In Campania è record di giovani che non studiano né lavorano

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Secondo la Svimez sono circa 600mila i cosiddetti Neet il 38,8% di quelli compresi nella fascia d’età 15-34 anni

Giovanni De Falco / Coordinatore generale Ires Cgil Campania
Paolo Giugliano / Presidente Ires Cgil Campania

Gli autori ringraziano il dottor Paolo Porcaro di Italia Lavoro per la gentile collaborazione


Le tante crisi che destabilizzano la Campania e che gravano sulle scelte riguardanti il presente e, soprattutto, il futuro sono ormai note: la smobilitazione delle grandi imprese (desertificazione industriale); le ricadute della crisi economica anche in settori non manifatturieri (commercio-terziario); i bilanci disastrati degli enti locali; sarebbero sufficienti a descrivere una condizione di allarme sociale, occupazionale e produttiva. In seguito abbiamo tentato di arrivare ad alcune precisazioni di natura quantitativa e qualitativa che ci offrono una lettura su un fenomeno che avrà, purtroppo, un impatto drammatico sul futuro, a prescindere dalla soluzione dei tanti problemi più evidenti o appariscenti.tabella-Ires-Istat

I numeri
Sebbene il numero di imprese in regione sia il secondo in Italia (quasi 460mila), rapportando questo valore alla popolazione residente si ottiene una densità imprenditoriale (7,5 imprese ogni 100 abitanti) che è appena la quartultima.
L’analisi del livello di occupazione per settore fa registrare una notevole quota di addetti operanti nel terziario (70,6% del totale). Il Tasso di Occupazione si conferma sotto la soglia del 40% (39,4% contro il 39,9% del 2011, lontani gli obiettivi del Trattato di Lisbona: sviluppo sostenibile e piena occupazione). I dati statistici sul lavoro vanno interpretati non solo per la quantità ma anche, come indicavamo in premessa, per la qualità. Ciò significa che a parità di numeri il mercato del lavoro è assai più debole di quelli di qualche anno addietro: un contratto a tempo indeterminato crea condizioni di ricchezza e stabilità superiori a tre contratti precari.
Il contributo dell’economia campana alla formazione del valore aggiunto del Paese è pari al 6,23% (settimo nazionale). Il Pil regionale continua la sua fase recessiva e nel 2011 registra una perdita di 0,6 punti rispetto al 2010. La lettura degli indicatori quindi non fornisce un quadro soddisfacente e il contributo dell’economia campana agisce in termini sottrattivi rispetto a quella nazionale. Si allarga la forbice nei confronti delle aree forti del Paese e dell’Europa.
Con l’economia in crisi il sistema lavoro ripiega su una illegalità diffusa (15,5% per l’Istat, 33% quella stimata da Ires Campania) per rispondere agli arretramenti congiunturali. La criminalità organizzata è una forza finanziaria, e come tale si pone nel mercato (non solo locale). La crisi mette a rischio controllo e proprietà delle imprese e porta le organizzazioni criminali a controllare in toto, o in maggioranza, alcune aziende tra quelle che si collocano nei settori più interessanti. Molte attività di servizio alle imprese sono controllate e servono per entrare nel circuito produttivo. La sostanziale assenza delle istituzioni nell’area del controllo del mercato del lavoro consente fantasiose incursioni nel settore (assunzioni imposte, caporalato, ecc.). Nel commercio si può affermare che il 50% degli esercizi (forse anche più, ma le stime Ires Campania restano prudenti) sono oramai controllati in maniera (più o meno) diretta dalle organizzazioni criminali.

