Simboli e vecchie canzoni

0
Nel dibattito sull’articolo 18 la demagogia prevale sulla razionalità. Un’abolizione per i soli neoassunti potrebbe discriminare non solo alcuni lavoratori ma anche alcune aziende

Ci risiamo: ancora una volta, l’Italia si blocca in una discussione infinita sull’articolo 18. E, nel dibattito incrociato tra chi vuole abolirlo e chi salvarlo, la demagogia prevale sulla razionalità. Il premier Renzi, ad esempio, prima spiega per settimane che l’articolo 18 si applica a pochissimi casi, quindi è inutile perderci tempo, poi invece presenta una riforma del mercato del lavoro che punterebbe ad eliminarlo per i nuovi assunti (uso il condizionale perché – nel momento in cui scrivo – un testo di legge non c’è). Ma, se si tratta di pochi casi, perché Renzi scatena una guerra nucleare nella sinistra su questo punto? Non ne vale la pena. Smisurate, però, sembrano anche le reazioni contrarie: sulle barricate soprattutto Cgil e minoranza del Pd. C’è chi arriva a definire l’articolo 18 un diritto fondamentale della persona: allora verrebbe da chiedersi perché la stessa sinistra non abbia fatto una battaglia per estenderlo a tutti i lavoratori (la maggior parte) che oggi non ne possono godere. La realtà è che si tratta di un diritto non universale, che esiste in Italia, e non solo, ma che manca nelle legislazioni di altre nazioni civili.

Colpisce, inoltre, che tanti sembrano ignorare che la riforma Fornero ha già limitato di molto l’applicazione della reintegra, che resta assoluta solo nei casi di licenziamento discriminatorio (per sesso, razza, opinioni politiche, appartenenza sindacale, maternità, etc.). Già oggi, infatti, per le altre fattispecie (licenziamento per motivi disciplinari ed economici) il giudice può reintegrare il lavoratore solo nelle ipotesi più estreme, di manifesta insussistenza della giusta causa o del giustificato motivo. E nelle controversie, tra conciliazioni e sentenze, gli indennizzi sono la regola e le reintegre l’eccezione. Stupiscono, quindi, sia la caparbietà abolizionista, che il furore dei tanti difensori dell’articolo 18 che, a suo tempo, votarono la confusionaria riforma Fornero.

Per quanto mi riguarda, io sono sempre stato e resto contrario all’abolizione dell’articolo 18, non per motivi ideologici, ma razionali. Il primo è che, contrariamente a quanto dice Renzi, non si tratta di una norma che riguarda poche persone: sono pochi i casi che arrivano a sentenza, ma il principale effetto dell’articolo 18 è la deterrenza, cioè un imprenditore, sapendo che un giudice può ordinare la reintegra del lavoratore, ci pensa mille volte prima di licenziarlo ingiustamente. Senza quell’articolo, aumenterebbe il numero dei licenziamenti illegittimi. Abolire poi l’articolo 18 solo per i nuovi assunti sarebbe un’enorme ingiustizia: nella stessa fabbrica, persone che fanno le stesse cose godrebbero di diritti diversi in base alla diversa data di assunzione, in contrasto (mi sembra) con il principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Inoltre – e nessuno ne parla – vi sarebbe disparità di trattamento anche tra aziende: quelle che aprirebbero in futuro, potendo licenziare senza temere la reintegra, avrebbero un vantaggio competitivo nei confronti di imprese già esistenti i cui vecchi dipendenti resterebbero tutelati dall’articolo 18. Infine, nessuno è mai riuscito a dimostrare che una riforma del mercato del lavoro (pur necessaria) generi posti di lavoro. Allora, a che servirebbe togliere un diritto a qualcuno, se questo non produce ulteriori benefici per la collettività?

Governare aggredendo simboli, ma anche fare opposizione difendendoli in maniera ideologica, non è la via giusta per portare a termine le riforme di cui il Paese ha bisogno. Nell’immagine di copertina, c’è un Renzi spavaldo in versione Bogart; alle sue spalle, si intravedono gli occhiali di Woody Allen (icona del masochismo autodistruttivo, tipico della sinistra), dal quale abbiamo preso in prestito il titolo di un suo film, parafrasandolo. “Provaci ancora Dem” è un’esortazione al Pd e al suo leader a dialogare per realizzare un ciclo di riforme che possa consegnarci un’Italia più giusta. Se l’esperienza di governo di Renzi si interrompe o si arena oggi, quel cambiamento – istituzionale, sociale ed economico – che i cittadini auspicavano resterà sulla carta. La vecchia canzone che Ingrid Bergman in Casablanca chiedeva sempre di suonare al pianista Sam, As time goes by, diceva: «Devi ricordarti di questo, un bacio è sempre un bacio, un sospiro è ancora (solo) un sospiro. Le cose fondamentali rimangono, con il passare del tempo». Solo le cose fondamentali.

Condividi

Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

I commenti sono chiusi.