Il dottorino, il boss e il prete corrotto. E il candidato a sindaco è servito

0
Capitolo tratto dal romanzo noir «Kallipolis»
“Insomma, mo’ bisogna solo capire a chi portare”. Un elenco di nomi di persone da portare, da sostenere in campagna elettorale, giace da tempo sulla scrivania di Armando. Tutta gente nota al Don. E se non lo sono i diretti interessati, lo sono le loro famiglie, ciascuna certificata da soprannomi e alias ereditati da generazioni. Perché è così che funziona. C’era un tizio, tale Giuseppe Cirielli, che una volta, da ragazzino, se ne andò in giro a mostrare a chiunque incontrasse una pistola giocattolo che aveva ricavato levigando un pezzo di legname con gli attrezzi del nonno falegname. Gli amici, da quella volta, lo battezzarono Peppe ’o westérn, l’accento meticolosamente sull’ultima vocale. E westérn è stato suo figlio, pur non avendo maneggiato un’arma manco al tiro a segno delle fiere di paese. Pasquale Cirielli, giovane medico condotto, papabile alla candidatura di sindaco, è pronipote del fu Giuseppe Cirielli. È bastato che uno degli astanti aggiungesse a corredo del nome l’integrativo alias che è stato subito chiaro il ceppo e, dunque, il livello di fiducia da poter accordare.
Il dottore westérn viene convocato in Comune per l’indomani. C’è da celebrare un’audizione in piena regola. C’è da valutarne le capacità, la concretezza, la scaltrezza nel dialogo, la disponibilità, più d’ogni altra cosa, a lasciarsi, talvolta, manovrare con fili invisibili dagli amministratori occulti che di lì a breve l’avrebbero esaminato. Insomma, il sindaco è e deve essere espressione di ’O Comune. Ma bisogna capire se ha le carte apposto per poter vincere, che ancora brucia la sconfitta di due anni prima. L’ultimo cittadino a cui è andata la fascia tricolore non era, infatti, un amico. L’avvocaticchio, come lo hanno battezzato per dispregiarne la figura fin dai tempi della battaglia elettorale, era uomo di legge, uno di quelli che si battevano per i diritti calpestati, uno che sognava di denunciare gli assenteisti della pubblica amministrazione, di pensionare i vigili pensionabili e di riportare agli incroci quelli ancora lontani dalla pensione. Che voleva far luce sul fenomeno “dipendenti mai visti perché eternamente malati”. E di andare a ritroso sulle gare d’appalto degli ultimi anni e capire perché sui cartelli d’ingresso ai cantieri i nomi erano sempre quelli, sempre gli stessi. Ingegnere, architetto, ditta, responsabile. Sempre quelli, sempre gli stessi. Sottovalutarlo era costato caro. Giovane di bell’aspetto, carriera in salita con poche cause dibattute e meno clienti ancora, s’era guadagnato consensi con un’associazione che si batteva per i diritti dei consumatori. E così facendo, aveva conseguito qualche vittoria con cause che hanno fatto ottenere rimborsi all’automobilista multato per essere passato col rosso dove il semaforo era coperto dal cartellone abusivo di un grosso ipermercato, alla moglie di un infermo a cui avevano tolto la pensione di accompagnamento perché un perito dell’Inps aveva abbassato i parametri d’infermità dell’inabile, reo di assenze giustificate a più di un’ispezione. Aveva addirittura guadagnato titoli di giornali la vicenda del biglietto rimborsato per una partita di calcio all’avventore giunto allo stadio a fine gara, e dopo tre gol realizzati dai padroni di casa, causa ritardo dei mezzi pubblici (con tanto di addebito alla competente azienda di trasporto). L’avvocaticchio, grazie alla benevolenza di amici giornalisti, s’era fatto una sua schiera di simpatizzanti. E aveva trionfato al ballottaggio con l’allora uscente Giovanni Grimaldi, in arte Giovannone, alias per nulla ereditato, ma naturale epilogo dei suoi 130 chili distribuiti in 1 metro e 85. Imprenditore calzaturiero con una buona militanza nei partiti moderati, quasi sempre eletto al Consiglio comunale, assessore ai Lavori pubblici nella giunta che precedette quell’elezione, Giovannone era un amico. La sua sconfitta era stata una mazzata per Armando e i suoi, non fosse altro che per energie e non indifferente budget messi in campo. Eppure il voto disgiunto non aveva premiato più di tanto l’avvocaticchio. Che ha retto le sorti dell’amministrazione con una maggioranza risicata, fino a che quattro consiglieri eletti nella sua lista civica, più volte avvistati mentre valicavano la soglia di ’O Comune, non hanno deciso di cambiare maglia e bandiera, passando sul fronte opposto e consentendo di votare la sfiducia al primo cittadino. L’avvocaticchio non è arrivato alla seconda primavera la consiliatura. Che ha pensato bene a non ricandidarsi. La vittoria del fronte opposto ora appare scontata. Al punto che i partiti che hanno sostenuto l’avvocaticchio, hanno puntato su un candidato di facciata, Marcello Coiro, detto Petisso per la sua somiglianza, in gioventù, con Bruno Pesaola. Col calciatore brasiliano condivideva pure l’ossessione per sigarette, con qualche boccata d’ossigeno tra una fumata e quella successiva. Anziano e storico segretario di partito, Cané era l’uomo da immolare prima della battaglia.
