«E ora una legge per estendere questi principi di democrazia anche alle piccole imprese»

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Intervista a Massimo Cestaio segretario generale della Slc Cgil

Che portata ha l’accordo sulla rappresentanza e quali sono le novità che introduce?
«Ha una portata assolutamente straordinaria. Finalmente dà applicazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione in cui si dice che i sindacati agiscono unitariamente in rappresentanza dei lavoratori, in base alla loro rappresentatività. Quegli articoli sono rimasti inapplicati, anche perché negli anni Sessanta e Settanta la rappresentanza era praticamente esclusiva di Cgil, Cisl e Uil. Poi sono arrivati altri soggetti sindacali. Infine, nel 1995, un referendum ha abrogato, dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, il concetto di sindacato maggiormente rappresentativo e siamo arrivati alla balcanizzazione, con le imprese che potevano scegliere con chi siglare i contratti. L’accordo, invece, introduce la soglia minima del 5%, nella media tra iscritti e voti ottenuti alle elezioni per le Rsu, come base per accedere ai negoziati. Se il contratto, poi, è sottoscritto dai sindacati che rappresentano il 50% + 1, viene sottoposto al voto certificato dei lavoratori, con approvazione a maggioranza semplice. Si incastrano due culture, entrambe legittime, quella della democrazia dei lavoratori, della quale si è fatta portatrice in particolare la Cgil, e quella della democrazia degli iscritti promossa soprattutto da Cisl e Uil.»

C’è chi teme, però, che si vogliano escludere i sindacati minori o di base dalla contrattazione. C’è questo rischio?
«La soglia del 5%, che è già applicata per legge nel pubblico impiego, mi sembra il minimo indispensabile. Certo, farà un po’ di pulizia, eliminando alcune forme di organizzazione sindacale che si sono affacciate in questi anni ma con una rappresentatività, francamente, bassa. E’ un modo per ridurre la frammentazione sindacale. Non è il caso della nostra categoria ma, in alcuni ambiti, hanno avuto accesso al tavolo sindacale piccole enclave portatrici di interessi per niente generali.»

Pensa che l’accordo possa avere una reale applicazione da subito o teme che sarà necessario fare una legge che ne renda il contenuto vincolante?
«Il nostro obiettivo è arrivare a una norma di legge. Finora questi principi si applicavano nel pubblico impiego, ora anche nei rapporti con le aziende aderenti a Confindustria, con le quali l’accordo è pienamente attivo. Esistono, però, altra importanti organizzazioni che rappresentano le piccole imprese: auspichiamo che aderiscano all’accordo, altrimenti chiederemo una legge.»

L’accordo riguarda soprattutto le grandi aziende industriali, quindi dell’esigibilità degli accordi contrattuali, della maggiore democrazia e competitività beneficerà soprattutto il Nord?
«In pratica, sì. Però è anche vero che le associazioni delle piccole e medie imprese faranno fatica a non aderire ad un percorso che vede questi principi già applicati a milioni di lavoratori del pubblico impiego e, ora, anche del privato. Certo, siamo disponibilissimi ad adeguamenti che tengano conto della differente realtà soprattutto delle imprese sotto i 15 dipendenti. L’importante è che si affermi il principio che non si può siglare un contratto con il primo che passa per strada.»

Il fatto che Cgil, Cisl e Uil si impegnino a rispettare i contratti siglati secondo le procedure fissate dall’accordo, anche se dissenzienti sul merito, è un limite alla libertà di sciopero?
«Ho sentito questa tesi, che mi sembra, però, una stupidaggine. Se uno accetta un percorso democratico – e questo lo è inequivocabilmente – deve anche accettarne le conseguenze, la possibilità di andare in minoranza.»

Servono altri passi per ammodernare il sistema di contrattazione?
«Mi sembra che siamo a buon punto. L’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 che regola la contrattazione aziendale, attribuendone la titolarità esclusiva alle Rsu, mentre prima era affidata congiuntamente anche alle organizzazioni sindacali, e ora l’accordo sulla rappresentanza disegnato un sistema di regole per il mondo del lavoro, sia aziendale che nazionale, che mette fine al marasma al quale abbiamo assistito fino ad oggi».

Quali altri frutti può portare la ritrovata unità tra Cgil, Cisl e Uil?
«È difficile dire se gli ultimi avvenimenti segnino una svolta nei rapporti unitari ma è importante che Cgil, Cisl e Uil abbiano dato una prova di responsabilità al Paese. Davanti a quasi 9 milioni di italiani che sono in condizione di povertà e alle difficoltà dei lavoratori non si poteva continuare con le divisioni, senza una piattaforma unitaria.»

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Autore

Redazione

Merqurio - Quaderni socialisti Periodico di informazione politica, culturale e sindacale

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