«Favorire gli investimenti altrimenti non si crea lavoro»

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Il segrerario del Pd, Epifani: il dato che preoccupa di più è il crollo degli investimenti. Senza nuove risorse, a rischio l’occupazione, il welfare, la scuola, l’educazione, la sanità

In queste pagine pubblichiamo un’ampia sintesi del discorso che il segretario del Partito democratico, Guglielmo Epifani, pronunciò al termine di un incontro con i lavoratori di Napoli organizzato dai circoli del lavoro del Pd lo scorso 4 ottobre al Teatro Totò, al quale presero parte anche rappresentanti del mondo delle professioni, dell’università e della cultura. All’incontro, moderato dal direttore di Merqurio, Antonio Vastarelli, e coordinato dall’allora segretario del Pd provinciale di Napoli, Gino Cimmino, intervennero: Paolo Grasso (Tirreno Power, azienda ex gruppo Enel), Mario Rusciano (professore emerito di diritto del Lavoro, università Federico II), Massimo Costa (primario dell’Ospedale Cardarelli), Eugenio Mazzarella (professore di Filosofia teoretica, università Federico II), Ciro Alvieri (lavoratore della Selex e segretario Fiom Napoli), Umberto Puglia (segretario del circolo Poste del Pd), Ciro Cierro (coordinatore Rsu Alenia), Carmine Franzese (Rsu Unilever di Caivano), Dino Falconio (presidente del Comitato regionale notai), Gianni De Simone (primario di Cardiologia del II Policlinico), Marica Covino (circolo Tlc del Pd), Enrico Chierchia (Novartis), Gennaro Calimici (appalti postali), Salvatore Siesto (coordinatore Rsu Ospedale Cardarelli), Germana Gentile (studentessa, circolo Pd di Secondigliano), Lucio Berto (Intesa Sanpaolo) e Pasquale Incarnato (lavoratore Almaviva).


di Guglielmo Epifani

Avvertivo il bisogno di fare un incontro con le realtà del lavoro, fuori dalle logiche burocratiche, incontrare le persone per condividere con loro la discussione e anche onestamente l’aiuto reciproco che possiamo dare alla soluzione dei nostri problemi. […]
Non parlando mai dei problemi che determinano la disoccupazione e i problemi del lavoro, sicuramente ci sarà meno spinta a risolvere e ad affrontare questi problemi, per questo bisogna rimettere al centro dell’agenda politica lo sviluppo e l’occupazione. Siamo ancora dentro a quella che è la crisi più lunga di tutta la storia d’Italia: sono andato a vedermi tutte le statistiche dalla nascita del Regno d’Italia e non c’è in nessun periodo una crisi così lunga e così devastante. Le due crisi paragonabili sono quelle subito dopo l’Unità d’Italia e quella subito dopo la prima guerra mondiale, ma erano crisi che duravano due o tre anni, qui ormai siamo a sette anni e ancora, per quanto qualcosa si intraveda, non ne siamo ancora usciti. Siamo dentro la crisi e, anche quando riprenderemo a crescere, per l’occupazione non ci sarà immediatamente una risposta. Abbiamo questa situazione drammatica e di questo un paese normale dovrebbe discutere, anche solo per discuterne insieme su dove stiamo e cosa possiamo fare.
Questo riguarda i tre grandi aspetti di questa crisi,
Tra i grandi aspetti di questa crisi, c’è il calo dei consumi (9 punti, sono tanti): la gente consuma meno, una parte perché non ha i soldi e una parte perché, anche se i soldi li ha, preferisce spender meno perché ha paura del futuro, la somma di queste due cose è che i consumi son calati di quasi il 10 % in un settore come quello del commercio, immaginate cosa vuol dire. Vuol dire, ad occhio e croce, il 10% di occupazione, di imprenditori in meno. Rispetto a quello che c’era prima della crisi, abbiamo perso un quarto della produzione industriale del Paese, una cosa enorme per chi ancora oggi è il secondo paese industriale d’Europa. Questa media è fatta da due realtà perché abbiamo una parte dell’industria che è vecchia e una parte, quella maggioritaria, che fa fatica. Ho controllato gli andamenti delle esportazioni italiane che sono quasi tutte esportazioni industriali, perché noi siamo anche un paese in cui il 90 % dell’export è dato dai beni e servizi industriali, a differenza di altri paesi. Noi nei paesi extra Ue andiamo abbastanza bene, cresciamo; dove non riusciamo a farcela, è dentro l’Unione europea, dove subiamo la concorrenza di produttori che hanno qualità e sistemi più avanzati, tedeschi e francesi, o di paesi dell’Ue dove i costi sono più bassi e, senza dogane e con reciprocità, i nostri prodotti fanno più fatica.
Poi c’è il problema della protezione delle banche, che non si è risolto per due ragioni, la prima è che le banche sono piene di crediti in sofferenza che dipendono dal fatto che le aziende non ce la fanno – molti operatori privati e artigiani non ce la fanno e spesso sono crediti inesigibili, – la seconda è che le banche, avendo tanti titoli di stato del nostro paese, ogni qual volta lo spread sale, è come se quei titoli si svalutassero, e per le banche la riserva patrimoniale e la riserva di bilancio diventa difficile. Chi sostiene che il valore dello spread ha poca importanza dimostra di non comprendere che si tratta di qualcosa che riguarda tutti noi, quindi dobbiamo stare attenti ed è per questo che abbiamo cercato di evitare la crisi di governo, perché la crisi di governo in questo momento avrebbe portato allo sfascio il paese, e poi ripartire sarebbe stato ancora più difficile perché saremmo ripartiti ancora da più in basso, con ancora più disoccupati, con ancora più aziende chiuse con ancora più attività commerciali chiuse.
Infine, il dato dell’occupazione: abbiamo perso un milione e duecentomila posti di lavoro (statistiche ufficiali) e abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile mai registrato nella storia. Ma il dato che più preoccupa, al di là di questo che è già di per se drammatico, è quello degli investimenti che sono crollati in questi 7 anni del 25%. Senza investimenti non c’è occupazione, non c’è innovazione, non c’è welfare, sanità, scuola, educazione. Quindi il taglio più preoccupante, ancora più dell’aumento della disoccupazione, dell’occupazione, dei consumi è che in Italia si investe sempre meno, ed investendo sempre meno la ripresa si allontana. Come facciamo a far ripartire gli investimenti? Sappiamo che sugli investimenti pubblici abbiamo, purtroppo, dei vincoli dell’Ue, figli dei governi dissennati di centrodestra che ci hanno portato sul baratro, che gli investimenti privati sono scarsi, e anche che c’è una parte del paese che, invece di investire nel cuore del sistema produttivo, preferisce diversificare in finanza, in attività diverse da quelle dell’azienda. 

