La scarsa redditività scoraggia nuovi insediamenti produttivi

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L’analisi dei dati di bilancio delle imprese medie e grandi conferma la fragilità del sistema industriale meridionale
Giorgio La Malfa

Giorgio La Malfa

Dal 2011 la Fondazione Ugo La Malfa ha iniziato una collaborazione con l’area studi di Mediobanca per raccogliere annualmente i dati di bilancio delle imprese che hanno sede nel Mezzogiorno e procedere alla loro aggregazione. Sulla base di questa complessa elaborazione, nel dicembre 2011 e nel dicembre 2012 sono stati pubblicati il Primo e il Secondo Rapporto della Fondazione Ugo La Malfa sulle Imprese industriali del Mezzogiorno. La raccolta sistematica dei dati di bilancio delle imprese che operano in quest’area del Paese costituisce una novità importante e colma un grande vuoto di informazione.
Queste elaborazioni possono, in primo luogo, contribuire a una conoscenza dettagliata della distribuzione delle attività produttive collocate nel Mezzogiorno, sia dal punto di vista territoriale sia merceologico, e della loro evoluzione nel tempo. In secondo luogo, possono consentire utili confronti fra gli andamenti della componente industriale dell’economia meridionale e quelli delle altre parti del Paese, relativamente all’andamento congiunturale e all’evoluzione strutturale. Infine, possono fornire materia di riflessione sull’efficacia delle linee di politica economica fin qui adottate per affrontare la questione meridionale e suggerire spunti per nuove iniziative.
Il Secondo Rapporto illustra, in alcune dettagliate tabelle, l’evoluzione di 114 imprese meridionali di medie e di grandi dimensioni nel quadriennio 2008-2011. Il loro andamento è analogo a quello dell’aggregato di circa 2.000 imprese prese in esame da Mediobanca in tutto il Paese: una forte flessione del fatturato nel 2009, seguita da una ripresa nel biennio successivo. Allo stesso modo si muovono le esportazioni che rappresentano circa il 30% del fatturato. Ma, mentre per l’aggregato Mediobanca nel 2011 vi è un pieno recupero sia del fatturato totale sia del valore delle esportazioni, per le imprese meridionali il fatturato risale oltre il livello del 2008, ma le esportazioni restano al di sotto.tabella-LaMalfa

Ancora più preoccupante è l’andamento degli utili per le imprese meridionali: essi mostrano perdite per il 2008 e il 2009, un risultato positivo nel 2010 e una perdita di quasi 2 milioni di euro nel 2011. Dato l’attuale andamento dell’economia italiana, c’è  da temere che i bilanci del 2012 siano particolarmente negativi, con un ulteriore riflesso sull’occupazione che tende e calare regolarmente dai 90.000 dipendenti del 2008 agli 83.000 del 2011 con una flessione di quasi l’8% nel quadriennio.
Il secondo dato che colpisce è il differenziale di produttività fra le imprese del Mezzogiorno e quelle del resto del Paese, come si evince dalle cifre relative sia alle imprese meridionali nel loro insieme sia al censimento per il 2008 e il 2009 delle medie imprese del Mezzogiorno. Questa minore produttività è compensata in minima parte dal più contenuto costo del lavoro nel Mezzogiorno. La conseguenza è la minore redditività delle imprese meridionali che a sua volta rischia di scoraggiare l’insediamento di nuove attività produttive in queste zone.
È importante riflettere sulle cause di questo differenziale di produttività, spiegare se esso sia connesso con la situazione delle infrastrutture o se sia, invece,  il riflesso della mancanza nelle aree meridionali di quelle filiere tipiche dei distretti industriali del Nord che possono contribuire alla maggiore produttività delle singole imprese. Si tratta quesito di rilievo, in rapporto all’impostazione delle politiche per il Mezzogiorno.
Un altro dato sul quale va posta l’attenzione è l’esiguità del numero complessivo di imprese medie e grandi nel territorio meridionale. Il censimento Mediobanca-Unioncamere ha individuato nel 2009 circa 3.200 imprese medie in tutta Italia, di cui solo 278 nel Mezzogiorno. Erano circa 4.000 nel 2008, di cui 347 nel Sud. Questa riduzione può essere considerata una flessione congiunturale, recuperabile quando la situazione economica riprenderà  slancio, oppure ci troviamo di fronte a una progressiva  deindustrializzazione del Paese? Se l’Italia partisse da una situazione di sostanziale piena occupazione, questi processi potrebbero essere analizzati senza eccessivi allarmi, ma il Meridione parte da una condizione di disoccupazione strutturale. Per questo motivo, è indispensabile definire subito una politica economica per la piena occupazione.
Se si considera l’elenco delle unità produttive del Mezzogiorno che danno occupazione a più di 500 dipendenti si scopre che si tratta di circa 50 insediamenti, concentrati prevalentemente in tre regioni meridionali – la Campania, l’Abruzzo e la Puglia – nelle quali trovano occupazione meno di 80.000 dipendenti con una tendenza progressiva alla loro diminuzione (vedi tabella in pagina). Sommando queste cifre a quelle degli addetti nelle medie imprese, si ottiene un totale di circa 115.000 dipendenti di imprese industriali di media o grande dimensione per l’intero Mezzogiorno, una cifra davvero molto esigua.
Da tutti questi dati  si possono trarre alcune conclusioni di politica economica. La mia opinione è che le politiche finalizzate a determinare le precondizioni per lo sviluppo economico – come le  infrastrutture, le reti informatiche, la formazione e così via – non siano più sufficienti. Servono, invece,  politiche che puntino all’insediamento nel Mezzogiorno di nuove attività  industriali. Bisogna individuare, in ciascuna regione,  le zone nelle quali creare le condizioni favorevoli alla nascita di nuovi insediamenti industriali,  e nelle quali creare agglomerazioni simili a quelle dei grandi distretti industriali del Nord. L’impegno per l’utilizzazione dei Fondi europei è fondamentale, ma è indispensabile decidere in quale direzione muoversi per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno.


