimo imprenditore svizzero Giacomo Corradini: un grande complesso per la produzione di manufatti in rame, realizzato dall’ampliamento di un precedente impianto metallurgico, il Delny-Gravié, rilevato dall’industriale. Anche la Corradini si trovava sul litorale di Vigliena, tra la ferrovia che conduce da Napoli a Portici e il mare. Nata nel 1882, raggiunse una superficie di circa 6.000 mq e 7.500 dipendenti. Danneggiata durante la seconda guerra mondiale, chiuse i battenti nel 1949. Quell’area oggi appartiene al Comune di Napoli.
Altra rilevantissima realtà è quella della SNIA Viscosa, società prima di navigazione poi di produzione di fibre tessili, quali la viscosa. Anch’essa, come la Cirio, nacque negli anni Venti dello scorso secolo e dava occupazione a 10.000 dipendenti. La SNIA Viscosa, soprattutto, rappresentò una vera rivoluzione sociale per il territorio. Intorno a essa sorsero, infatti, per iniziativa dell’azienda un quartiere residenziale, il poliambulatorio, l’asilo e altri servizi sociali e ricreativi, tutte strutture che stabilirono con il territorio un legame molto forte, che resta nella memoria degli abitanti di San Giovanni a Teduccio. Dismessa negli anni Settanta.
Sempre nel sito di Vigliena si ergeva imponente la Centrale Capuano. I lavori per la sua costruzione iniziarono nel 1930, ad opera della Società Meridionale di Elettricità (Sme), fondata nel 1899 per iniziativa di una finanziaria ginevrina a lungo guidata dall’ingegnere Maurizio Capuano. La centrale integrava la fornitura di energia che la Sme produceva altrove e importava in città. Il secondo conflitto mondiale, però, apportò gravi danni alla Centrale Capuano che, dismessa, sarà poi demolita dopo il terremoto del 1980. Era il 1953 quando Sme, con i finanziamenti americani (Piano Marshall) per la ricostruzione postbellica, diede  vita alla nuova Centrale termoelettrica di Vigliena. Quindi, anche il comparto elettrico ha fatto da propulsore per l’economia della area est per più di mezzo secolo.
Successivamente nascono industrie petrolchimiche. Nel 1937 viene costruita la prima raffineria, direttamente collegata, tramite un particolare oleodotto, alla darsena petroli del porto di Napoli. Nel 1938 si insediò in quest’ area la OCREN, oggi Ansaldo Trasporti. Poco distante, nel 1956, sorse la Ignis Sud, oggi Whirlpool, che divenne, ben presto, uno dei più importanti stabilimenti del Mezzogiorno per la produzione di lavatrici. Rilevante per l’economia napoletana fu anche la Manifattura di tabacchi di via Galileo Ferraris, inaugurata nel 1956 con i suoi 3.000 e poco più dipendenti, e dismessa nel 2000.
È palesemente evidenziabile, per quasi tutti i casi, che la fine di un’era, quella industrializzata che ha dato vitalità, occupazione e libertà ai cittadini di quei quartieri, diversamente destinati soprattutto a lavori di impronta rurale,  sia rintracciabile a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. L’indebolimento di questo affermato e solido polo industriale iniziò a presentarsi con l’espandersi del settore terziario e del boom edilizio di quegli anni. Le abitazioni andavano a sostituire piccole fabbriche, perché il settore, allora, era da considerarsi molto più redditizio per gli imprenditori e meno inquinante, nel rispetto delle norme. Le grandi aziende erano troppo vicine alle abitazioni, comportando un enorme tasso di inquinamento, soprattutto in riferimento alle centrali elettriche. Quindi, l’inizio della crisi nazionale del settore manifatturiero, lo sviluppo del settore terziario, di quello edilizio ed infine  l’inquinamento rappresentano i maggiori fattori di deindustrializzazione dell’intera area.

