Università, va bene il merito ma basta con riforme al ribasso

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I governi di centrodestra hanno tagliato risorse già scarse mentre Francia e Germania investivano sul comparto

Il battage pubblicitario sul merito, per il quale al netto di petizioni di principio (chi è contro il merito?) non ci sono né strategie né fondi, oscura da anni il vero fattore di dissoluzione dell’università pubblica italiana. Questo mentre si lasciavano proliferare esperienze private, telematiche e teleferiche (una sorta di teletrasporto all’utente del titolo di studio), che ancora aspettano una radicale rivisitazione normativa e di qualità. Un fattore di dissoluzione, dopo governi per altro lungamente distratti, materializzatosi nella passata legislatura, che ha posto una pietra tombale sull’università italiana, al di là di qualche piccolo segnale di inversione di tendenza che si deve all’attuale governo.

Che cosa è accaduto con la legge Gelmini e le finanziarie di accompagnamento e attuazione? È presto detto. Di fronte ad indici che, nel confronto con i naturali partner e competitori europei, penalizzzavano l’Italia nella ricerca e nella formazione superiore per numero di studenti, di laureati, di docenti (anche in proporzione agli studenti, e non solo in valori assoluti), e per risorse dedicate, in un contesto di crisi economica generale, dove Francia e Germania puntavano su forti politiche anticicliche di investimento sul comparto, in Italia si è scelto la strada contraria: una ristrutturazione al ribasso del sistema, che gli ha tolto negli anni tra il 15 e il 20% delle risorse reali, già scarse. E sì che come sa ogni analista serio sull’università italiana si può ancora investire, per la qualità intrinseca del sistema nonostante tutto, dove se l’indice di produttività scientifica viene riportato alla proporzione delle risorse impegnate le classifiche internazionali restano ancora lusinghiere. Il fatto è che le scelte fatte in questi anni sull’università riflettono un’idea di Paese ripiegato su se stesso, che più che un rilancio, cerca una pareggio di bilancio al ribasso dismettendo e alienando attività. Per venire alle polemiche di questi giorni sul merito tradito, sulla disparità nella velocità di caduta del sistema (al di là dell’effetto ottico di questo o quello ateneo virtuoso, ovviamente al Nord) soprattutto al Sud, sul collasso del turn over negli atenei meridionali che li avrebbe portati a rischio chiusura, tutto questo era già scritto. E a onor del vero avrebbe meritato altra attenzione anche dai massimi organi rappresentativi dell’università italiana (Crui in testa).

È agli atti parlamentari della scorsa legislatura l’illustrazione in aula, svolta per l’opposizione da chi scrive, di quello che sarebbe accaduto con la legge Gelmini. Una picchiata in basso degli organici nell’ordine tendenziale del 40% del valore di partenza del 2008 (superiore alle 60mila unità), per giunta scaricata in massima parte sul Sud. E questo grazie al combinato disposto di parametri di virtuosità di bilancio e di merito per gli atenei meridionali tutti in salita: in pratica l’impossibilità ad essere virtuosi aumentando la tassazione studentesca per tenere sotto il fatidico 80% la spesa del personale, e a collocare i propri laureati in un tessuto economico asfittico. Parametri assolutamente nella non disponibilità di qualsiasi pur corretta gestione degli atenei, e quindi autentici handicap i cui effetti cumulativi su risorse attribuite in misura crescente in base ad obiettivi raggiungibili da alcuni e irraggiungibili da altri si sarebbero manifestati nel tempo.

A coprire questa realtà di asfissia economica e disfunzionalità normativa, un furore ideologico su merito e valutazione, di cui non pochi analisti già fanno con argomenti validi un caso di studio su come non si promuove il merito e la valutazione in un sistema che voglia recuperare efficienza. È come se a un paziente quasi al collasso si continuasse a misurare la febbre che sale, senza passare mai alla terapia: la somministrazione di risorse innanzi tutto, e di norme, anche di valutazione, effettivamente agibili. Tra un po’ l’università italiana a furia di termometri che ne misurano la febbre avrà le piaghe alle ascelle. Siamo in presenza di un’interpretazione dell’autonomia universitaria da parte della politica come abbandono dell’università a se stessa sul piano delle risorse; e allo stesso tempo di una vessazione ipernormativa, che ti dice anche con che stile morire mentre muori di inedia. Un paradosso che avrebbe del comico se non fosse tragico per il paese e l’università.

Per contrastare l’insincerità di tutta la strategia presunta di rilancio dell’università italiana iniziata con la Gelmini e proseguita con la sua attuazione, chi scrive propose un emendamento di salvaguardia del sistema. Che cioè alla fine della ristrutturazione con cui si voleva ridare efficienza e competitività europea all’università italiana ci fossero nel sistema nel 2020 gli stessi ruoli, già inferiori alle medie europee, del 2008, più l’istituenda fascia dei ricercatori a tempo determinato che in votis dovevano fornire negli anni a quei ruoli i docenti. Una clausola di indirizzo politico della ristrutturazione cui si poneva mano, perché non fosse una dismissione neppure razionalizzata come sarebbe accaduto. Ovviamente quell’emendamento fu bocciato. Ma credo che il punto politico sia lì, e da quella richiesta a questo e ai prossimi governi l’università italiana, se crede in se stessa, deve ripartire. E un grande partito della sinistra di governo, come il Pd, non può che fare sua questa battaglia

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Autore

Eugenio Mazzarella

Napoletano, insegna filosofia all'università Federico II, della cui Facoltà di Lettere è stato preside. Suoi interventi su temi etici e culturali sono frequentemente ospitati su diverse testate nazionali. Deputato del Pd nella XVI legislatura.

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