Un contesto ambientale ostile all’attività d’impresa e al talento

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Rapporto Banca d’Italia sull’economia della Campania.
Estratto dell’intervento del vice direttore generale Panetta

Fabio Panetta, Vice direttore generale della Banca d’Italia

Tra i paesi europei avanzati, il Mezzogiorno rappresenta per dimensioni demografiche la più grande area in ritardo di sviluppo. Dal suo recupero, dalla ripresa della sua economia possono derivare benefici significativi anche per il Centro Nord. Le economie delle regioni italiane sono legate da strette interazioni: la crescita del PIL meridionale si propaga verso le altre parti del Paese. Quando l’Italia ha sperimentato i maggiori tassi di crescita della sua storia, il Mezzogiorno cresceva più del Centro Nord. Da circa 40 anni il processo di convergenza tra le due grandi aree del Paese ha però smesso di mostrare significativi avanzamenti. (…)

La situazione economica nel Mezzogiorno
Le due recessioni dell’ultimo quinquennio hanno ampliato il distacco tra l’economia meridionale e quella del resto del Paese: tra il 2007 e il 2011 il PIL è calato dell’1,7 per cento all’anno nelle regioni del Sud e dell’1,0 in quelle centro- settentrionali; il divario di crescita era stato sfavorevole al Mezzogiorno anche nel precedente quinquennio, per mezzo punto in media all’anno. Le stime sul 2012 indicano un calo dell’attività economica del 2,8 per cento al Sud e del 2,2 al Centro Nord. Dal 2009 il ritardo del Mezzogiorno è tornato ad aumentare anche in termini di PIL pro capite; la debole convergenza che si era osservata tra il 1995 e il 2009 rifletteva per intero la diversa dinamica demografica tra le due aree. Nel 2012 la spesa delle famiglie del Mezzogiorno è scesa su livelli inferiori a quelli di 14 anni prima; al Centro Nord, l’arretramento non ha superato i 7 anni. L’occupazione è risultata, nelle regioni meridionali, inferiore del 5,1 per cento rispetto al 2007; è rimasta invece sostanzialmente invariata al Centro Nord. Negli ultimi cinque anni si sono persi in Italia circa mezzo milione di posti di lavoro; il calo è stato più intenso nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.
Il peggioramento relativo dell’economia del Mezzogiorno riflette in parte la modesta apertura internazionale del sistema produttivo, che non ha consentito di trarre pieno beneficio dalla dinamica sostenuta delle esportazioni, l’unica componente della domanda che nell’ultimo triennio ha fornito un contributo positivo alla crescita del PIL dell’Italia. Il comparto manifatturiero, che nelle economie avanzate rappresenta il traino dell’innovazione, della produttività, delle esportazioni, nel Mezzogiorno rappresenta il 9 per cento del valore aggiunto complessivo, una quota pari a circa la metà di quella media dell’Italia e tra le più basse nel confronto con le macro regioni europee. L’industria meridionale mostra in misura accentuata le debolezze tipiche dell’industria nazionale: la piccola dimensione d’impresa, il basso peso dei settori ad alta tecnologia, l’insufficiente attività innovativa. Le imprese subfornitrici operano spesso in segmenti marginali delle catene globali del valore; ne deriva una rischiosa dipendenza dalle commesse del cliente principale. Nel Mezzogiorno la ridotta dimensione delle imprese e del comparto industriale nel suo complesso si associa a una minore efficienza: secondo nostre stime relative al periodo 2000-2010, la produttività totale dei fattori è inferiore di un terzo a quella dell’industria del Centro Nord. Nello stesso periodo il livello e la dinamica della produttività del lavoro nel comparto industriale al Sud sono stati inferiori rispetto a quanto registrato sia nel Centro Nord sia nelle altre regioni europee in ritardo di sviluppo. Durante la crisi il calo degli ordinativi e l’allungamento dei tempi di incasso del credito commerciale si sono verificati ovunque, ma nel Mezzogiorno hanno avuto effetti più gravi sulle imprese. Per molte di esse il conseguente, forte abbassamento della redditività rischia di rendere insostenibile il debito finanziario.
Il talento imprenditoriale non fa difetto nel Mezzogiorno. Anche nel pieno della crisi non poche imprese, prevalentemente di grande dimensione, hanno continuato a espandere la produzione, a innovare, a internazionalizzarsi. Vi sono al Sud aree industriali che hanno recuperato, talora superato, i livelli di esportazioni e fatturato prevalenti prima della crisi; si stima che in termini di occupati queste aree rappresentino nel complesso più di un quinto dell’industria meridionale. Quel talento risulta però troppo spesso represso da un contesto ambientale difficile, a volte ostile all’attività d’impresa. Le diffuse inefficienze delle Amministrazioni pubbliche impongono oneri impropri sulla competitività delle aziende. In vaste aree meridionali la criminalità e la corruzione ostacolano la concorrenza, impediscono di fatto il successo anche di iniziative meritevoli, compromettono la capacità di attrarre capitali dall’estero.