Il declino
Necessario è sottolineare lo splendore passato dell’area est. Prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, infatti, a Napoli e provincia era presente il nucleo industriale più importante del Mezzogiorno ed il quarto del Paese. Secondo il primo censimento dell’Italia Repubblicana, avvenuto nel 1951, Napoli risultò essere la prima realtà industriale del Sud. Dopo pochi anni emerse un forte incremento della forza lavoro e delle unità produttive. Aumentava sempre più il coefficiente di industrializzazione, che però rimaneva sempre abbastanza lontano dalle grandi città del Nord: Milano, Torino e Genova. Nel triennio 1962-1964 è l’intero Paese a versare in una condizione di crisi. I fattori scatenanti sono: rialzo dei prezzi, minori commesse statali, restrizioni creditizie, aumento della smisurata concorrenza estera, crisi del mercato interno ed infine aumento del costo della manodopera. I tradizionali settori erano in affanno, anche a causa di una mancata specializzazione. La concorrenza settentrionale invadeva il Meridione. Molte piccole ditte artigiane e fabbriche furono costrette a chiudere. La disoccupazione, ovviamente, aumentava. Rilevante è sempre stato per le grosse aziende presenti sul territorio l’intervento pubblico e le partecipazioni statali. E, con il loro progressivo ridimensionamento, i problemi economici del territorio si sono sempre più acuiti.
La crisi dell’industria conserviera e pastaria aumentava a dismisura, e gli addetti si dimezzavano. Alla già difficile situazione si aggiunge la crisi energetica del 1973, che contribuisce a spazzare via le industrie tradizionali, spingendo anche le multinazionali a chiudere le fabbriche. Moltissimi sono i posti di lavoro persi e scontato fu il ricorso alla cassa integrazione.
Tutto il settore manifatturiero, non solo il metalmeccanico, sino ad allora quello di maggiori proporzioni, era in difficoltà. Fenomeni questi che concorrono al declino industriale dell’area. La situazione non migliora neanche negli anni Ottanta. Centinaia le aziende che scomparivano, quelle che venivano fondate, invece, erano solo poche decine. Rilevante fu, così come lo è ancora oggi, il problema della mancanza delle medie imprese, che d’altronde sono il propulsore dell’economia italiana. La prevalenza assoluta era quella di imprese piccole o di grandi dimensioni. A ciò si affiancò il processo di delocalizzazione. Infatti, le fabbriche venivano spostate nelle aree a Nord della città, nel Casertano, dove importanti erano le disponibilità di terreni a costi bassi e la necessaria vicinanza alle autostrade. Un antico lustro e vanto industriale si avvicinava all’inesorabile destino: la deindustrializzazione. Lasciando null’altro che pile di mattoni e di rame, che un tempo ritraevano il profilo di un territorio fiorente, contrariamente a come si presenta oggi, quale un degradato dormitorio in periferia del capoluogo, sempre meno produttivo. Ovunque ci si volta è possibile rinvenire pezzi di storia, quella industriale, per più di un secolo il porto sicuro per moltissimi cittadini. Montagne di mattoni in tufo, torri ciminiere, cancelli arrugginiti contornano le speranze dei figli di quegli operai, a cui il territorio fornisce sempre meno la possibilità di riscatto, rendendo le opportunità occupazionali una vera e propria chimera.

La transizione
Sorge spontanea una domanda: cosa è cambiato del tessuto economico negli ultimi 30 anni? Le grandi aziende dalle migliaia e migliaia di unità di forza lavoro sono scomparse del tutto. Resistono, con non poca fatica, alcune eccezioni di grande portata insieme alle piccole, o meglio ancora piccolissime, aziende a conduzione familiare. Quello che oggi sopravvive è un tessuto, quasi stremato, fatto da piccole aziende fondate a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Piccole botteghe artigiane appaiono tra vie e viuzze degli antichi casali, alcune si concentrano lungo le principali vie di comunicazione, altre ancora sembrano mimetizzarsi tra le abitazioni popolari. Realtà produttive dove l’artigianato fa da caposaldo e l’operosità dei proprietari è preziosa. Qualcuna difende a denti stretti la propria fetta di mercato, qualcun’altra prova ad inserirsi in nuovi segmenti produttivi, innovando, raccogliendo nuove sfide e reinventandosi. Ma, in fin dei conti, queste creano un minuscolo tasso occupazionale: ognuna registra un numero di dipendenti che oscilla tra i 2 e i 5. La rotta è del tutto cambiata con l’avvento del terziario. Facendo una media tra i 4 quartieri interessati, poco meno del 20% delle attività produttive riguarda il settore manifatturiero. Quindi, nell’arco di trent’anni, quello che è cambiato è l’intero sistema produttivo del territorio. Si è registrata una trasformazione radicale. Dalle immense fabbriche si è passati a piccole realtà, che cercano di portare avanti con dignità il frutto di un lavoro pluriennale. Parte degli operai delle grandi aziende è ora in pensione, una parte non c’è più. E i figli? Pochi sono impegnati nel terziario, pochissimi nel manifatturiero, e tanti non hanno un’occupazione.

