Città metropolitana al debutto tra tappe forzate e rischio flop

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A ottobre si elegge il Consiglio: dovrà scrivere lo statuto che la Conferenza dei sindaci dovrà varare entro fine anno

Il 1° gennaio 2015, la Città metropolitana subentrerà alla Provincia, e le succederà in tutti i rapporti attivi e passivi: eserciterà le funzioni della Provincia, oltre alle nuove “funzioni metropolitane”. Mancano poco più di tre mesi, quindi, alla nascita del nuovo ente, per la quale la legge ha stabilito un percorso a tappe forzate. Il primo passo è l’elezione del Consiglio metropolitano (che si terrà il 12 ottobre), che sarà affiancato dalla Conferenza metropolitana, costituita da tutti i sindaci del territorio. Entro il 31 dicembre 2014, il Consiglio metropolitano (o, meglio: la Conferenza metropolitana su proposta del Consiglio) deve approvare lo statuto della Città metropolitana. Se non dovesse riuscirci, il nuovo ente comincerà ad operare utilizzando lo statuto della Provincia; se la Città non approverà un nuovo statuto entro il 30 giugno 2015, però, il governo eserciterà il potere sostitutivo.

L’elettorato attivo e passivo per il Consiglio metropolitano è riconosciuto a tutti i sindaci e tutti i consiglieri comunali in carica nel territorio provinciale: cioè possono candidarsi e possono votare solo sindaci e consiglieri comunali già in carica nei Comuni che fanno parte dell’Area metropolitana. Per il Comune di Napoli (come per Roma e Milano), i consiglieri metropolitani saranno 24. Il voto è espresso per una lista, con la possibilità di esprimere una preferenza. L’attribuzione dei seggi avviene con il “metodo D’Hondt” (per quozienti), con voto ponderato in relazione alla fascia demografica del comune di appartenenza: cioè, è stato stabilito un peso diverso per il voto dei singoli amministratori (il peso è maggiore se maggiore è il numero di abitanti del Comune che si rappresenta, secondo un sistema predeterminato di fasce di popolazione). In caso di parità tra due candidati, prevale il candidato del sesso meno rappresentato, e se rimane la parità prevale il più giovane.

Per legge, la presidenza del Consiglio metropolitano sarà affidata al sindaco del comune capoluogo. La funzione più importante del Consiglio, nella prima fase, sarà quella di approvare una proposta di statuto da sottoporre alla Conferenza metropolitana (anch’essa presieduta dal sindaco del Comune capoluogo) che dovrà approvarlo con un numero di voti che rappresenti almeno un terzo dei comuni e la maggioranza della popolazione residente nella Città.

La scelta di introdurre l’elezione diretta di Sindaco e Consiglio è rimessa allo statuto ma potrà realizzarsi concretamente solo dopo che lo Stato abbia stabilito per legge quale sarà il sistema elettorale

Inizialmente, il territorio della Città metropolitana coincide con quello della Provincia, ma possono chiedere di entrarvi altri Comuni confinanti, secondo una procedura rispettosa dell’articolo 133 della Costituzione, così come è possibile uscirne, aderendo ad un’altra Provincia limitrofa.

Sarà lo statuto a stabilire le norme fondamentali dell’organizzazione dell’ente, ivi comprese le attribuzioni degli organi nonché l’articolazione delle loro competenze. Tra le tante questioni che dovranno essere affrontate: dalle funzioni del Sindaco metropolitano, del Consiglio metropolitano e della Conferenza metropolitana, alle le modalità e i limiti con cui il Sindaco metropolitano può assegnare deleghe ai consiglieri, alle maggioranze per le deliberazioni della Conferenza metropolitana, fermo quanto stabilito per l’approvazione dello statuto. Lo statuto dovrà regolare anche la pianificazione territoriale e strategica, i rapporti tra i Comuni e la Città metropolitana, definendo le singole funzioni e il modo in cui è possibile strutturare gestioni comuni dei servizi pubblici, delle gare d’appalto o di concorsi. D’intesa con la Regione, è possibile anche la costituzione di zone omogenee per specifiche funzioni.