 Vediamo il caso di Alitalia: è evidente che la compagnia, prima o poi, dovrà finire con un partner straniero, ma il problema è cosa il partner straniero vuole fare di Alitalia: questo è il cuore del problema. Noi non vogliamo difendere la nazionalità dei nostri prodotti, vogliamo avere presenze dentro le nostre aziende di chi non vien per spolparle, ridurle, chiuderle, ma viene per investire. E la cosa che bisogna chiedere, quando arriverà questo incontro, sarà: tu vuoi entrare in Alitalia per farne cosa? Per tenere a terra gli aerei, mandare via 5mila persone, vuoi ridimensionare Fiumicino? Cioè vuoi fare gli interess tuoi piuttosto che gli interessi italiani? Non ci siamo! La stessa cosa vale oggi per Telecom: il problema non è chi se la prende – a parte la rete che è bene che resti italiana, perché quello è un patrimonio strategico nostro – ma il problema di quelli che sono e vogliono entrare in Telecom è il seguente: ma tu vieni qui per investire su Telecom o per vendere pezzi di Telecom, per fare i tuoi affari e poi lasciarci una Telecom che è la metà di quella di oggi? Questa è la questione. Finmeccanica, il nostro gioiello tecnologico, è la stessa cosa: un conto è se si pensa che le grandi aziende, penso ad Ansaldo Energia, abbia bisogno di un partener internazionale perché ha un know how forte, ma ha bisogno di consolidarsi, un conto è che cediamo totalmente un gioiello della nostra tecnologia, della nostra ricerca e della nostra innovazione, perché un valore così non va ceduto, ma unito a qualcun altro per farlo diventare più forte. Se cediamo anche i nostri gioielli, il Pese da un punto di vista tecnologico si impoverisce.

