I molti Sud visti da Sud / Nord addio, meglio fare da soli

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I libri di Borgomeo ed Esposito, diversissimi e provocatori, rilanciano il dibattito sul Mezzogiorno alimentando un neo-meridionalismo che prova a rottamare i vecchi schemi della “questione”


Tratto da «Separiamoci» di Marco Esposito

Marco_EspositoSepariamoci. Limitando i litigi, se possibile. Raffreddando i rancori. Ma separiamoci, perché quando l’insofferenza prende il posto dei progetti è meglio troncare il rapporto. Separiamoci perché la grande famiglia europea consentirà a ciascuno di coltivare le proprie aspirazioni in un futuro di pace, mentre proseguendo il cammino da separati in casa, tra accuse reciproche e dialoghi tra sordi, si rischierebbe di far prevalere i livori e di procedere azzoppati, entrambi. L’Italia da vent’anni non funziona al meglio. Lo certificano le statistiche e ancora di più lo comprende chiunque abbia un’azienda da guidare, risparmi da gestire, figli da crescere. Il declino sociale ed economico è cominciato negli anni Novanta e ha visto il paese scivolare nelle classifiche internazionali. Ma guai a rimpiangere i cosiddetti ultimi anni spensierati, gli Ottanta: non bisogna esser degli storici per ricordare che in quel decennio è esploso il debito pubblico: la ricchezza prodotta era in gran parte apparente perché creata a spese delle generazioni future, indebitandole. Con conseguenze all’epoca imprevedibili: gli italiani, come se avessero intuito che stavano mangiando il pane dei propri figli, improvvisamente hanno considerato la messa al mondo di bambini un accidenti da scongiurare e hanno sorpreso e allarmato i demografi di tutto il mondo mettendo in atto una sorta di estinzione volontaria, senza equivalenti nel pianeta, dimezzando il numero di nascite tra il 1964 e il 1994: mai tante coppie di trentenni ha dato vita a così pochi neonati. Ora i figli del baby sboom – riconoscibili per l’avere più zii che cugini – sono maggiorenni e si aggirano smarriti in un paese pieno di debiti e paure, che sa dare loro solo il messaggio che sarà dura, sarà durissima.
In questo paese, ma forse è solo un caso, il declino economico è coinciso con la nascita e la crescita di un partito politico a vocazione territoriale. Una situazione che ha creato un’asimmetria, con un territorio rappresentato due volte (dai politici del partito territoriale e da quelli dei partiti nazionali) e un altro rappresentato poco e nulla. In Italia, ma forse è solo un caso, da oltre vent’anni non c’è un meridionale che abbia avuto la ventura di diventare capo del governo.

Un paese che ha avuto la spudoratezza di affidare a politici che hanno giurato fedeltà al “conseguimento dell’indipendenza della Padania” (articolo 1 dello Statuto della Lega Nord) ministeri come le Riforme istituzionali, gli Interni, il Bilancio e la programmazione economica, l’Industria, la Giustizia, il Lavoro e le politiche sociali e persino l’Agricoltura, che un tempo era premio di consolazione per qualche notabile meridionale.
In questo paese ci si riempie la bocca di sostegno ai giovani, alle famiglie, alle donne, alla scuola, alla ricerca, al lavoro eppure, ma forse è solo un caso, si bloccano le politiche in favore di quella parte di territorio dove ci sono più giovani, più famiglie, meno donne occupate, più necessità di scuola, ricerca, lavoro. (…) Non sorprende e nemmeno scandalizza il fatto che in Friuli Venezia Giulia ci siano ancora oggi ventotto caserme, contro una della Basilicata. Non sorprende, ma dovrebbe scandalizzare, che in Friuli Venezia Giulia ci siano quattro aeroporti contro zero della regione lucana nonostante quest’ultima abbia una superficie più vasta. O che gli asili nido siano 73 contro 29. Perché se è giusto non impegnar soverchie energie collettive sulla sicurezza militare degli abitanti della Basilicata, non si capisce perché si usi il medesimo parametro di impegno territoriale – anzi di disimpegno – se l’obiettivo non è difendersi dalle invasioni straniere bensì raggiungere in aereo perle turistiche come Matera o Maratea, aree industriali come Melfi, zone produttive senza eguali lungo la penisola come la Val d’Agri. E non si comprende quale stratega della pubblica istruzione abbia stabilito di presidiare con gli asili nido in modo massiccio il Friuli Venezia Giulia, garantendo che 18 bambini ogni 100 al di sotto dei tre anni possano essere ospitati in un asilo comunale, mentre in Basilicata il numero si ferma a 8 ogni 100.