«Cento euro investiti nel Sud ne generano altri 40 nel Nord»
Deandreis (Srm): «Concentrare gli sforzi su manifatturiero, export e portualità»

«Nord e Sud sono economie profondamente integrate, e la crisi che sta vivendo il Nord dipende anche dal fatto che, negli ultimi decenni, non si è investito nel Mezzogiorno». A sostenerlo è Massimo Deandreis, direttore di Srm (Studi e ricerche per il Mezzogiorno, il centro studi collegato al Banco di Napoli), che aggiunge: «Se non ci si aiuta reciprocamente, ci si distrugge reciprocamente».
A dimostrarlo, tanti dati, a cominciare dal fatto che «sappiamo, da un recente studio della Banca d’Italia, che 100 euro investiti nel Sud generano 40 euro di domanda aggiuntiva nel Nord, e anche che il Mezzogiorno importa il 24% dell’equivalente del proprio Pil dal Nord«. Partendo da questa «nuova consapevolezza dell’interdipendenza delle economie di queste due aree», secondo Deandreis, «bisogna riscoprire la dimensione di sistema Paese» anche per «avere maggiore forza contrattuale in Europa». Ma quali sono le vocazioni del Sud che vanno promosse? Il direttore di Srm ritiene che debbano essere perseguite quelle pensate «in una chiave di interesse nazionale». Discorso che vale anche per le vocazioni territoriali del Nord.
Il Mezzogiorno, secondo Deandreis, non può prescindere dal manifatturiero, che rappresenta ancora «una realtà produttiva importante». In particolare, in alcuni comparti. Se si prende ad esempio l’aeronautico, calcolando la produzione non per sede legale ma per unità produttive, «vediamo – sottolinea – che due regioni del Sud come Campania e Puglia, che hanno la stessa popolazione della Lombardia, producono il 31% del fatturato italiano del settore, una quota maggiore della Lombardia che è prima».
Altri settori sui quali puntare, per il direttore di Srm, sono l’automotive e l’agroalimentare. E su queste priorità, continua, va impostato il discorso sul credito «perché se è vero che c’è necessità di maggior credito, c’è anche necessità di qualità del credito». Tra i punti positivi, c’è l’export che nel Mezzogiorno, in questi anni di crisi, ha fatto registrare una crescita superiore alla media nazionale. Da questo punto di vista, risulta strategico il rilancio della portualità. «Così come la Germania è cresciuta anche grazie all’apertura dell’Ue verso i paesi dell’Est, l’Italia deve farsi sentire in Europa per fare in modo che non sia accantonata l’area di libero scambio nel Mediterraneo, perché tra i primi beneficiari di una tale apertura potrebbe esserci proprio il Mezzogiorno».

an. va.

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Autore

Giorgio La Malfa

Economista (Fondazione Ugo La Malfa). È stato segretario del Partito repubblicano, ministro e deputato.

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