Poi non dobbiamo fare più altri errori. Su Poste italiane, ad esempio, grava una minaccia di separare alcune attività, tra cui quelle assicurative, ma non ci basta la storia del passato, che ci ha insegnato che, quando da un’azienda separi una parte produttiva buona, poi tutta l’azienda ne risente? Non abbiamo bisogno di vendere spezzatini di aziende che funzionano: quelle aziende semmai vanno difese e vanno risolti i problemi creati con certe operazioni. Quando c’è da fare delle operazioni di sinergia, penso ad esempio ad Alena e Aermacchi, è chiaro che le devi fare avendo in mente una strategia, una politica industriale, e nel settore dell’energia abbiamo certo bisogno di un programma energetico nazionale nuovo, perché quello vecchio è ormai superato. L’Italia è un paese in cui oggi, come non è mai successo nel passato, c’è più energia potenziale di quella che consumiamo perché, soprattutto con le nuove generazioni di energia fondate sull’economia e l’ecologia sostenibile, siamo in condizione di avere tanto, ma dobbiamo mettere un po’ d’ordine, altrimenti non si capisce più niente: si aiuta l’energia rinnovabile, si abbandona l’energia tradizionale, compriamo molto gas che però costa tanto e facciamo poco per il risparmio e l’efficienza energetica, che invece è il cuore di qualsiasi politica energetica. Dico tutto ciò perché, se vogliamo affrontare seriamente i problemi, dobbiamo innanzitutto evitare di arrivare sempre sul punto di non ritorno quando è l’emergenza a chiederci di intervenire, perché quando si chiede di intervenire alla politica, al lavoro, agli amministratori locali, al sindacato, quando si chiede di intervenire quando le cose sono arrivate ormai sul precipizio, poi è difficile risollevarle in un mercato come quello di oggi nel quale, se non produce l’Ilva, lo fa un altro produttore europeo. Non dobbiamo arrivare a questo, un paese serio la sua politica industriale la fa non per strati, non lasciando andare, non intervenendo solo quando ce n’è bisogno, ma accompagnando prima, evitando che si arrivi sul baratro.
La cassa integrazione, soprattutto in deroga, ci ha consentito e ci sta consentendo di passare con un minimo di ammortizzatori sociali una fase devastante e durissima, e bisogna che ancora il governo faccia il suo dovere, ma ho guardato quanto abbiamo speso per la cassa integrazione in deroga in 6/7 anni: decine di miliardi, che se uno avesse saputo che avrebbe dovuto spenderli poteva utilizzarli prima per fare investimenti pubblici, perché la cassa integrazione in deroga sono soldi pubblici. Il Paese deve cambiare cultura e bisogna passare dalla logica dell’emergenza alla logica in cui ordinariamente questi problemi vengono accompagnati dai governi, dai parlamenti, dagli enti locali, dagli imprenditori, dal mercato, in una maniera più forte di come noi normalmente siamo abituati a fare.
Ci vorrebbe un luogo, anche dentro al governo, dove queste decisioni strategiche si prendono, quando parliamo di settori, prendiamo ad esempio Finmeccanica per la quale c’è una competenza dei ministeri dell’Industria, del Tesoro, degli Interni, della Ricerca, innovazione e università, ci sono gli enti locali: noi abbiamo bisogno di una cabina di regia delle politiche strategiche di governo – che però non siano occasionali, ma strutturali – dove si facciano scelte strategiche perché quello che accade della rete di Telecom non può essere lasciato al ministero delle
Poste, quello che avviene di settori nevralgici, di Finmeccanica, non può essere lasciato ad un ministero. Queste questioni vanno affidate ad una cabina di regia degli interessi nazionali che abbia la forza di accompagnare questi processi. La stessa cosa vale per quanto riguarda le altri crisi e situazioni. Oggi abbiamo ascoltato una parte ampia di rappresentanza del mondo del lavoro, ma naturalmente ci sono settori che stanno attraversando questa crisi con una difficoltà enorme. Uno su tutti: il trasporto locale oggi vive una crisi spaventosa in molte parti del paese, abbiamo un gigantesco problema che riguarda sanità e scuola. Entrando in un ospedale o in una scuola ti accorgi che la persona che è di fronte a te è mediamente anziana, sia che sia un chirurgo che un professore, salta agli occhi che il mondo della sanità come quello della scuola stanno invecchiando drasticamente a causa del fatto che il blocco delle assunzioni insieme all’apertura delle aree di precariato non permetteranno mai il rinnovamento della nostra sanità e della nostra scuola. La formazione di un bravo professionista richiede molti anni di formazione ed esperienza ed un chirurgo non può formarsi rimanendo sempre precario, per cui, man mano che la gente va via, subito devono essere messi i giovani per evitare di trovarci con chirurghi ultrasessantenni che operano e i giovani che vanno all’estero.
