Verso le Primarie del Pd / Dalla delusione alla speranza

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Proposte su lavoro e Mezzogiorno estratte dal programma di Pippo Civati

Per il Pd, la centralità del lavoro ha sempre rappresentato un tratto identitario forte, sin dalla fondazione. Certo, il ruolo del lavoro per l’economia, per lo sviluppo della persona, per la coesione sociale è da ripensare e aggiornare, ma non se ne può smarrire l’importanza centrale. Eppure non si può dire che si siano raggiunti risultati notevoli. Anzi. La Ue si pone l’obiettivo di più occupazione, di migliore qualità. Aver scelto la via della compressione dei salari e delle retribuzioni in genere (la “svalutazione interna” a fronte della moneta unica) non ha reso il paese più competitivo ma più povero e sempre più ingiusto.

La Costituzione ci indica la strada, inquadrando l’attività di impresa in finalità sociali che la politica promuove e indirizza. È ora che la politica torni a puntare sulle imprese che compiono le scelte più utili alla ripresa economica e a sostenere gli sforzi delle aziende proiettate verso produzioni competitive, per qualità e originalità dei prodotti, per innovazione e efficacia dei processi.

(…)

Il mercato del lavoro, basato su un dualismo inaccettabile, deve porre termine alla discriminazione dei giovani garantendo un accesso basato sulla formazione e non sullo sfruttamento della precarietà: si deve tradurre nei fatti la formula, semplice e chiara, lanciata con il programma di Italia Bene Comune: il lavoro flessibile e discontinuo deve costare più di quello stabile. Altrimenti significa precarietà. (…)

Per l’obiettivo di un lavoro di qualità ed equamente remunerato occorre creare un adeguato sistema di convenienze per premiare il ricorso lavoro stabile ed introdurre contrappesi nei contratti flessibili:

diminuire, già nell’immediato, le tasse sui redditi da lavoro;

alleggerire gli oneri indiretti (fiscali e contributivi) sul lavoro stabile, IRAP e IRES, e contributivi (senza pregiudizio del montante INPS) sul lavoro stabile, in quanto rapporto ”tipico”;

introduzione nei contratti flessibili di contrappesi attraverso la contrattazione (parametri
retributivi, formazione, tutele e diritti): introduzione del contratto unico di inserimento;

modello standard di accesso per i giovani, con apprendistato professionalizzante, con una durata minima e massima fissata nella contrattazione, tipologie di prestazioni, garanzie per l’effettivo contenuto formativo, esigibilità contrattuale della qualificazione conseguita: in generale, non uscire dalla scuola senza esperienze di lavoro, non entrare al lavoro senza formazione iniziale;

un salario minimo definito tramite accordo interconfederale sulla base dei minimi contrattuali vigenti nella contrattazione di categoria. (…)

Il Mezzogiorno

È fondamentale che il Partito democratico sia in grado di proporre, in maniera del tutto autonoma e per nulla condizionato dalla moltitudine di ricostruzioni banali e di luoghi comuni, una propria interpretazione della crisi sociale e economica che attanaglia il Mezzogiorno, delle forme nuove e crescenti di povertà e di esclusione sociale che lo interessano, delle misure di breve e di medio periodo che possono cambiare le cose.

È bene ricordare che il declino del Mezzogiorno non deve essere attribuito all’insorgere della crisi finanziaria internazionale dell’ultimo quinquennio e alla sua propagazione al settore reale dell’economia. Di certo la crisi amplifica il divario non solo tra le regioni meridionali e le aree più dinamiche dell’Europa, quanto anche palesa differenze profonde tra le capacità di reazione alla crisi delle regioni deboli. E quelle meridionali risultano, incontrovertibilmente, tra le meno reattive.

Tuttavia la risoluzione di un problema che non è soltanto di priorità politica ma anche di natura culturale necessita elaborazioni graduali nel tempo; il dramma è che il livello di povertà e di crisi del Mezzogiorno è tale da necessitare interventi non solo nel medio periodo ma anche nel breve termine, con la consapevolezza che la natura delle politiche immediate condiziona l’evolversi delle politiche successive:

1) la definizione di un piano di opere pubbliche che sia in grado di andare incontro alle necessità delle popolazioni meridionali;

2) la capacità della classe dirigente, a iniziare da quella del Partito democratico, di gestire il maggiore afflusso di fondi che non dia adito, finalmente, a posizioni che di quella classe sottolineano la propensione a rendite e sprechi;

3) l’attenzione al silente lavoro del volontariato sul territorio che supplisce, invisibilmente, alle carenze di uno stato sociale ormai scomparso.//

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Autore

Redazione

Merqurio - Quaderni socialisti Periodico di informazione politica, culturale e sindacale

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