Campania senza prospettive se non c’è futuro per l’industria. La politica faccia presto e bene

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La Regione sia più efficace sulla spesa e reagisca alla sottrazione di risorse

Non c’è futuro per la Campania se non c’è futuro per l’industria. Il sistema produttivo è in grave crisi. L’industria manifatturiera incide solo per il 10% sulla composizione del pil regionale, rispetto al 23% della media nazionale e il 30% circa delle regioni più forti. Nel quinquennio 2008-2012, un’impresa manifatturiera su dieci non è riuscita a sopravvivere alla crisi. Abbiamo bisogno in Campania di un rilancio della politica industriale. Un piano per attivare la ripresa produttiva attraverso politiche di reindustrializzazione che riparta da quelli che possono essere i cardini per rilanciare l’intera economia regionale: Fincantieri, Finmeccanica, sistema dell’automotive e distretti tecnologici; energia ed efficienza energetica; distretti agroalimentari. Ci sono strade da percorrere per uscire dal tunnel. Una su tutte, la terza riprogrammazione del Piano Azione Coesione. Grazie al lavoro armonico di istituzioni e parti sociali sono state individuate le aree destinatarie di misure straordinarie di sostegno, per un importo complessivo pari a 150 milioni di euro, finalizzati al rilancio degli insediamenti produttivi: 30 milioni ad Airola, 20 ad Acerra, 40 a Castellammare (compreso il territorio del agro Nocerino Sarnese), 20 ad Avellino, 40 a Caserta.
Abbiamo più volte sollecitato la Regione Campania ad un intervento più efficace. Per programmare e rilanciare lo sviluppo occorre spendere bene e con tempi certi le risorse disponibili. In una fase così delicata, occorre dotare il Mezzogiorno e la Campania di maggiori risorse, non sottrarle. In questi anni la spesa ordinaria in conto capitale è scesa nel Sud dal 42 al 31%. Meno 180 milioni di euro, che per la Campania ha significato una riduzione delle risorse di 40 milioni. A questa penalizzazione non è corrisposta una adeguata reazione. La prossima programmazione 2014-2020 dovrà tenere necessariamente conto dell’integrazione tra fondi europei, fondi nazionali e fondi regionali. Per utilizzare al meglio quest’occasione, avremo bisogno di un governo regionale e di una gestione che recuperi efficienza ed incoraggi lo sviluppo.
Il disastro Campania viene confermato anche dal rapporto sull’economia regionale presentato a Napoli dalla Banca d’Italia. Siamo a un punto limite. La regione è allo stremo delle forze e c’è un allarme sociale i cui sviluppi sono sempre più difficili da governare. Governo e Regione devono assumere tutte le iniziative necessarie per sanare una situazione che a breve potrebbe diventare ancora più grave, restituendo centralità ai temi del lavoro e dello sviluppo. I fondamentali economici della Campania disegnano uno scenario raccapricciante. La Lombardia, da sola, ha quasi il Pil di tutto il Mezzogiorno: nel 2012, infatti, la ricchezza della regione è salita a 333 miliardi di euro mentre quella del Sud è scesa a 367 miliardi (di cui appena 85 vengono dalla Campania). Nel 2007 il Pil lombardo era pari a 317 miliardi contro i 407 del Sud. Da quel momento, il gap è aumentato progressivamente. Nel quinquennio 2007-2012, la Lombardia registra un saldo positivo del 5% mentre la Campania e le altre regioni meridionali perdono per strada 10 punti.
In Campania una famiglia su quattro vive al di sotto della soglia di povertà e molte di più non sarebbero in grado di affrontare una spesa improvvisa di 800 euro. Siamo la regione più povera d’Italia: sono state messe in liquidazione, nel solo triennio 2009-2013, oltre 19mila aziende e molte di quelle che sopravvivono sono in grave difficoltà. è ripresa nel Mezzogiorno l’emigrazione e questa volta è una emigrazione altamente scolarizzata, per lo più giovanile. Una possibile e nuova classe dirigente costretta ad emigrare, in una nuova condizione di povertà. Una povertà che non riguarda solo l’individuo in quanto tale, ma che colpisce un’intera area geografica che si impoverisce privandosi dei suoi giovani migliori, rinunciando alla qualità della sua futura classe dirigente.
Per toccare con mano questo dato possiamo far riferimento a quanto ci descrive l’istituto per la competitività secondo il quale, negli ultimi anni, a causa della cosiddetta “fuga dei cervelli”, l’Italia ha perso ben 155 brevetti di ricercatori italiani che lavorano all’estero. Queste sono le conseguenze di un Paese che continua a perdere competitività, dove le retribuzioni sono tra le più basse d’Europa e dove la tassazione sul lavoro è tra le più alte. Dove le politiche sul’occupazione hanno finito per incrementare le mille forme di precarietà, e la precarietà del lavoro si è rapidamente trasformata in precarietà di vita. è necessario intervenire. Presto e bene. Prima che sia troppo tardi.

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Autore

Franco Tavella

Segretario generale Cgil Campania

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