E anche nella scuola è il momento di far accedere i trentenni. Siamo consapevoli che gli insegnanti più anziani sono per tante ragioni quelli più preparati ed esperti, ma i giovani avranno sicuramente dalla loro un rapporto
sicuramente diverso e migliore rispetto a quello che hanno gli insegnanti di un tempo. Non possiamo permettere che nel nostro paese, soprattutto in questi settori nevralgici, non ci sia un progressivo rinnovamento e ringiovanimento dei lavoratori e in genere dei professionisti. Ed è qui allora il rapporto tra lavoro, occupazione, investimenti, formazione, precarietà (perché tutto è collegato): se tu non investi, dove non investi hai lavoro dequalificato e precario. Calo degli investimenti e degradamento del lavoro e dei suoi diritti, le due cose vanno insieme, perché quello che non investe sarà costretto ad abbassare i costi, i diritti, a non formare le persone; quello che investe, invece, ha bisogno di formare le persone, di trattenerle, di riconoscere loro i diritti. La battaglia per gli investimenti è una battaglia contro la precarietà e noi la vinciamo se riparte il ciclo degli investimenti e se cambiamo quelle norme che hanno generato troppa precarietà perché, come diciamo sempre: flessibilità sì, precarietà no. Ma invece troppo spesso la flessibilità è diventata solo precarietà, comodità di tenere i lavoratori e mandarli poi via quando non servono. Rispetto al modello tedesco è necessario sapere che il modello tedesco andrebbe preso tutto e non solo pe la parte che piace: quello tedesco infatti, per esempio, è un modello in cui una grande città come Amburgo può essere azionista di una grande industria di cosmetici, senza che nessuno si chieda cosa c’entri la città di Amburgo con la Nivea: di fatto niente, semplicemente, visto che l’azienda risiede lì, produce e va bene, se la tiene e nessuno crea scandalo. La Germania, ancora, ha una regione che è azionista della più grande fabbrica tedesca, la Volkswagen, e nessuno si crea il problema o urla allo scandalo. A nessuno viene in mente in Germania, quando c’è una crisi di una azienda di punta, di prendere i lavoratori e mandarli via. Non funziona così. Se li tengono perché consapevoli del fatto che un lavoratore formato è meglio tenerselo per una azienda di successo, e quindi magari gli riducono l’orario, il salario, fanno quelli che da noi si chiamano contratti di solidarietà, riducono ed organizzano diversamente i turni di lavoro, ma quella risorsa viene considerata essenziale per il futuro dell’impresa. Qui da noi, invece, alla prima crisi ti mandano via e poi magari alla ripartenza non sanno più come fare, avendo perso delle importanti professionalità. Questa è la cultura diversa che dobbiamo, anche come sistema paese, affrontare.
In ragione di tutto questo credo che, fermo restando la durezza e la difficoltà della crisi e le questioni di emergenza di cui ho parlato, è ora però che il governo, che spero possa avere dinanzi a se almeno l’orizzonte del suo insediamento programmatico e spero possa essere più coeso rispetto a prima, faccia delle scelte che vadano verso le questioni di cui qui abbiamo parlato. Abbiamo bisogno di un governo che faccia una scelta a favore degli investimenti, dell’occupazione, del lavoro. Perché abbiamo bisogno di dare un segno sul versante dell’occupazione. Qualcosa il governo l’ha fatto, è stato riconosciuto, quei 500 milioni per la scuola sono pochi, ma dopo 10 anni finalmente arrivano un po’ di investimenti per la scuola, e io dico meno male che si è partiti dall’assunzione degli insegnanti di sostegno, perché sono proprio quegli insegnanti di cui tane famiglie hanno bisogno perché sono in condizioni disagiate. Si è fatto, utilizzando i fondi europei, un intervento per aiutare, anche fiscalmente, chi assume persone giovani a contratto a tempo indeterminato, ed anche quella è una svolta importante, perché fino a ieri si è fatto esattamente il contrario, si è dato sgravi fiscali a chi assumeva con contratti anche precari, quindi da questo punto di vista si tratta di fare uno sforzo in più e con questo sforzo bisogna fare due o tre cose.
