Verso le Primarie del Pd / «Un leader socialdemocratico? Lo aspettiamo, ma non lo vedo»

0
Il politologo Pasquino: «La riforma più incisiva e difficile è costruire partiti veri, grandi, organizzati e democratici»

È pessimista Gianfranco Pasquino sul futuro della sinistra, a poche settimane dal giorno in cui il Partito democratico sceglierà il suo prossimo segretario con le primarie. La scelta, secondo lui, è tra un «indefinibile» Renzi, la cui vittoria potrebbe portare non solo alla fine del governo Letta, ma addirittura della stessa sinistra, e un Cuperlo «capace» ma «appesantito» da troppi esponenti del passato, che per giunta hanno per tantissimo tempo osteggiato quella via socialdemocratica che ha fatto la fortuna dei paesi nordeuropei, e non solo, e che gli appare ancora un miraggio. Tra i maggiori politologi italiani, tre volte parlamentare (con il Pci, prima, come Indipendente di sinistra e con il Pds, poi), ulivista convinto della prima ora, poi deluso dalla piega che prese quell’esperienza, che si impantanò nelle sabbie dell’Unione, Pasquino – come al solito – non fa sconti e rifugge dalle letture troppo comode della realtà. Ma il suo pessimismo non è una resa: sogna una sinistra che riesca a fare in modo che ogni persona possa fare il lavoro che gli piace di più. «Questo lo direbbe anche Marx, che probabilmente è un uomo di sinistra», afferma, ancorando – con una battuta – un percorso di idee, quello della sinistra, ad un’utopia. Una sinistra che non può che avere, oggi come ieri, quale obiettivo primario quello di «costruire una società giusta». Una società giusta in cui ognuno può fare il lavoro che gli piace: è questo il sogno ottimista del pessimista Pasquino.

Professore, che tipo di sinistra abbiamo avuto negli ultimi 20 anni: cosa ha prodotto di buono e cosa, invece, avrebbe dovuto, e non ha saputo o voluto, realizzare?
«Anzitutto, di sinistra ne abbiamo avuta poca, pochissima. In vent’anni ha vinto due volte non con un politico, ma con un manager cattolico adulto, tutto meno che di sinistra. Che poi ha governato così così. Di conseguenza, la sinistra ha prodotto poco o niente. Il prodotto migliore della sinistra, molto moderata, è Giorgio Napolitano. Ma aspettiamo ancora un leader e una piattaforma socialdemocratica.»

Qual è la posta in gioco oggi: quali visioni si fronteggiano per le primarie del Pd e quali novità intravede?
«Da un lato, sta un sedicente rottamatore la cui cultura politica è ignota a me e forse anche a lui. Dall’altro, sta un esponente intelligente del gruppo dirigente comunista di trent’anni fa, più solido, ma non innovativo. Capace, ma appesantito da troppi esponenti di un passato nel quale anche loro hanno ripetutamente negato qualsiasi validità alle socialdemocrazie che hanno reso prosperi e giusti tutti i sistemi politici dell’Europa del Nord, e non solo.»

Una vittoria di Renzi – che al momento appare scontata – quali effetti potrebbe avere sulla sinistra, innanzitutto, e sull’agenda politica del Paese, in seconda battuta?
«Fine della sinistra, fine del governo delle larghe intese. Agenda indefinita, anzi, indefinibile anche perché non conosciamo nessuno dei collaboratori di Renzi. Conosciamo, però, la sua diffidenza e la sua volubilità. In materia di istituzioni e di leggi elettorali conosciamo anche i suoi troppi errori e le sue eccessive semplificazioni.»

Quali caratteristiche dovrebbe avere, secondo lei, la sinistra del futuro: cosa deve conservare della tradizione e cosa cestinare per costruire un’identità moderna?
«Sinistra è costruire una società giusta che valorizza i talenti, premia i meriti, soccorre gli svantaggiati, costruisce opportunità, garantisce effettiva competizione, concorre alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa.»