Quel che resta
Non mancano eccezioni a questa dinamica di radicale declino. Realtà anche grandi che hanno resistito, ma che oggi vengono messe a dura prova dal peso schiacciante della più intensa crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale. Sul territorio sono presenti alcune società per azioni, il cui numero di dipendenti non supera il duecento. Aziende del settore manifatturiero, di depurazione, di produzione di legno e alluminio, più una di progettazione aerospaziale. Possenti e numerosi sono i depositi, tra cui quelli della nota compagnia petrolifera Q8, dove un tempo c’erano raffinerie, e di alcune società del settore marittimo. Ma la manodopera, a scapito degli abitanti, non è impegnata qui. Fiori all’occhiello dell’intero territorio, e forse unici veri superstiti manifatturieri dello smantellamento industriale sono l’Ansaldo e la Whirlpool.
Molto complicata è comunque la situazione dei dipendenti dell’Ansaldo di Napoli, azienda plurisecolare di Finemeccanica produttrice di veicoli per il trasporto ferrotranviario. L’azienda ha messo prima in atto una fase di ristrutturazione e riorganizzazione per far fronte alla crisi del settore, ora paventa una cessione o scorporo delle società. Solo nel capoluogo campano sono 1.150 i dipendenti di Ansaldo Breda ed oltre 300 quelli di Ansaldo Sts. Da circa 2 anni, 173 lavoratori dello stabilimento in questione sono in cassa integrazione a rotazione. I lavoratori sono uniti per evitare la svendita di un patrimonio industriale pubblico, uno degli unici che ha resistito nel territorio.
Anche Whirlpool è in serie difficoltà. Pochi anni fa, per superare la fase di crisi, la multinazionale del comparto elettrodomestici prevedeva un taglio di 180 unità solo nello stabilimento campano. Con l’impegno dei sindacati fu scacciata questa possibilità, e fu accettato il compromesso dei contratti di solidarietà. E pensare che, nonostante tutto, nel 2012 l’azienda di Napoli, specializzata nella produzione di lavatrici, ha ottenuto il premio di migliore azienda del gruppo tra le 66 nel mondo per coinvolgimento, trasformazione e strategia. Eccellente gratificazione nostrana. La multinazionale sembra si stia riprendendo dal calo di vendite.

Le novità
Nel 2010 un gruppo di imprenditori campani ha costituito un comitato promotore per la riqualificazione dell’intera area sotto il nome di NaplEst, con l’obiettivo di ridare lustro al territorio con realizzazione di parchi, recupero di poli industriali e piani urbanistici innovativi. Un progetto attuativo del Comune di Napoli poi prevede la riqualificazione urbana del territorio, con riferimento alla riparazione di alcune delle più importanti arterie, dei sistemi fognari ed infine degli impianti di illuminazione. Dal documento ufficiale, reperibile dal sito del comune, si evince i lavori dovrebbero concludersi entro il 30 settembre 2015.
Nell’area degli edifici della ex Corradini, inoltre, dovrebbero essere collocati la mensa e la biblioteca per gli studenti e i professori dell’Università Federico II; sulla base di un apposito accordo di programma, le nuove sedi di due facoltà universitarie, Giurisprudenza e Ingegneria, dovranno essere realizzate nell’area della Cirio che si trova al di là dei binari ferroviari e del Corso San Giovanni a Teduccio.
Ad oggi, solo pochi dei progetti in cantiere, rientranti nel piano del comitato NapoliEst, sono stati stato portati a termine, tra cui  il recupero della vecchia fabbrica dismessa (ex MecFond) sita a via Brin, con la creazione di un’imponente struttura commerciale, Brin69, in cui già sono operative alcune attività produttive.
La costruzione dell’Ospedale del mare, nel quartiere Ponticelli, dopo numerosi stop potrebbe vedere presto la luce. La costruzione del più grande polo sanitario del Sud Italia, con 500 posti letto per i degenti e un albergo adiacente per i parenti, è iniziata nel lontano 2003 (il completamento era fissato per il 2008). Dopo lentezze burocratiche e realizzative, arriva lo stop totale nel 2009 per un’indagine, ancora in corso, in merito a presunte irregolarità negli appalti. Il cantiere è stato riavviato solo alla fine del 2013 e, secondo la Regione Campania, i lavori dovrebbero terminare per agosto 2015.

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Autore

Pasquale Incarnato

25 anni, laureato in scienze della comunicazione, laureando in scienze politiche. Responsabile comunicazione dell’Associazione Merqurio e dei circoli PD Vomero ed Arenella. Aspirante giornalista.

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