La prima: si parla tanto di tasse, in Italia sono mediamente alte ma diventano eccezionalmente alte perché c’è una parte che non le paga e quindi, per chi le paga, sono appunto molto alte. Per quella parte che le paga, se c’è la volontà di ridurle, chiediamo che si riducano a partire da quelle sul lavoro dipendente e sui redditi da pensioni perché se, come hai fatto, hai mantenuto i salari fermi e l’imposizione fiscale un po’ è aumentata, quei salari fermi hanno perso due volte il potere d’acquisto, perché l’inflazione è salita e perché tu tra imposte centrali e locali hai pagato più tasse: questa questione va messa al primo posto. Poi si deve anche aiutare l’impresa a rimodulare quelle tasse dove c’è un rapporto non corretto tra occupazione e fisco. Se togli dalla base imponibile dell’Irap il costo del lavoro eviterai di penalizzare quelle imprese che fanno più occupazione, ed è un nonsenso quando l’occupazione è più rara come oggi. Secondo luogo devi fare tutto quello che serve per far ripartire gli investimenti: farli ripartire dagli enti locali, investimenti pubblici, farli ripartire dal mercato privato incentivando lo spostamento di risorse e degli investimenti da usi finanziari e speculativi a usi produttivi. Ma bisogna anche aiutare con la liquidità le piccole e medie imprese di artigiani che oggi muoiono non perché non c’è la fanno a vendere, ma perché non c’è uno che, se hanno bisogno di 50mila euro, glieli possa prestare. Ci sono tanti artigiani che hanno dovuto chiudere, qualcuno si è pure ucciso perché non ha trovato nessuno che gli ha dato quei 50mila euro con cui salvava se stesso, la sua azienda e anche un pezzo di occupazione del paese. Dobbiamo rimettere un po’ di soldi sul sociale: oggi nel bilancio dei comuni ne sono rimasti pochissimi, con tutti i tagli; nel bilancio nazionale credo non ci sia quasi più niente sul fondo sociale, eppure almeno sulla non autosufficienza e su questioni che vanno al cuore di problemi sociali giganteschi è necessario che si mettano risorse che sono state fino ad oggi solo tagliate, perché la crisi ha colpito tutti, ma c’è una parte del paese in cui la crisi ha fatto devastazioni profonde, ed è quella parte del paese che va aiutata e sostenuta proprio quando la crisi sta arrivando alla sua fine.
Infine bisogna mantenere l’impegno preso con gli esodati, penso che un partito come il nostro che ne ha fatto uno dei titoli di campagna elettorale debba essere serio e rigoroso fino in fondo: abbiamo 10? Li mettiamo su un altro pezzo di esodati, fino a risolvere tutto il problema, perché c’è una questione di principio, etica e morale. Nel momento in cui lo Stato ha contratto un debito con dei lavoratori e quell’impegno non è onorato, lo Stato ha il dovere, prima di fare altro, di dare una risposta su quella questione. Il problema che ci riguarda tutti è quale idea di Stato abbiamo: se è quella di uno Stato che fa il forte con i deboli o cerca di essere sempre, progressivamente, più giusto con tutti. Il vero segno di uno Stato più rafforzato lo possiamo avere se, a partire dalla prossima legge, questioni come queste di cui abbiamo discusso potranno avere risposta.
Dentro tutto questo c’è la grande tragedia del Mezzogiorno, e i grandi problemi di Napoli e della Campania: è inutile girarci attorno, se noi vediamo i grandi numeri, tutti spiegano che dove c’è stata più perdita di occupazione è nel Nord, e dove si sono chiuse più fabbriche è al Nord, per il semplice fatto che, se ha chiuso il 25% delle imprese manifatturiere, ha chiuso soprattutto dove queste imprese ci sono. Ma se tu leggi bene i dati, ti accorgerai che lì ne hai chiuse il 25%, ma il 75% funziona, invece se qui nel Mezzogiorno ne hai chiuse 3, ne resta una sola o neanche quella: questa è la differenza. Da questo punto di vista la situazione di Napoli e della Campania è del tutto particolare: per le sue dimensioni, per i suoi numeri, un decimo della popolazione del paese, perché Napoli è la grande capitale del Mezzogiorno, la più grande città tra quelle che si affacciano sul Mediterraneo, c’è bisogno di pensare una politica, di avere un’attenzione necessaria. Qui siamo pieni di vertenze che non si risolvono, qui siamo pieni di aziende che non ce la fanno, qui siamo pieni di problemi di ogni tipo, dai trasporti alla sanità, alla situazione ambientale che sta diventando la questione delle questioni: non ci possiamo accontentare di quello che si sta facendo. Al governo bisogna ricordare il tema del Mezzogiorno, che è la grande questione, più drammatica economicamente e socialmente, della vita del Paese.

