L’articolo 18 non si tocca ma una riforma del lavoro serve per dare tutele a chi non ne ha

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Necessaria una sintesi tra Pd e governo l’obiettivo è universalizzare i diritti

Giorgio_PiccoloDa qualche tempo, quelli che la pensano come me vengono accusati di essere conservatori, anche da giovani compagni di partito che hanno idee differenti. A me sembra, però, che ci sia sempre più confusione su cosa è di destra o di sinistra, su cosa è progressista o conservatore. Per me non è mai stato di sinistra mettere i deboli contro i deboli, a me non è mai piaciuta la teoria che esprimeva lo slogan “togliere ai padri per dare ai figli”. Per me la sinistra è stata sempre il luogo reale e ideale dove compiere la ricerca, la lotta, lo sforzo per estendere le tutele a quanti più deboli fosse possibile. Di destra è questa demagogia che fa di un operaio da 25 anni alla catena di montaggio un privilegiato, di un insegnante con lo stipendio più basso d’Europa un barone, di una persona prossima alla pensione un ladro di futuro, di una qualsiasi persona che abbia un lavoro regolare qualcuno che sta togliendo lavoro, soldi e tutele agli altri. Questa è sicuramente l’ideologia che ha sbandierato la destra negli ultimi anni.
Penso invece che la sinistra non possa mai abdicare al ruolo di difendere ed estendere le tutele e i diritti dei più deboli, anche scontrandosi, se è il caso, con i poteri forti nel nostro Paese e in Europa, pena il rischio di smarrire la sua identità.
Sono impegnato, come altri compagni di partito che legittimamente la pensano diversamente da me, a cercare di estendere le tutele a chi oggi non ne ha, ma non per questo mi piegherò a questa confusa ideologia che vuole togliere le tutele residue tra i lavoratori di questo Paese già in grande difficoltà. Proprio per questo mi piacerebbe che si facesse chiarezza sul Jobs Act. Nei documenti scritti, non si parla di articolo 18, ma trapelano interpretazioni non smentite su quello che sarà il testo finale della legge delega sul lavoro, che parlano di eliminazione, per i nuovi assunti, dell’articolo 18. Vi sono, inoltre, anche altri due punti delicati, che vanno affrontati con serietà, quando si parla di possibilità di demansionamento e di controllo a distanza dei lavoratori. Spero che non sia vero, come dice qualcuno, che Renzi abbia la necessità di dare, con queste scelte, una risposta ai falchi dell’Europa.
Se si vuole riformare il mercato del lavoro per estendere diritti a lavoratori che oggi sono fuori dal sistema di tutele, non possiamo che essere d’accordo. Ma, per farlo davvero, c’è bisogno di risorse. Non si può pensare di farlo a costo zero, perché questo significherebbe togliere ad alcuni per dare ad altri. E al mondo del lavoro non possono essere chiesti ulteriori sacrifici: negli ultimi anni ha già dato tanto, dalla riforma drastica delle pensioni della Fornero alla crescente disoccupazione, alle crisi industriali.
Se si introduce un contratto a tutele crescenti, allargando il periodo di prova a tre anni – ma si potrebbe arrivare anche a quattro – già si dà agli imprenditori (che godrebbero anche di incentivi fiscali) un enorme vantaggio, quello di licenziare liberamente il lavoratore in quel periodo, pagando solo un indennizzo economico. In tempi di crisi economica questa può essere una giusta soluzione, ma solo se questo percorso prevede, ad un certo punto, che il lavoratore acquisisca gli stessi identici diritti che hanno gli attuali dipendenti a tempo indeterminato. Altrimenti, quella apartheid che Renzi dice di voler eliminare dal mondo del lavoro, verrebbe riproposta con l’introduzione di una discriminazione tra i nuovi assunti e i vecchi dipendenti. Nelle fabbriche avremmo lavoratori che fanno le stesse cose, ma hanno diritti diversi: alcuni sarebbero tutelati dall’articolo 18, ed altri no.
Inoltre, l’articolo 18 è già stato ampiamente modificato dalla riforma Fornero. Quando si fa riferimento alla Germania, poi, non si dice che anche lì ci sono casi in cui è prevista la reintegrazione nel posto di lavoro per aziende al di sopra dei 10 dipendenti. E che tutti i lavoratori al di sopra di quella soglia godono degli stessi diritti.
Se l’obiettivo del governo, quindi, è universalizzare i diritti per estenderli anche a chi oggi è fuori dal sistema di tutele, e di aggiornare le norme sul mercato del lavoro per renderle più rispondenti alla realtà odierna, va benissimo, siamo tutti d’accordo. Se, invece, dietro a questo si nasconde la voglia di mettere in discussione le tutele, non c’era bisogno di un governo di sinistra per farlo. La storia della sinistra (e, nel mio piccolo, anche la mia) è fatta di battaglie contro i governi di destra su questi temi. Quindi, è giusto non avere tabù, come dice Renzi, che però deve sforzarsi di aprire una discussione non ideologica nel partito su questi temi per trovare una sintesi più coraggiosa rispetto al progetto, per molti versi ambizioso, presentato dal governo.

* Deputato del Partito democratico

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Autore

Giorgio Piccolo

Ex segretario Cgil Napoli ed ex segretario Ds Napoli. È deputato del Partito democratico.

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