Il caso Indesit ennesima conferma della necessità di una strategia per attirare investimenti nel Sud

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Per rilanciare l’edilizia, infrastrutture ma anche manutenzione delle scuole

Mentre l’attenzione mediatica è concentrata ancora sulla questione della riduzione delle tasse, il Paese, ed in particolare il Mezzogiorno, fa i conti quotidianamente con un allungamento della crisi del sistema produttivo che accresce la disoccupazione, le aree di disagio sociale e la povertà cronica, con un allargamento della fascia di povertà relativa, nella quale entrano sempre più persone del ceto medio che perdono il posto di lavoro. Su questo fronte, in Parlamento procede la discussione sull’introduzione di un taglio del cuneo fiscale che, rendendo meno oneroso il costo del lavoro per le imprese e lasciando più soldi in busta paga ai lavoratori, possa far ripartire gli investimenti e i consumi.
Una strada che va necessariamente percorsa ma che, nell’immediato, non servirà come soluzione alle tante emergenze sociali e alle troppe crisi industriali che si sono manifestate negli ultimi anni, e continuano a manifestarsi. Emergenze che sono state oggetto di alcune interrogazioni parlamentari, come quelle sugli esodati (per i quali bisogna reperire le risorse per il 2014/2015) o sul finanziamento – ancora incerto – della cassa integrazione in deroga.
Un esempio della profonda trasformazione del panorama industriale è il caso dell’Indesit di Caserta, oggetto di una riorganizzazione che, a fronte di investimenti dell’azienda per 70 milioni di euro, prevede un taglio di circa un terzo della forza lavoro dei tre stabilimenti italiani: 1.400 dipendenti tra dirigenti, impiegati e operai (di cui 540 a Caserta). In un’interrogazione al ministro è stato chiesto che si attivi un tavolo affinché si tuteli il patrimonio umano e di professionalità dei lavoratori. Il piano di “salvaguardia e razionalizzazione dell’assetto in Italia” del gruppo, infatti, prevede, per rispondere alla difficile situazione di mercato, di concentrare nei tre poli italiani le produzioni top ad alto contenuto di innovazione e tecnologia, portando, invece, in Polonia e Turchia “le produzioni italiane non più sostenibili”.
Il costo del lavoro, ovviamente, incide in queste scelte ma incidono anche altri costi, a cominciare dai trasporti all’energia, dal credito ai servizi, più alti in Italia che altrove, e mediamente più alti nel Sud rispetto al Centro-Nord. Per questo motivo è indispensabile, al di là di provvedimenti singoli, per quanto giusti, l’impostazione di una strategia di politica industriale per il Paese che tenga conto anche delle specificità del Mezzogiorno. Un Sud nel quale vanno create, innanzitutto, le condizioni per attirare gli investimenti delle grandi imprese, dal resto del Paese e dall’estero. Questo attraverso un utilizzo dei fondi strutturali europei che rafforzi e riammoderni le reti (energetica, di telecomunicazioni, dei trasporti).
Bisogna, inoltre, valorizzare alcuni settori peculiari dell’economia meridionale, come l’agricoltura, ma anche rilanciare quelli capaci di rimettere in moto l’intero sistema produttivo locale, come l’edilizia. In quest’ultimo caso, oltre alle risorse europee per le opere infrastrutturali, potrebbe venire in soccorso un allentamento del patto di stabilità interno che consenta agli enti locali di mettere in moto tanti piccoli cantieri, promuovendo lavori di pubblica utilità, a cominciare dalla ristrutturazione e messa in sicurezza delle scuole e degli ospedali.
Ci sono poi situazioni particolari da gestire con saggezza, come quella che riguarda un migliaio di Lavoratori socialmente utili (Lsu) che, in diversi Comuni, a causa del blocco delle assunzioni nella Pubblica amministrazione, rischiano di perdere l’impiego. Passati i tre anni dall’inizio dell’incarico, infatti, avrebbero dovuto essere assunti, grazie a risorse comunali ad hoc già accantonate. Su questo, insieme ai sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) ho organizzato un incontro a Roma con il presidente della Commissione Lavoro, e ho anche segnalato la questione al ministro: per evitare che questi lavoratori restino senza reddito, abbiamo proposto di sbloccare le assunzioni o, quanto meno, di trovare una soluzione transitoria.

Infine, in prospettiva, non meno importante è l’impegno che il Pd sta mettendo in campo per l’approvazione di una legge sulla rappresentanza sindacale, che estenda e generalizzi i principi a base dell’accordo siglato da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria. Di un’estensione di quelle regole democratiche nella stipula dei contratti di lavoro anche al sistema delle piccole imprese potrebbe giovarsi in particolare il Mezzogiorno, il cui tessuto produttivo è caratterizzato, più che nel Centro Nord, proprio da piccole e piccolissime imprese.

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Autore

Giorgio Piccolo

Ex segretario Cgil Napoli ed ex segretario Ds Napoli. È deputato del Partito democratico.

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