Identify Pd, per chi sul web ci mette la faccia

di Lucia Rocco
In una fase storica in cui le identità collettive (e forse le identità tout court) appaiono in crisi, si radicalizzano o si dissolvono, si fa un gran parlare di “popolo della rete”, riferendosi a qualcosa che sarebbe altro e altrove rispetto ai comuni luoghi della società. Per molti il web ha assunto i contorni di “un non luogo” libero dove si formano le nuove ideologie e identità collettive, dove le persone si accrescono e si confrontano in continuazione. Ma è davvero così? Innanzitutto, internet non esiste in quanto tale ma è un luogo perfettamente coincidente con la realtà fisica, ci andiamo come andiamo in ufficio, al bar o in camera da letto. In rete non ci sono conversazioni diverse rispetto alla realtà, ci sono frasi profonde e superficiali, discorsi rabbiosi o inconcludenti, discussioni profonde e arricchimenti. L’unica differenza, non da poco, rispetto al mondo reale è che dietro una tastiera si può trovare il coraggio di dire cose che non si avrebbe esponendosi con il proprio vero nome. Questa impersonalità ha indubbiamente dei grossi vantaggi, ma a volte può trasformarsi in un’arma a doppio taglio.
Senza i vicoli imposti dalla comunicazione fisica, in primis l’educazione, quando c’è, molti utenti si sentono liberi dare sfogo a tutte le loro pulsioni represse: si può insultare, minacciare offendere senza la paura di possibili conseguenze. Ovviamente, soprattutto quando si parla di temi delicati come la politica e le ideologie, il rischio di scadere in uno sfogatoio inconcludente è molto grande, tanto che nel mondo molti esperti del settore si stanno interrogando su come realizzare strumenti che rendano sempre meno “impersonale” la comunicazione. In Italia uno degli primi tentativi realizzati in tal senso è “Identify Pd”, la piattaforma di discussione lanciata dal segretario del Partito democratico, Guglielmo Epifani, «per aprire un canale di comunicazione libero, capace di offrire anche a chi la pensa diversamente da noi la possibilità di dare un contributo, avanzare una proposta, fare una critica, parlare di valori e di soluzioni». A differenza di altre iniziative analoghe, Identify Pd presenta una novità non di poco conto: gli utenti devono “metterci la faccia” registrando una video-proposta di massimo due minuti su lavoro, innovazione, diritti, legalità, solidarietà, giustizia, sostenibilità e cambiamento.
Sulla piattaforma sono stati pubblicati video molto diversi tra loro: accanto a chi pone questioni di natura ideologica, c’è stato chi invece ha avanzato proposte pratiche e concrete. Gianluca, ad esempio, ha parlato di bonifiche della Terra dei Fuochi, Paolo di finanziamento pubblico ai partiti e realtà scandinave da prendere come esempio, Angela ha sollevato il problema dei giovani artisti italiani costretti ad emigrare per trovare spazi e risorse per esprimersi. Lo strumento promosso da Epifani è riuscito a coinvolgere anche quegli italiani che molto raramente riescono a dire la loro ai dirigenti del partito, che non hanno luoghi di confronto privilegiati e che anzi spesso si sentono abbandonati dalla politica. Molti di loro, tra l’altro, ammettono nel video di non aver mai fatto vita di partito o preso una tessera.
Se la partecipazione propositiva, positiva e priva di rabbia è già una grande novità del panorama della web-politica italiana, il fatto che il segretario del Pd abbia registrato un suo video è cosa ancora più nuova e meritevole di segnalazione. Il video di Epifani non è stata una risposta ex cathedra: sulla piattaforma il segretario ha lo stesso spazio concesso agli altri, non mette distanze e nemmeno cerca di essere simpatico a tutti i costi. Su www.identifypd.it Epifani ha dimostrato, con i fatti, che comprendere le opinioni altrui, che il confronto e il dialogo sono una necessità. E che una piattaforma web così qualificata potrebbe essere uno strumento molto utile per un Partito democratico che voglia essere innovativo, anche sul piano della comunicazione, senza perdere però il contatto con la realtà.

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Redazione

Merqurio - Quaderni socialisti Periodico di informazione politica, culturale e sindacale

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