No man’s land

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Tratto dal libro-denuncia «Dentro la Terra dei fuochi» dei giornalisti Gerardo Ausiello e Leandro Del Gaudio
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Gerardo Ausiello e Leandro Del Gaudio

Della Terra dei fuochi si sa quasi tutto. Ma c’è chi continua a tacere. Dopo un silenzio di quaranta anni, viviamo oggi, all’opposto, in una bolla mediatica che rischia di saturare l’attenzione dell’opinione pubblica confondendo, dietro i fumi dei roghi ancora accesi, verità, responsabilità, pericoli.
Sappiamo che questa devastazione ambientale non riguarda solo la Campania, sappiamo quel che è accaduto finora ma anche cosa sta continuando ad accadere, giorno per giorno, sotto i nostri occhi, pericolosamente assuefatti alle notizie che ci arrivano dalla televisione, dai giornali, dalla rete.
Si sa persino in quale anno, e forse anche a che ora, l’intera falda acquifera sarà inquinata in modo irreversibile, e a partire da quale preciso momento ettari ed ettari della Campania saranno distrutti per sempre.
Sulla Terra dei fuochi, sul destino dell’ex giardino d’Europa ridotto a discarica tossica, c’è come un’attesa messianica ma fioriscono anche tanti nuovi scellerati interessi.
In questo libro non si parlerà del calendario Maya, dell’incubo di una fine annunciata, ma di scienza e indagini, di media, ricerche e processi. Giovanni Balestri è un geologo che in questi anni ha lavorato per la Procura di Napoli.
Il suo studio, che in queste pagine richiameremo più volte, è stato compiuto sotto traccia, quando ancora non era scoppiata la tempesta mediatica sul rapporto tra inquinamento ambientale, agricoltura e salute. Quando il destino di migliaia di persone non sembrava ancora rigato di nero.
Oggi, attorno alle sue conclusioni, ruotano i processi contro chi per anni ha sversato, o ha consentito di sversare, in tutta la regione, fino alle porte di Napoli. Sono politica e camorra, ancora una volta insieme, ad essere sotto accusa.
Oggettivamente quella dello scienziato Balestri è una previsione choc: tra 58 anni, scriveva già nel 2006, tutto sarà perduto, anche la speranza di una storia diversa. Tutto. A cominciare dalla falda acquifera a decine di metri di profondità, con gli effetti che ne conseguono sull’agricoltura, sull’aria, sulla vita di centinaia di migliaia di persone. La parola chiave di questo studio divenuto denuncia è “biocidio”. E il countdown è iniziato: mancavano 58 anni, oggi 50… quindi la catastrofe sta arrivando?

Cosa fare, allora? Ragionare. E agire, senza ulteriori perdite di tempo. Magistratura, politica, informazione, ricerca, scienza: occorre dare vita a un laboratorio permanente, una “rete” di lavoro e di conoscenze che sappia sopravvivere alla moda giornalistica, alle pulsioni mediatiche del pentito di camorra, alla naturale tendenza di una certa politica a non risolvere i problemi.
Occorre sapere, conoscere cosa è accaduto, e come è potuto accadere che uno dei territori più belli d’Europa – sopravvissuto a occupazioni militari e bombardamenti – si trasformasse in una realtaà off limits per uomini e animali.
Partiamo dalle parole, quindi dall’uso corrente dell’espressione Terra dei fuochi. Il concetto compare per la prima volta nel rapporto di Legambiente sulle ecomafie (2003) e prende corpo grazie a una semplice ricognizione visiva: Terra dei fuochi, perché lì, quando si percorre il cosiddetto “asse mediano”, o quando si attraversa la Statale che separa Napoli da Caserta, si notano dieci, cento, mille roghi, fumi che si confondono nell’aria. Che roba è? Chi ha appiccato quei roghi? E perché avvelenare il territorio in cui si vive con esalazioni tossiche?
La spiegazione di quel fumo permanente è riconducibile a due fattori. Primo: i continui incendi di rifiuti, gettati alla meno peggio, piccoli o grandi ammassi di materiali edili o di risulta di processi industriali che vengono dati alle fiamme da gente incivile. Un modo per nascondere la provenienza di materiale che andrebbe smaltito secondo un protocollo costoso per piccole e medie aziende.

È  il caso di imprese che eliminano, con le fiamme appiccate ad arte, ogni riferimento al proprio assetto societario, in modo da vanificare in via rapida ed efficace qualsiasi indagine a ritroso.
Ma nella Terra dei fuochi c’è anche una seconda spiegazione dello scempio. Polizia e carabinieri si erano accorti da tempo che spesso i rom ammassano quintali di rame trafugato da centraline elettroniche di stazioni o ospedali per farne un grande falò. A che serve? Non sono riti sciamani, né un modo per brindare al cielo stellato sopra di noi. No. Quelle fiamme servono solo ad eliminare le coperture di pneumatici, le guaine di plastica, a ricavare rame sciolto che viene poi venduto più facilmente al mercato nero. Roba da piccole bande criminali di immigrati, che oggi – a partire dal 3 dicembre scorso – avranno vita dura se vorranno continuare ad accatastare ferraglia da incendiare furtivamente.