Uno degli aspetti più delicati – e potenzialmente rivoluzionario – che dovrà essere chiarito dallo statuto è quello della possibilità o meno, in futuro, di far eleggere direttamente dai cittadini il sindaco e il Consiglio metropolitano, cosa che porterebbe anche ad una profonda trasformazione del Comune di Napoli che, nell’ipotesi estrema, potrebbe anche dissolversi. La legge fa nascere la Città metropolitana come ente di secondo grado, con un Consiglio legittimato dal voto degli amministratori comunali e un Sindaco “di diritto”, coincidente con il Sindaco del capoluogo, ma chiarisce che si può «prevedere l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio metropolitano con il sistema elettorale che sarà determinato con legge statale».

La scelta di far eleggere direttamente i vertici della Città metropolitana ai cittadini, quindi, è rimessa allo statuto, ma potrà effettivamente realizzarsi solo dopo che lo Stato abbia disciplinato, con una nuova legge, il sistema elettorale. È inoltre condizione indispensabile che, prima dell’indizione delle elezioni a suffragio universale, il comune capoluogo si sia “dissolto”, articolandosi in più comuni, con un procedimento complesso, rispettoso dell’art.113 Cost., che si concluderà con una legge regionale:

«è inoltre condizione necessaria, affinché si possa far luogo a elezione del sindaco e del consiglio metropolitano a suffragio universale, che entro la data di indizione delle elezioni si sia proceduto ad articolare il territorio del comune capoluogo in più comuni. A tal fine il comune capoluogo deve proporre la predetta articolazione territoriale, con deliberazione del consiglio comunale, adottata secondo la procedura prevista dall’articolo 6, comma 4, del testo unico. La proposta del consiglio comunale deve essere sottoposta a referendum tra tutti i cittadini della città metropolitana, da effettuare sulla base delle rispettive leggi regionali, e deve essere approvata dalla maggioranza dei partecipanti al voto. È altresì necessario che la regione abbia provveduto con propria legge all’istituzione dei nuovi comuni e alla loro denominazione ai sensi dell’articolo 133 della Costituzione».

Nelle tre maggiori Città metropolitane, e quindi anche a Napoli – come a Roma e a Milano, – è possibile percorrere una strada alternativa alla dissoluzione del capoluogo, con il rispetto di due condizioni: «che lo statuto della Città metropolitana preveda la costituzione di zone omogenee»; «che il comune capoluogo abbia realizzato la ripartizione del proprio territorio in zone dotate di autonomia amministrativa, in coerenza con lo statuto della Città metropolitana».

È evidente, dunque, che l’elezione diretta degli organi metropolitani non sarà comunque immediata (anche se potrà essere prevista subito dallo statuto), sia perché si dovrà attendere una nuova legge dello Stato per il sistema elettorale, sia perché nella maggioranza delle realtà metropolitane si dovrà attendere il completamento (con legge regionale) del processo di disarticolazione del capoluogo, mentre a Roma, Milano e Napoli si dovrà (almeno) prevedere la costituzione delle “zone omogenee” (con il coinvolgimento della Regione) e la valorizzazione, nell’ambito del capoluogo, di «zone dotate di autonomia amministrativa». Dal punto di vista interpretativo, la maggiore difficoltà riguarda proprio quest’ultima nozione, in relazione agli attuali assetti di decentramento infracomunale dei tre comuni (cioè alle Municipalità).

Naturalmente lo statuto potrà (dovrà) affrontare anche altri temi importanti: dall’organizzazione degli apparati professionali (a cominciare dalla dirigenza di vertice) fino agli istituti di partecipazione popolare. È vero che si tratta di argomenti già trattati negli statuti comunali e provinciali, ma il contesto metropolitano – un ente di area vasta, di secondo livello, espressione dei comuni del territorio, con un ruolo evidente, ma non egemone, del capoluogo – pone comunque problemi inediti e sollecita soluzioni originali.

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Autore

Redazione

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