Lo strano odio per le preferenze degli intellettuali che auspicano che nessuno disturbi il Capo

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Tanti i consiglieri più realisti del Re
Renzi non li ascolti e cambi l’Italicum

Agli inizi di agosto, qualche giorno prima che il Senato approvasse in prima istanza la riforma del Senato voluta da Renzi, si è avuto un assaggio sulle pagine del Corriere della Sera di quel che probabilmente sarà nelle prossime settimane il dibattito sulla legge elettorale. Preoccupato da un accenno possibilista di Renzi a rivedere l’impostazione delle liste bloccate del progetto dell’Italicum, Angelo Panebianco ha tuonato sull’errore esiziale che sarebbe la reintroduzione delle preferenze: un tentativo che sarebbe “farina del diavolo”. E questo nonostante l’evidenza, proposta al governo da più parti, non solo da “gufi” e “frenatori”, che in un sistema che si avvia a diventare, con il Senato che sta venendo fuori, fondamentalmente monocamerale, togliere anche alla Camera la scelta dei parlamentari dalle mani degli elettori ratificherebbe nei fatti una selezione della rappresentanza parlamentare tutta avocata al sistema politico; nella disponibilità dei leader che definiscono le liste, nel caso della Camera, e dei circuiti politici regionali chiamati a scegliere i senatori per quanto riguarda il Senato. Ma si può star certi che l’argomentazione-esortazione a Renzi a tener duro anche per la Camera sulle liste bloccate di Panebianco la vedremo ripresa nel dibattito sulla legge elettorale. Val la pena quindi richiamarla.

Per Panebianco il voto di preferenza sarebbe l’ultimo colpo che verrebbe alla delegittimazione della politica in tempi di populismo montante per la pessima qualità, a rischio giudiziario, del personale politico che ne verrebbe premiato, tutto impegnato a farsi la guerra a vicenda nel proprio partito, piuttosto che a contrastare la proposta politica degli altri partiti. Se si aggiunge che farebbe riesplodere i costi della politica, il ritorno delle preferenze sarebbe la catastrofe perfetta per il sistema politico italiano. Da qui la messa in guardia a Renzi di non concedere niente – neanche i collegi uninominali, che a fronte di tanto pericolo potrebbero salvare capra e cavoli (Panebianco non ne fa parola) – ai propri avversari, che gli chiedono, con una provinciale attenzione alla propria Corte Costituzionale (le liste bloccate sono “europee”), di far scegliere agli elettori i propri rappresentanti. Perché, testuale, «il vero scopo politico di chi vuole introdurre le preferenze è chiaro: tentare di indebolire i leader più forti, e in particolare Renzi, impedire loro di dare vita, alle prossime elezioni, a gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza». E qui dalla farina del diavolo si passa alle pentole, per cui fortunatamente talvolta mancano i coperchi, e le finalità di tutta l’argomentazione saltano fuori, spegnendo i fuochi del fornello di tutto il ragionamento. Fondamentalmente quando il popolo prende il vizio del rischioso populismo l’unico modo di contrastarlo è offrirgli un capo e i suoi seguaci, a sua immagine e somiglianza, questa sembra essere l’idea. Il diaframma della mediazione politica di una rappresentanza qualificata in proprio, magari senza vincolo di mandato, come da Costituzione, non è consentito. Renderebbe inefficiente la democrazia, «i costi collettivi sarebbero elevati». La collettività viene salvata solo dal Capo. Una storia che con varie gradazioni di purtroppo (dalla tragedia al patetico) abbiamo già sentito nella storia non solo italiana del ’900.

Ma verrebbe da chiedere, se le preferenze sono davvero tutta questa nefandezza, se il primo consiglio da dare allora a Renzi non sia quello di eliminarle da tutto il sistema della rappresentanza in Italia: dalle comunali, alle regionali, per finire alla europee, che con una durissima guerra interna al Pd hanno “plebiscitato” (come probabilmente pensa Panebianco) Renzi con il 40%. E anche dal Senato che Renzi ha voluto far nascere, dove i senatori sono “dedotti” dai consiglieri regionali iperpreferenziati, e quindi, come da vulgata polemica renziana, molto più rappresentativi di un Mineo qualsiasi. Insomma a essere più realisti del re, non si fa un favore neanche alle ragioni del re. Speriamo bene. Che il re sia più saggio di consiglieri alla Panebianco, e non costruisca un sistema politico dove la rappresentanza è selezionata, dedotta dal sistema politico stesso, legittimata solo dal passaggio plebiscitario del Capo che vince elezioni e porta con sé al potere il suo seguito personale, «a sua immagine e somiglianza». Salvo che in un punto. Nessuno dei seguaci potrà decidere niente, somigliarli nel decidere qualcosa. Solo obbedire e combattere, senza neanche credere. In un tempo di convenienze, di crisi di vocazione di un professionismo politico che vira sempre più verso la ricerca di un “impiego” nella politica, è difficile che quella premessa “comunitaria” possa sostenere il carisma postmoderno degli attori che si candidano al ruolo nella società degli individui.

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Autore

Eugenio Mazzarella

Napoletano, insegna filosofia all'università Federico II, della cui Facoltà di Lettere è stato preside. Suoi interventi su temi etici e culturali sono frequentemente ospitati su diverse testate nazionali. Deputato del Pd nella XVI legislatura.

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