Finalmente c’è una legge, che riempie un assurdo vuoto e che dovrebbe rappresentare da sola un importante deterrente contro lo scempio consumato per anni: bruciare rifiuti diventa un reato, per il quale si viene processati rischiando una condanna fino a sei anni. Ma non è sufficiente, anche perché restano ancora troppe falle. Sappiamo che non basta prendersela con rom e con piccoli delinquenti, sappiamo che la legge sulla Terra dei fuochi non affronta il problema principale, quello dei mandanti (spesso grandi blocchi imprenditoriali collusi con i clan) che continuano a trafficare e sversare rifiuti in modo clandestino.
Insomma, ci voleva la morte di Enza, occhi neri, capelli corvino, viso da angelo, per dire stop, per dire no-no, questo non si fa. Bisognava che si consumasse il sacrificio di una sedicenne di Acerra, diventata simbolo del martirio, per spingere un governo traballante e transitorio (l’esecutivo Letta) a scrivere che chi infesta deve essere arrestato. Misteri a metà̀ strada tra politica e diritto.
Ma nella storia dell’ex giardino alle porte di Napoli, dell’orto delle meraviglie ricco di ciliegie, mele, viti, broccoli e finocchi, c’è ancora qualcos’altro.
Ad inquinare e a devastare si sono messi in tanti e i fumi esalati da una terra stanca non dipendono solo dai treruote svuotati da rom o bande di teppisti locali. C’è stato uno scempio organizzato. Lo ha spiegato nel 1997 ai politici della commissione parlamentare sulle ecomafie il boss pentito Carmine Schiavone. È lui la fonte principale delle prime indagini della Dda di Napoli su quella sorta di “no man’s land”, su quella terra di nessuno che non si è saputo o voluto tutelare.
Dieci anni dopo l’audizione in commissione parlamentare, siamo nel 2008, alla ricostruzione di Carmine Schiavone (cugino del boss Francesco “Sandokan” Schiavone) si è aggiunto anche il racconto (ritenuto più dettagliato dalla stessa Dda di Napoli) di Gaetano Vassallo, imprenditore per anni al soldo dei Casalesi.
Sono loro a ricostruire quel lungo, decennale, indisturbato viavai di camion imbottiti di fanghi, scorie e veleni provenienti per lo più dal Nord Italia, ma anche da Paesi dell’Est europeo.
Negli anni in cui nella zona padana si rafforzava il senso identitario che ha unito le popolazioni del Nord, negli anni in cui la Lega sbancava alle urne nel rivendicare la propria autonomia rispetto al Sud degli imbrogli e dei clan, ecco che proprio da quella parte d’Italia – dalla verde regione del Po – in Campania arrivava di tutto. Rifiuti che dovevano essere smaltiti mediante processi industriali a pagamento, ma che non hanno mai pesato persino sui bilanci di industrie leader su scala mondiale.
È così che nel 1997 arriva in Parlamento il primo allarme, quello che avrebbe dovuto suscitare Schiavone, poi seguito dalla precisa ricostruzione dell’allora procuratore Agostino Cordova.
Tra vent’anni (quindi nel 2017, ne mancano solo tre!), disse il pentito ai pm napoletani, sarà tutto finito: tumori e malattie si abbatteranno sulla popolazione locale, una sorta di falcidie per chi ha bevuto quell’acqua, ha respirato quell’aria, si è nutrito di quella agricoltura.
Biocidio, come ha raccontato Raffaele Del Giudice (oggi presidente di Asìa, azienda comunale di Napoli nata per lo smaltimento dei rifiuti) nel sorprendente e terribile documentario Biutiful cauntri, recensito anche da Le Monde.

