«Parlare di lavoro e legalità significa puntare su giovani e Mezzogiorno»

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Epifani (Pd): «Giusto abbassare le tasse ma prima bisogna investire per creare sviluppo e occupazione»

Va bene le tasse, ma i temi centrali della campagna elettorale devono essere gli investimenti e l’occupazione perché anche il 2013 sarà un anno di crisi. Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil, capolista per il Partito democratico alla Camera dei deputati nel collegio Campania 1 (Napoli e provincia), pensa che il dibattito tra le forze politiche, in vista delle elezioni, sia decentrato. «Per il Pd, le parole d’ordine – dice – sono: lavoro e legalità». Due sfide che trovano proprio in Napoli, nel Mezzogiorno, le aree più rappresentative di problemi cronici che devono essere affrontati per evitare che il Sud si stacchi dall’Italia e dall’Europa. Sfide che vanno affrontate investendo innanzitutto sullo sviluppo ma anche sulla ricerca e l’università, per evitare i che i giovani meridionali siano costretti, ancora una volta, ad emigrare. Una sfida culturale, prima ancora che politica, «che va portata avanti, però, con gradualismo – sottolinea – perché non è tempo né di miracoli, né di rivoluzioni». E nemmeno di populismi e leaderismi. «La scelta di Monti di fare una lista personale – dice – non mi sembra una scelta nuova. Non ho capito se intende creare un grande polo moderato, come quello che esiste in tutti i paesi europei, o un centro che con il 10% pensa di condizionare l’altro 90%. Il premier farebbe meglio a chiarire la sua strategia», aggiunge.

Epifani, il centrosinistra propone una serie di misure per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione che non sono a costo zero, comporterebbero un aumento della spesa (quindi, o nuove tasse o tagli). Bersani ha anche ricordato che bisogna trovare le risorse per l’allungamento degli ammortizzatori sociali (la copertura c’è fino a luglio). Lei parla di creazione posti lavoro. Il senatore Cesare Damiano di una “revisione” della riforma previdenziale della Fornero. Visto il prolungarsi della crisi, come pensa sia possibile conciliare il rigore con il rilancio dello sviluppo e con un welfare più efficiente ed equo?
«Innanzitutto abbiamo un problema di urgenza, che parzialmente è stato risolto nella correzione parlamentare della legge di stabilità, che ci consente di avere sugli ammortizzatori in deroga e sulle casse integrazioni qualche mese di respiro perché noi correvamo il rischio di avere, dopo 60 giorni, esaurite le risorse per i casi di crisi. E quindi abbiamo una valvola che consente di continuare a sostenere la perdita di reddito dovuta alle crisi aziendali. Sperando, incrociando le dita, che non scoppino casi come, ad esempio, quello relativo alla condizione del lavoro nel settore siderurgico o in quello automobilistico, dove parliamo di decine di migliaia di lavoratori che, se dovessero andare in cassa integrazione, è chiaro che renderebbero anche quelle risorse che ci sono non sufficienti. Per cui, c’è da utilizzare queste risorse, e da pensare che queste risorse finiscono all’inizio dell’estate; quindi, c’è un problema di copertura per tutto l’anno. Contemporaneamente bisogna approvare – ma questo lo faranno naturalmente un nuovo Parlamento e un nuovo governo – quegli stimoli soprattutto agli investimenti che in questi anni non è stato possibile fare e non si è voluto fare».

Dove si prendono i soldi e dove si mettono?
«­­Penso che le risorse che si possono liberare da una politica fiscale più equa, da una riduzione dei tassi d’interesse dovuta alla ritrovata credibilità dell’euro e dell’Eurozona, debbono essere reimpiegati, questa volta, a sostenere gli investimenti. Che vuol dire, da una parte, mettere finalmente mano a quell’allentamento intelligente del patto di stabilità interna, consentendo cioè a chi ha risorse e piani operativi di poter spendere, e, dall’altra, di avere un’idea, una progettazione di politica industriale che, attorno ai tre-quattro asset fondamentali da proteggere, una parte dei quali sono anche nel centro-Sud, campano e napoletano, poter costruire come hanno gli altri paesi un’intelligente politica di difesa dei propri insediamenti produttivi e della propria occupazione. La cosa che non mi piace dell’avvio di questa campagna elettorale è che si parla soltanto del tema fiscale. Cioè sembra che tutto l’avvio della campagna elettorale ruoti attorno a questa benedetta questione dell’Imu, dell’imposta sulla prima casa, che va naturalmente corretta, come dice l’Europa, e come ad esempio avevamo detto, sia come Partito democratico, sia come Cgil, nel passato, per renderla più progressiva e abbassare il peso sulle fasce medio-basse, ma dall’altra parte bisogna portare al centro come si possa fare una politica di investimenti e di sostegno all’occupazione, soprattutto giovanile, in una fase nella quale  sappiamo che il 2013 sarà ancora un anno segnato dalla crisi. Se noi facciamo una campagna elettorale unicamente sul tema delle tasse io credo che facciamo un danno incredibile alla condizione del Mezzogiorno e soprattutto all’obiettivo di ripartire con la crescita e l’occupazione».