Un paese che non sa distribuire le risorse, prima o poi la paga cara. Se non offri le migliori università ai giovani che si mostrano più brillanti, e magari ti inventi come ha fatto la Gelmini la regola che la residenza fa punteggio per le borse di studio, rischi di vedere i più promettenti tra quei giovani prendere la strada dell’estero. Se non selezioni gli insegnanti in base alla capacità, bensì in ragione della provincia di provenienza, rischi di far occupare le cattedre dai più pigri lasciando disoccupato chi è capace. Se nel 2013 fai pagare le tasse sui redditi (Irpef), sulle imprese (Irap) e sulla casa (Imu) non in rapporto alla ricchezza, ma in proporzione ai deficit degli enti locali maturati nel decennio precedente, rischi di colpire i consumi e soffocare ogni spirito economico proprio dove si dovrebbe utilizzare la leva fiscale per attrarre investimenti, tagliando le gambe a chi prova a correggere gli sfasci degli amministratori del passato. Se un paese commette tanti errori e nonostante l’evidenza del declino non pone rimedi è perché quel medesimo paese si osserva, si racconta e si giudica tramite una lente deformata: il punto d’osservazione – ovvero i giornali, le televisioni, le case editrici, le società demoscopiche, le società pubblicitarie – si trova quasi sempre in una città localizzata a 50 chilometri dal confine con la Svizzera e a 1.250 chilometri dalla Sicilia.
Milano racconta ogni giorno l’Italia con occhio indulgente verso i propri difetti e pronta a scattare scandalizzata quando qualcosa di poco edificante accade a Napoli o a Catanzaro. Milano descrive un paese che si è poco alla volta convinto che ci sia una parte di territorio che rappresenta una palla al piede per l’economia. Un paese raccontato da Milano fa fatica a valutare i danni che fa una classe politica selezionata da vent’anni in base alla presunta maggiore o minore capacità di dare risposte alla “questione settentrionale”, ovvero alla paura dei ricchi di non restare ricchi in un mondo che cambia per ragioni che nascono molto oltre la valle padana. Un paese, l’Italia, che non riesce a capire che è proprio questo deficit culturale, questo governo monco nel cervello che ne frena la crescita complessiva. La palla al piede dell’Italia è l’incapacità di vedere lontano, nel tempo e nello spazio. La palla al piede dell’Italia non è il Mezzogiorno: è la manifesta inadeguatezza politica e culturale della classe dirigente del Nord.
Come in “1984” di Orwell, la classe politica italiana – e ormai dire italiana significa dire padana – pratica il “bispensiero” ovvero la capacità di sostenere una cosa e il suo contrario senza avvertire la contraddizione logica. Chiedete a un politico di qualsiasi schieramento di indicare nella scala di priorità a quale gradino metterebbe temi come i giovani e il lavoro: la risposta sarà nei primissimi posti. Nella stessa scala chiedetegli di inserire il tema Mezzogiorno e questo finirà in fondo alla classifica. Eppure è il Sud l’area con più giovani ed è il Sud l’area con meno lavoro, soprattutto femminile, non d’Italia ma d’Europa: Puglia, Sicilia, Calabria e Campania sono le ultime quattro tra tutte le regioni dell’Unione europea per tasso di occupati. Per cui chiunque abbia a cuore i primi due temi dovrebbe attivarsi soprattutto in favore del luogo e delle persone dove l’impegno può portare i risultati migliori. Chiedete a un politico se sa cosa siano i Neet. Se è un politico informato risponderà che la sigla sta per “Not in education, employement or training” e individua i giovani entro i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Il peggio immaginabile quanto a spreco di energie umane e quindi uno dei principali problemi che ha l’Italia, dove i Neet sono 22 ogni cento giovani. In Europa solo la Bulgaria sta peggio, a quota 24. Dite a questo politico che quel 22 è la media tra 16 al Centronord, un valore in linea con la Ue, e 31 al Sud e che quindi l’impegno per contrastare il fenomeno e dare opportunità a tutti dovrebbe riguardare non solo ma soprattutto il Mezzogiorno. Ecco che la passione per le statistiche sociali sfumerà, nonostante a rigore l’impegno di chi governa l’Italia dovrebbe restare lo stesso. Dovrebbe. Ma non accade. Il bispensiero domina. E anzi qualsiasi azione per il Sud sembra distolga energie, risorse al resto d’Italia. (…)