Il disagio demografico
Tra gli effetti più evidenti della crisi viene in evidenza il forte disagio demografico della Campania che affronta, per la prima volta, una condizione di denatalità con dati assai più significativi della media europea e di alcuni Paesi del Nord Europa. Questa demografia della crisi ha una ragione anche nella ripresa dell’emigrazione, che adesso riguarda i giovani con maggior grado di istruzione. Si tratta di un fenomeno, che, a partire dal nuovo millennio, risulta in espansione. La Campania, nell’ultimo quinquennio, registra un saldo migratorio in costante peggioramento, soprattutto tra i laureati (dal -3 al -7,9%). Migrare verso le regioni del Centro-Nord è da oltre un decennio una scelta obbligata per i giovani che hanno conseguito una formazione universitaria e che risultano sovradimensionati rispetto all’offerta di lavoro regolare nella regione. L’alto livello di istruzione dovrebbe avvantaggiare il rapporto tra domanda e offerta, ma il problema è la totale asimmetria: a buoni livelli di competenza e formazione non corrisponde la disponibilità di lavoro qualificato e regolare. Al contempo, le istituzioni pubbliche non possono che continuare a investire in formazione e le stesse università vengono incentivate a garantire il più ampio accesso possibile, con l’effetto di deprimere ulteriormente l’offerta, pur avendo come obiettivo quello di innescare un virtuoso rapporto tra lavoro e formazione. Rimane forte la presunzione strategica che, offrendo buoni laureati o diplomati, le aziende (non campane) siano incentivate a investire sul territorio. In realtà, gli sforzi pubblici finiscono per alimentare invece il flusso migratorio dei più istruiti. L’esito è quindi l’emigrazione dei migliori, cioè di coloro che volendo investire sul proprio futuro per una crescita sociale ed economica sono costretti, invece, ad abbandonare la terra natia.

Gli scoraggiati
Chi nella stessa fascia d’età ha deciso di rimanere esaurisce rapidamente qualsiasi impegno nel trovare un lavoro regolare o professionalizzante. Di conseguenza, in molti tendono a sospenderne perfino la ricerca. Una consistente parte dei giovani della fascia 15-34 anni appartiene alla categoria NEET (Not in Education, Employment, or Training), in pratica: non studiano, né lavorano. La Svimez (Rapporto 2012 sull’economia del Mezzogiorno) ne ha calcolato l’insieme, in Campania, in circa 600mila unità. L’incidenza è altissima e riguarda il 38,8% della popolazione giovanile, superiore sia alla media nazionale (24,5%) che a quella del Mezzogiorno (35,5%). A una maggiore presenza di giovani non corrisponde altrettanta vitalità lavorativa, sociale e formativa (l’abbandono scolastico delle ultime generazioni è ormai un aspetto rilevante, drammatico e strutturale). Questi numeri evidenziano una debacle, le cui cause sono soltanto in parte da ascrivere alla crisi economica. A influenzare la stasi contribuisce anche la fragilità sociale considerando che il fenomeno si è originato in tempi pre-crisi e solo oggi arriva ad essere osservato (anche statisticamente). Dal punto di vista della crisi, è sufficiente inquadrare i dati nel più generale e negativo andamento del lavoro in Campania: il Tasso di disoccupazione cresce al 15,5% (era al 14% l’anno passato), così come cresce la disoccupazione giovanile (fino a 24 anni) pari al 44,4% (41,9% nel 2012).
Sintetizzando, il mercato del lavoro campano per i giovani tra 25 e 34 anni appare devastato da fenomeni economici e sociali: scarsa presenza di lavoro regolare; precarizzazione; disoccupazione e inattività (segnale di un mercato asfittico pure a fronte di strumenti flessibili). La Campania dovrà, nel volgere di pochi anni, affrontare problemi inediti perché, da una parte, non avrà disponibili competenze professionali tra quadri e dirigenti, essendo migrata una parte consistente di laureati, dall’altra, si troverà una generazione che dovrà subentrare alla vecchia classe dirigente non in grado di affrontare le più banali problematiche operative, mancando di competenze ed esperienze formate sul lavoro. Insomma, per dirla alla Ermanno Rea, dobbiamo al più presto (ri)trovare il nostro Petrolio grigio (i giovani, le competenze e i saperi).

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Autore

Redazione

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