La scelta del Pd di candidare un ex leader sindacale capolista a Napoli, “capitale” del Sud, ha un significato preciso?
«Mi sembra un’indicazione coerente con le priorità che il Pd si dà con le parole d’ordine lavoro e legalità. Quale altra città o quale area del Paese, se non il Mezzogiorno, può essere più rappresentativa del problema lavoro che è la più grande questione che abbiamo oggi in Italia non soltanto in ragione della crisi, che l’ha aggravata ma non l’ha determinata, ovviamente? Una terra nella quale la lotta per affermare il principio di legalità è quotidiana: e mi riferisco non solo alla grande criminalità organizzata ma anche agli episodi di microcriminalità che preoccupano una parte del tessuto urbano della regione. Per me è un onore, una sfida difficile, impegnativa, che cercherò di assolvere nel modo migliore, soprattutto cercando di dar voce a quello che rappresenta Napoli, la più grande realtà urbana del Mezzogiorno che vive questi problemi e queste contraddizioni e che chiede alla politica nazionale, oltre che a quella locale, di voltare pagina per avere una speranza di cambiamento possibile e necessario».

Per il momento, però, nell’agenda dei partiti il Mezzogiorno non sembra un tema centrale.
«Questo è vero per una parte delle agende presentate, non è vero per tutte le agende. Se il Pd assume il tema del lavoro come priorità, bisogna rilevare che è un tema che in gran parte, non esclusivamente ma in gran parte, coincide con la condizione meridionale. Gli stessi numeri sulla disoccupazione, in particolare giovanile, che rappresentano delle medie, in realtà nascondono differenze molto profonde tra le varie aree del Paese. Il grande tema del Mezzogiorno, quindi, è il tema del lavoro e della disoccupazione giovanile. È vero, invece, che altre agende non parlano tanto del Sud. Una delle critiche che ho fatto all’agenda Monti è che parla poco di Mezzogiorno e non parla affatto di coesione sociale. Così come noi non possiamo dimenticare che una delle responsabilità dei governi di centrodestra, quelli a guida Berlusconi, sono state quella di considerare il Mezzogiorno come un peso, come un problema e non, viceversa, come una sfida, come una risorsa che non possiamo lasciare nelle condizioni in cui è».

Cosa intende fare di concreto, invece, il Pd?
«Rilevo che il Partito democratico e i suoi alleati stanno marcando, anche in campagna elettorale, una presenza molto forte su questo tema affinché il Mezzogiorno abbia non solo in Parlamento, perché non è solo un problema di rappresentanza parlamentare, ma anche nella cultura e nella discussione pubblica del Paese quella centralità che ha avuto fino a 10 anni fa e che per responsabilità soprattutto del centrodestra è stata smarrita in questi anni. Poi, naturalmente, non basta parlare di Mezzogiorno. C’è il problema di riportare al centro dell’attenzione di tutti la condizione difficile del Mezzogiorno, ma c’è da farlo provando a indicare, anche nelle condizioni di crisi, quegli strumenti, quei percorsi che possano raddrizzare una tendenza che, se lasciata a se stessa, vede un Sud destinato a staccarsi da una parte consistente dell’Europa e dell’Italia. Tra i problemi c’è quello della qualità dell’investimento nel Mezzogiorno: il fatto che noi non spendiamo bene i soldi. Investire soprattutto in ricerca e università può essere un fattore importante per trattenere i giovani, e gli insegnanti, nel Sud. Quindi, c’è un problema culturale e politico: riportare il Mezzogiorno al centro dell’attenzione pubblica; c’è un problema di rinnovamento delle strategie e degli strumenti».