Insomma, da quindici anni a questa parte la politica sapeva, le Procure indagavano, i processi andavano (lentamente) avanti, ma bisognerà arrivare al 3 dicembre del 2013 per avere uno straccio di decreto che definisca reato incendiare e inquinare.
Tutto chiaro? Non proprio. La storia della Terra dei fuochi sembra essere oggettivamente più complessa. Camorra e politica fanno i conti con la cultura, un abito mentale che appartiene a centinaia di migliaia di persone nate in quella distesa di terra tra Napoli e Caserta. Dall’agricoltura alla “non industria”, seguendo la puntuale ricostruzione del giornalista de Il Mattino Pietro Perone che ha scavato in quaranta anni di sogni e frustrazioni, di scelte amministrative e progetti rimasti a metà strada.
Qui la parolina magica, oggi come ieri, è Asi che sta per “area a sviluppo industriale”. Un sogno, ma anche un paravento per realizzare speculazioni a sfondo clientelare e in odore di camorra. Siamo proprio all’inizio degli anni Ottanta, quando si decide di trasformare radicalmente l’area dei comuni dell’asse mediano: il Napoletano, il Casertano, ma anche il Nolano devono cambiare, devono diventare zone di interesse industriale per rilanciare l’economia di un’intera regione.
Via l’agricoltura, via le produzioni della terra – broccoli, mele, ciliegie, cavoli e quant’altro ha reso nei secoli la Campania felix – sì allo sviluppo della grande industria. In pochi decenni – obiettivo dichiarato – quel pezzo di Sud Italia deve diventare competitivo come la via Emilia, la lunga striscia di terra padana che macina ricchezza grazie al proprio indotto industriale.
Inizia una straordinaria operazione di esproprio per costruire autostrade, ma anche per impiantarvi aziende, dietro il miraggio di assunzioni di massa.
Le popolazioni locali non hanno scelta o comunque abboccano: chi si è spaccato schiena e mani a zappare la terra ora ha la possibilità di monetizzare, di passare all’incasso e di assicurare ai propri figli un futuro meno faticoso: si dedicheranno all’industria, potranno indossare una tuta da operaio o una giacca da impiegato, avranno un sindacato che li rappresenterà.
Accanto all’Alfa Sud di Pomigliano (che diventerà in seguito Alfa Romeo) crescono altre industrie destinate però a vita breve. Intanto, gli unici che hanno il potere di espropriare, che hanno la forza di comprare e vendere appezzamenti di terra sono proprio loro, i camorristi, quelli che hanno fiutato l’affare.

Stiamo andando verso gli anni Novanta, ma qui la grande industria vagheggiata non decolla, realtà come la Montefibre di Acerra avvelenano terra, acqua e aria e intossicano di amianto la gente del posto mentre nei campi delle produzioni agricole spunta qualcosa che assomiglia alle macchie lunari. Rifiuti e roghi, smaltimenti e fumi. Dalla campagna alla “non industria”, mentre da tutta Europa continuano ad arrivare camion tra Napoli e Caserta, dove non incontrano alcun argine.
Pochi e incapaci di reagire, gli agricoltori non sanno porre un freno alla devastazione. O non vogliono reagire, qualcuno complice di guadagni illeciti. E non è un caso che i primi tir che portano rifiuti dalle nostre parti abbiano una targa della Romania, Paese dove per anni sono avvenuti massicci spostamenti di veleni: un triangolo perfetto (Italia del Nord, Romania, Campania), che si sviluppa e si rafforza per almeno due decenni, fino all’inizio del Duemila, quando ormai l’ex orto d’Europa si è già trasformato in una bomba tossica. Chiamata da tutti Terra dei fuochi.

05_Terra-dei-fuochi_coverStoria di un disastro annunciato

Un racconto chiaro e senza fronzoli: è questo il principale pregio di “Dentro la Terra dei Fuochi”, il libro inchiesta firmato dai cronisti de Il Mattino Gerardo Ausiello e Leandro Del Gaudio. Gli autori mettono ordine nella enorme quantità di informazioni, non sempre accurate, che hanno caratterizzato l’onda mediatica sul tema. Una ricostruzione che pone numerosi interrogativi su come lo Stato possa e debba riconquistare il controllo democratico del territorio. Edito da Skake Up, dopo una prima uscita con Il Mattino, oggi il testo è nelle librerie al prezzo volutamente popolare di 3,80 euro.

Editore Shake Up edizioni • Prezzo: 3,80 euro

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Autore

Gerardo Ausiello - Leandro Del Gaudio

Gerardo Ausiello, classe 1981, è nato e vive a Napoli, dove lavora alla redazione cronaca del quotidiano "Il Mattino". Laureato in Filosofia, giornalista professionista dal 2004, si occupa soprattutto di politica. Già autore di "Frammenti di Vita" e "Napoli-New York, 40 minuti" e coautore di "Dentro la Terra dei fuochi". Prima per il quotidiano "Roma" e poi per "Il Mattino" è stato inviato a Londra, Gerusalemme, Monaco, Barcellona, Bruxelles, Washington Dc e New York. Dal maggio del 2015 è consigliere nazionale della Fnsi. _______________________________________________________________________________________________________________________________________ Leandro Del Gaudio, napoletano, classe 1970, laureato in Filosofia, giornalista dal 1999, professionista dal 2004, si è sempre occupato di cronaca giudiziaria e nera. Prima per il quotidiano "Roma" (dal 1998 al 2006) e poi per "Il Mattino". Dal 2011 è autore e conduttore del programma televisivo intitolato "Verità imperfette" (Canale 8 e Canale 9). Da febbraio 2014 conduce sulla web tv de "Il Mattino" la rubrica "Cold case". Coautore, con Gerardo Ausiello, del libro-inchiesta "Dentro la Terra dei fuochi".

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