Il tema del lavoro è ancora il principale tema identitario per la sinistra?
«La risposta è sì perché credo che questo tema debba essere ancora al centro del programma di qualsiasi partito. Lavoro inteso non solo come posto, ma come attività che consente ad ognuno di poter esplicare le proprie potenzialità di vita, di realizzarsi, di fare il lavoro che gli piace e di avere un reddito. Bisognerebbe consentire a tutti di vivere facendo il lavoro che a ciascuno piace di più. Questo lo direbbe anche Karl Marx, che probabilmente era un uomo di sinistra.»

Prima ha detto che la sinistra deve «soccorrere gli svantaggiati»: c’è un’area del Paese, il Mezzogiorno, che vanta l’indiscusso record nella disoccupazione, in particolare giovanile e femminile, e nei livelli di povertà. Le politiche per il Sud sono un banco di prova per la sinistra del futuro?
«All’Italia serve un partito di sinistra che riesca finalmente a capire che il Paese o si rimette insieme tutto o si sfrangia. Finora non è stato così, in particolare negli ultimi venti anni, per colpa della Lega, ma anche prima. Bisogna recuperare una visione della nazione, nel suo insieme, per entrare nel consesso europeo, e per farlo bisogna stimolare le energie positive del Sud, da un lato, e schiacciare, dall’altro, gli impedimenti, a cominciare dal più grande, che è quello della criminalità organizzata.»

Nel suo libro-testamento Autobiografia (Laterza, 1997), il suo maestro Norberto Bobbio afferma di «non appassionarsi» alla questione della riforma costituzionale, sia perché «sentimentalmente legato alla Costituzione tuttora vigente», sia perché, continua, «non credo che i problemi principali, che sono poi vecchissimi problemi, che l’Italia di oggi deve affrontare, siano problemi di ordine costituzionale. Sono, in realtà – sottolinea, – questioni in cui la Costituzione non c’entra niente». E, nell’ordine, elenca le lentezze e le distorsioni della giustizia civile e penale, l’inadeguatezza del sistema scolastico e universitario, e la pubblica amministrazione inefficiente. Quali sono, a suo parere, le priorità di oggi per un’agenda di governo di sinistra?
«Purtroppo, quella della riforma delle istituzioni e della Costituzione è il terreno sul quale Bobbio non ha esercitato la sua filosofia politica, ma soltanto alcune idiosincrasie. No, non voglio fare la lista della spesa delle riforme. Sarebbe lunga, ma inutile. Oggi, tre riforme debbono e possono essere fatte immediatamente: abolizione della seconda Camera; eliminazione delle province (anche se troppe Regioni stanno dimostrando che forse sono loro che dovrebbero essere soppresse); legge elettorale, ma non una legge qualsiasi: un sistema maggioritario a doppio turno applicato nei collegi uninominali, dove candidati e elettori ci mettono la faccia. È la legge che in Francia funziona ottimamente dal 1958. Purtroppo, la riforma più incisiva è la più difficile: costruire partiti veri, grandi, organizzati, aperti e democratici al loro interno. Good luck.»

Finale di partita

pasquino_finalepdipartitaPer approfondire alcuni dei temi trattati nell’intervista da Pasquino, segnaliamo il suo ultimo libro, Finale di partita – Tramonto di una Repubblica, che raccoglie i commenti firmati dal politologo per l’Agenzia di stampa Il Velino dal 2009 al 2012. Alcuni dei quali profetici, come quello del 30 aprile 2012 nel quale invitava i dirigenti politici «fin troppo appoltronati» a non sottovalutare i sondaggi che segnalavano il Movimento 5 stelle al 20%. Consiglio inascoltato, soprattutto da chi pensava di aver già vinto le elezioni.

Editore Università Bocconi • Prezzo: 16 euro

Share

Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

I commenti sono chiusi.