Il Pd recuperi il rapporto con il mondo delle professioni superando gli steccati ideologici

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No a cosiddette liberalizzazioni che non portano benefici ai cittadini

Un grande partito come il Pd, che si fa carico della rappresentanza generale degli interessi del Paese, ha il compito politico di recuperare un rapporto di fiducia con una componente di grande tradizione nel mondo del lavoro – quella delle libere professioni – la quale, negli ultimi tempi, ha subito un vero e proprio trauma nelle sue relazioni istituzionali. Sarebbe troppo lungo indagare le ragioni di questa crisi di rapporti, più che altro occorre pensare alla necessità del superamento di vetusti steccati ideologici fra lavoro dipendente e autonomo, al malinteso uso delle liberalizzazioni sui professionisti, alla percezione sbagliata dell’indirizzo economico globale che deve essere dato al Sistema-Paese.
Sotto il primo profilo, i dati della strisciante recessione impongono un’alleanza unitaria delle forze del lavoro indispensabile per intraprendere la ripresa economica. È fuori della storia pensare che le parti di un corpo biologico possano vivere le une senza le altre e ciò più che mai vale per il lavoro dei professionisti, che per definizione vive intorno alle famiglie e alle aziende. Se il reddito di queste ultime non cresce o addirittura decresce, chi mai può fondatamente immaginare che non crollino (come sono di fatto caduti mediamente di oltre il 50%) i rendimenti di una categoria che dalle famiglie e dalle aziende trae provvista? Senza considerare l’effetto-domino sull’indotto dei dipendenti e degli ausiliari degli studi professionali in drammatica discesa occupazionale. Solo una tutela unitaria della dignità intellettuale del lavoro in tutte le sue declinazioni (dipendente come libero-professionale) può fruttare benefici generali nel rispetto dei valori di giustizia sociale.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, non si può tacere che le cosiddette liberalizzazioni (ovviamente, nel campo professionale che stiamo trattando) siano state sbandierate come misure a favore dei consumatori, risultando in realtà improduttive di effetti positivi per i cittadini e per l’economia in generale. Piuttosto si è trattato di provvedimenti in grado di favorire i soliti noti (banche, assicurazioni, grande distribuzione, contraenti forti). Scendendo nel concreto, siamo certi – pur con tutte le critiche condivisibili ad ogni ipotesi dirigistica – che la libera contrattazione degli onorari professionali, svincolata da parametri generali, avvantaggi il cittadino comune? O piuttosto favorisca soggetti capaci di un più potente (o prepotente) potere contrattuale?
La terza questione riguarda una falsa rappresentazione della realtà al fanatico grido neo-crociato de «L’Europa lo vuole». Il canone interpretativo delle leggi comunitarie è fornito dall’art. 4 del Trattato di Lisbona secondo il quale l’Unione europea si autolimita prevedendo il rispetto dell’identità nazionale degli Stati membri nella loro struttura fondamentale. La domanda diviene, dunque, se le libere professioni siano un elemento sociologicamente e storicamente fondante della società italiana. E la risposta non può che essere affermativa, sol se si parta da due indicatori fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano: l’art. 33, 5° comma della Costituzione (che prescrive l’obbligatorietà dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione) e l’art. 348 del codice penale (che punisce con la reclusione fino a sei mesi l’esercizio abusivo della professione).
Alla luce di ciò occorre coltivare uno spazio di manovra per ricucire quella frattura fra i professionisti e la politica e riallacciarne il rapporto con il Pd nell’alleanza per il lavoro. Questo spazio è offerto dall’art. 118 della Costituzione che stabilisce il «principio di sussidiarietà», in base al quale è possibile immaginare un ruolo delle professioni al servizio delle fasce sociali più deboli, come cuscinetto fra cittadini e pubblica amministrazione, imprese e poteri forti. Occorre ricentrare la barra e laddove receda l’onere dello Stato e delle sue articolazione periferiche, far avanzare la responsabilizzazione dei professionisti. Esempi di questa politica sono già stati sperimentati con successo: la SCIA nell’edilizia ad opera dei tecnici, ingegneri e architetti che riduce l’attività istruttoria della P.A., l’omologa delle società commerciali transitata dalla magistratura al notariato con deflazione del carico giudiziario, l’asseverazione dei piani concordatari nelle nuove procedure concorsuali da parte dei revisori dei conti per accelerare il recupero riattivatorio delle aziende. Il tutto nell’osservanza dei doveri di equità e solidarietà nei confronti dei più bisognosi, come da sempre, ad esempio, avviene nell’avvocatura con la formula del gratuito patrocinio per i non abbienti.
L’idea trainante è rileggere le prestazioni professionali in chiave di sussidiarietà orizzontale al servizio delle parti deboli del mercato.

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Autore

Dino Falconio

Socialista, cattolico, scrittore, notaio, Presidente del Comitato Notarile della Regione Campania, presidente della ONLUS Energia del Sorriso, fondatore del movimento metropolitano FareRete.

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