Il Sud aspetta da decenni. Quali sono i tempi di questa strategia?
«Tutto quello che ho appena detto va portato avanti in un’ottica naturalmente di gradualismo perché chi propone miracoli e rivoluzioni non può essere creduto: non è tempo di miracoli, né di rivoluzioni. C’è da fare, però, un lavoro tenace che parta dalla difesa di questi interessi e dalla difesa di quella parte di Mezzogiorno che, pur in condizioni difficilissime, prova ad impegnarsi seriamente nel lavoro, a fare impresa, a fare lavoro e servizio pubblico, con tanti bravi amministratori spesso lasciati soli dalla politica nazionale in trincea, vuoi contro la malavita organizzata o contro le difficoltà di un mercato globale che è destinato, per tante ragioni, a rendere più difficile la competitività di quello che si produce nel Mezzogiorno».

Tra le critiche che si fanno al Pd, c’è quello dell’eterogeneità delle candidature. In che modo, posizioni come la sua o quella di Fassina possono convivere con quella dell’ex dg di Confindustria Galli, candidato in Lombardia?
«Stiamo parlando delle candidature di che cosa? Del più grande partito italiano. Il tema va posto esattamente dall’inizio perché uno dei problemi che il sistema, in crisi, della rappresentanza politica italiana è che, ad eccezione del Partito democratico, per il resto, quasi dappertutto vive partiti o movimenti di carattere leaderista. La vera differenza che c’è tra quello che succede in Italia e nel resto d’Europa è proprio questa: noi non siamo stati capaci di sostituire la crisi dei partiti della prima Repubblica, con l’eccezione fortunata del Pd, un sistema politico di tipo europeo dove si fronteggiano cioè due grandi partiti, uno afferente all’area moderata e conservatrice e l’altro all’ala progressista, con partiti minori che occupano, all’estrema sinistra, all’estrema destra e al centro, altrettante legittime posizioni. Noi tutto questo non l’abbiamo: non è solo un problema di forma ma di sostanza perché un sistema che non si regge su assetto ordinato ed europeo del ruolo dei partiti è un sistema che viene permeato dai populisti, dal laderismo. I partiti personali sono per definizione i più antidemocratici che esistono, perché non sono contendibili, e contemporaneamente sono formazioni che nascono o muoiono e non hanno per definizione né radici strutturali tra gli interessi e i bisogni delle popolazioni né sono in condizioni di avere un progetto organico per il futuro di un Paese, di una città, di una comunità. Quindi, da questo punto di vista, quando si dice come si fa a tenere assieme esperienze, percorsi così diversi bisogna però ricordare che questo è tipico di una formazione politica che è la principale, la più grande, la più estesa, l’unico vero partito che abbiamo nella sostanza in Italia e, appunto perché è un partito largo e inclusivo, opera, come sta cercando di fare, per tenere insieme sensibilità e pluralismi perché un grande partito non può esserci senza il rispetto di una pluralità di punti di vista. Questo non vuol dire che il Pd sia un partito agnostico, perché ha un suo programma, i suoi punti di riferimento. I suoi valori sono quelli che tengono assieme il partito. Poi ovviamente, il peso della rappresentanza del lavoro per un partito progressista è un peso fondamentale, ma non è l’unico peso perché ci sono altri ceti e altri settori a cui guardare sempre con interesse».

La scelta di Monti di candidarsi è sbagliata o può essere utile per favorire la creazione di un centrodestra più europeo?
«Ormai Monti è in campo. Anch’io, come tanti, penso che sarebbe stata utile un’altra scelta. L’ha voluta fare e c’è un principio di realtà dal quale è difficile tornare indietro. Il punto vero che io porrei è qual è il senso di questa discesa in campo. Perché da una parte è l’ennesima lista a carattere personale, il nome del premier nella lista, tutto ruota attorno alle persone, e quindi non è una scelta nuova, è una scelta di continuità con quella parte del vecchio che va cambiata. E la cosa che non si capisce è se è un’operazione che strategicamente punta a rendere più europeo il nostro sistema politico oppure punta ad avere un centro, com’è accaduto già nel passato, ed è l’altra anomalia rispetto ai paesi europei, che avendo il 10% pensa di condizionare l’altro 90%. Questa scelta non è chiara, non è chiara. Si vuol costruire un polo moderato? Si vuol costruire un rassemblement che punta a far valere dei valori in rapporto col centrosinistra? Quando Bersani dice a Monti di chiarire credo che sia nel fondo. Questo è il chiarimento che Monti deve fare. Poi questo non esclude che dopo il voto si possano ricercare convergenze ma il punto di fondo che di fronte al Paese il presidente Monti dovrebbe chiarire è esattamente questo. Se no, se tutto si riduce a un’ennesima lista personale mi sento di dire che è una prospettiva che non ha futuro».

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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