Ecco perché, di fronte al progressivo e devastante declino dell’Italia e alla manifesta incapacità della sua classe dirigente nel correggere gli errori, bisogna chiedersi se non convenga a tutti, ma intanto al Sud, separarsi e ritrovare la propria indipendenza. Certo, non per resuscitare uno o più staterelli ottocenteschi, ma per partecipare al grande progetto di Unione europea con cultura e voce proprie. Separiamoci, e il Sud potrà guardarsi con i propri occhi e non con quelli distorti di chi deve alimentare e confermare comodi luoghi comuni. Separiamoci, e il Sud potrà liberarsi degli alibi che vedono sempre negli altri la responsabilità della propria inadeguatezza. Separiamoci, e il Sud potrà riannodare il filo spezzato della sua storia, mettendosi alla prova per vedere se saprà recuperare e meritare i primati di cui è stato capace nella scienza, nell’arte, nell’industria, nel rispetto dei beni comuni, nelle conquiste civili. L’Unione europea garantirebbe al Sud indipendente una moneta accettata in tutto il mondo, garantirebbe la libertà di circolazione ai tanti meridionali non più residenti nel proprio territorio d’origine e garantirebbe finalmente alle Terre del Sud, le Terre del Sole, di diventare arbitri del proprio destino nell’ambito di un progetto comunitario di crescita, sicurezza, sviluppo umano e materiale. Finalmente a Bruxelles per i tradizionali appuntamenti mensili dell’Ecofin tra i ministri che si occupano di materia economica e finanziaria non andrebbe più un lombardo come Tremonti o un lombardo come Grilli o un piemontese come Siniscalco o un veneto come Padoa-Schioppa (gli ultimi ministri dell’’conomia, ma forse è solo un caso, sono tutti del Nord) i quali erano preoccupati più per l’equilibrio generale dei conti che per il successo del programma di spesa dei fondi comunitari. Al consesso dei ministri finanziari non si recherebbe più qualcuno pronto a sacrificare gli investimenti per i corridoi mediterranei pur di garantire quelli per i passi alpini. A Bruxelles andrebbe invece il ministro dell’Economia in carica nel Governo di Napoli, il quale avrà come priorità raccogliere tutti i fondi che spettano e spenderli al meglio, così come realizzato in passato dai governi di Dublino, di Lisbona, di Madrid e persino per quello di Atene che ha permesso alla Grecia di superare il Mezzogiorno d’Italia, relegandolo all’ultimo posto. (…)
L’Italia è un paese europeo ricco e povero al tempo stesso, per cui contribuisce alla cassa comune di Bruxelles e beneficia delle politiche di coesione, destinate in teoria soltanto a una frazione di territorio, nell’ultima fase ridotta a quattro regioni: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Però, utilizzando con astuzia le eccezioni previste nei patti comunitari, l’Italia raccoglie fondi per la parte povera e indirizza la quota più numerosa degli interventi nelle aree più ricche: sono in corso 467 mila progetti di Coesione sul programma 2007-2013, che ha la sua scadenza per la spesa al 2015, dei quali 337 mila (il 72%) destinati (e frammentati) al Centronord. Da segnali come questo un osservatore neutrale ed esterno potrebbe dedurne che alla guida dell’Italia ci sia una classe dirigente interessata a politiche clientelari (tanti piccoli progetti) concentrati guarda caso nella parte del territorio dove tale classe politica è nata e cresciuta (la Lombardia). Con un Sud indipendente, tutto ciò finirebbe. Nel governo comunitario di Bruxelles ci sarebbe finalmente un commissario europeo meridionale – a proposito, nell’esecutivo comunitario non c’è un meridionale dal 1995, quando l’Italia era rappresentata da due commissari di cui uno era l’aversano Antonio Ruberti (ma forse è solo un caso) – il Sud indipendente avrebbe un commissario al quale magari si potrebbero affidare le Politiche di Coesione. O, meglio, quelle per il Mediterraneo. Certo, far nascere un nuovo stato richiede una straordinaria forza di volontà. Richiede una particolare intelligenza e capacità d’equilibrio, perché andranno definite questioni non semplici come i confini, la gestione del debito storico, la suddivisione delle proprietà pubbliche. E andranno fatte scelte sulla forma costituzionale, il nome, la bandiera, l’inno. Far nascere una nazione richiede convinzione nei propri mezzi e anche una certa dose di spregiudicatezza, di capacità di sognare. Ma forse è proprio questo che manca nel Sud e di cui quindi i napolitani hanno più bisogno: credere in se stessi, tornare a sognare.

esposito-coverSepariamoci

Da oltre vent’anni in Italia qualsiasi scelta viene presa in base all’interesse di una sola parte del Paese. Nel Mezzogiorno prima sono sparite le banche, poi le grandi aziende, adesso si riducono strutture sanitarie, autobus, treni e presto saranno a rischio scuole e università. Si è arrivati a raccogliere tasse al Sud per investirle al Nord. L’atto di accusa arriva dal giornalista del Mattino Marco Esposito, che propone al Mezzogiorno di staccarsi dal resto del Paese, “consensualmente”. E disegna, per un Sud che deve “tornare a credere in se stesso”, uno spregiudicato percorso a tappe per realizzare questo “sogno”.
Editore Magenes • Prezzo: 12 euro

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Autore

Marco Esposito

Giornalista de Il Mattino e politico meridionalista.

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