Il credito
In Italia il credito bancario è la principale fonte di finanziamento dell’economia. Nel Mezzogiorno rappresenta circa il 70 per cento dei fondi esterni alle aziende, contro circa il 58 nel Centro Nord. Grazie alla ristrutturazione degli anni novanta, il sistema creditizio meridionale aveva registrato significativi progressi quanto a solidità, efficienza, redditività. Nel quinquennio precedente la crisi finanziaria i prestiti nel Mezzogiorno crescevano in misura superiore al resto del Paese. La crisi ha interrotto quella fase di recupero. All’emergere delle prime turbolenze finanziarie il credito nel Mezzogiorno ha rallentato vistosamente; il differenziale di crescita con il Centro Nord si è assottigliato. Come nelle altre aree del Paese, dalla fine del 2011 si registra una contrazione dei prestiti bancari, soprattutto di quelli alle imprese. L’entità del calo è simile nel Mezzogiorno e nel Centro Nord, con riduzioni pronunciate in alcune regioni, tra cui la Campania. (…) Il principale ostacolo all’offerta di prestiti è il peggioramento del rischio di credito provocato dal prolungarsi della recessione. Il deterioramento è accentuato per le imprese del Mezzogiorno: nel quarto trimestre del 2012 i nuovi ingressi in sofferenza hanno raggiunto il 5,8 per cento degli impieghi complessivi, a fronte di una media nazionale del 3,9; la tendenza al peggioramento è proseguita nel primo trimestre di quest’anno. Per le famiglie il tasso d’ingresso in sofferenza è più contenuto, ma risulta comunque più elevato nel Mezzogiorno. (…)

Conclusioni
Come ha affermato il Governatore Visco nelle Considerazioni Finali, “L’Europa, l’Italia si trovano ancora a un passaggio difficile. Per superarlo non possiamo permetterci cali di tensione: dobbiamo insistere nell’opera di riforma”. È un messaggio che vale anche, ancor di più, per il Mezzogiorno. Soprattutto al Sud, le difficoltà congiunturali si sovrappongono alle debolezze strutturali del sistema economico. Il potenziale di crescita si sta ancora indebolendo. La perdita di occupazione, in particolare tra i giovani, e la riduzione del potere di acquisto delle famiglie generano sfiducia, causano perdite di capitale umano, soffocano le iniziative imprenditoriali. L’elevato peso del debito pubblico non offre margini per stimolare la crescita mediante la leva del disavanzo. Alcune azioni, di cui si è dato conto nelle Considerazioni Finali, possono aiutare un sistema imprenditoriale in affanno. Benefici per il Sud potranno derivare, nel breve termine, dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi strutturali europei. Nel medio periodo, da una ricomposizione della spesa in favore di quella più produttiva. Il sistema bancario può svolgere un ruolo fondamentale per il rilancio dell’economia del Mezzogiorno, con benefici per gli stessi intermediari. È essenziale che i finanziamenti non manchino alle imprese sane, dotate di progetti imprenditoriali competitivi. Le tensioni nella disponibilità di credito che nei mesi più recenti hanno riguardato anche imprese solide, pur se in misura minore rispetto alle altre, possono essere superate valorizzando il rapporto con l’economia locale e le conoscenze accumulate negli anni. La correzione dell’attuale penalizzazione fiscale delle svalutazioni sui crediti, che disincentiva i prestiti alle imprese nelle fasi cicliche sfavorevoli, può allentare i vincoli creditizi in particolare al Sud.
È urgente fornire sollievo al disagio giovanile che affligge il Mezzogiorno, perseguendo con decisione politiche strutturali volte a migliorare la dotazione di capitale umano, a rimuovere gli ostacoli all’innovazione e alla concorrenza e a ridurre il carico fiscale sul lavoro. Ma soprattutto, le risorse imprenditoriali del Mezzogiorno vanno liberate dai condizionamenti del contesto ambientale. Azioni incisive volte a recuperare efficienza nei servizi pubblici, a tutti i livelli di governo, a rimuovere gli ostacoli all’attività d’impresa consentirebbero alle imprese un significativo recupero di produttività, necessario per il rilancio dell’economia dell’area e per il riassorbimento delle ampie sacche di disoccupazione. Ne trarrà vantaggio anche il resto del Paese.

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Autore

Redazione

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