Pasquale Cirielli e la sua coda di mentori e futuri staffisti si presentano con un anticipo di una decina di minuti. Ma sono già tutti lì ad attenderli. Armando, il segretario provinciale del partito, il coordinatore regionale della segreteria, un deputato eletto due anni prima in quella circoscrizione, un ex senatore che risiede in un paese confinante, un consigliere alla Regione, due candidati al Consiglio della Provincia, qualche portavoce di esponenti della truppa, un avvocato amico, oltre a Ciro e a Padre Salvatore, il parroco amico di Armando che in queste occasioni, se faccende di Dio non lo vogliono altrove, presenzia volentieri, ma se ne sta un poco in disparte, ad ascoltare e a meditare con gli occhi socchiusi come se dormisse.
La chiacchierata va come deve andare. Il ragazzo ha la faccia giusta, la giusta predisposizione, una sana proprietà di linguaggio, una famiglia numerosa e affidabile, con una terza generazione tra medici e architetti. E pure la risposta sardonica e pronta. Esperienza politica nelle fila dell’opposizione nella consiliatura appena tramontata e nel corso della quale ha presieduto pure la commissione Cultura. Insospettabile, irreprensibile. E pronto a promuovere la legge di ’O Comune in una campagna elettorale che ripropone un plotone troppo consistente di riciclati.
“Spero di essere l’uomo che cercate”. Parole meditate e studiate da Cirielli nei giorni che precedettero l’incontro. Ma più che le parole, la differenza la fa il tono misto allo sguardo. C’è tutta la sicurezza che quella gente cercava. La voglia di emergere con tutti gli amici, e non sopra di essi. Perfettamente allineato agli schemi che non sarebbero mai stati suoi, ma quelli di una squadra già rodata.
“Avete una bella faccia dottò, e questa è già una cosa buona”. Un adagio ripetuto tre volte. Per l’intera chiacchierata Armando non ha detto molto altro. Non va dimenticato un “mo’ ci dobbiamo imboccare le maniche per recuperare tutto il tempo perduto”, certo che imboccare fosse il verbo giusto, poiché le labbra non si smossero, non quella volta. “Faremo del tuo un nome famoso, come famoso diventerà questo paese per le cose belle che faremo con l’aiuto di tutti gli amici”, è la frase di commiato del Don. Seguono un accenno di applauso, delle mani tese e strette e qualche retorico e benaugurante “saluti al signor sindaco”.
“Spero di non deludere nessuno. Il mio impegno sarà proteso a fare di questo posto un paese a misura di cittadino. E nessuno, soprattutto tra i giovani, dovrà mai più adoperarsi per andar via da qui. Questo paese sarà il punto di partenza per ogni carriera, ma anche il punto d’approdo per tutti coloro che ci aiuteranno a migliorarlo”. Chiaro. Almeno a parole, il dottorino pare possedere più requisiti di quanto richiesto.
All’uscita di scena del piccolo westérn, i commenti degli astanti sono quasi tutti votati all’ottimismo. Tutti tranne uno. Se n’è stato in silenzio, Giovannone, il sindaco mancato, il grande sconfitto, paventando sorrisi per forza e opportunità al Cirielli solo quando gli sguardi s’incrociavano per pura casualità. Si conoscono, i due. Col secondo che s’era impiegato non poco a tirargli la volata nella tormentata e perdente tornata elettorale. Giovannone è consapevole di non possedere quei requisiti di oratore, sa che c’è più qualità e pulizia esteriore nell’uomo nuovo. Ma proprio quella faccia pulita non lo convince.
“È capace, ma tiene gli occhi sciacquati”, sbotta con voce roca, effetto di qualche sigaretta di troppo fumata in poche ore, approfittando di un silenzio appena cominciato. “E gli occhi sciacquati, si sa, ingannano, sono occhi infami. Voi siete sicuri che ci si può fidare di uno con gli occhi sciacquati?”.
“Giovà, statti tranquillo”. Armando si erge dalla poltrona per qualche istante, sposta delle carte sulla scrivania per poi rimetterle al punto di partenza, quindi torna a sedere e riprende: “’O guaglione è perbene e in gamba. E poi è figlio e nipote di persone amiche. L’infamità è una cosa di famiglia, se non ce l’hanno avuta tuo nonno, tuo padre e non ce l’hanno i tuoi fratelli e cugini, allora puoi stare tranquillo che non puoi essere un infame. Lo dobbiamo solo guidare, ma noi non lo lasceremo mai camminare a lui solo”.
Ad Armando il dottorino piace assai perché sa parlare. E si crogiola al pensiero di fare entrare in famiglia uno che tiene parola. Ma a togliere ogni barlume di dubbio, ecco il ministro del Signore. Se n’era stato in silenzio, facendo cenni di saluto col capo solo all’ingresso e all’uscita degli ospiti. Eppure le sue, come sempre, sono le parole che mettono il punto. Salvatore il parroco guarda Armando e quest’ultimo guarda lui, scuote il capo d’assenso e d’intesa, poi torna a socchiudere gli occhi e quello che dice quasi lo sussurra, ma nel silenzio che gli si costruisce ad arte tutt’intorno pare quasi urlare dal pulpito.
“So già quello che mi vuoi chiedere e rispondo a tutte le tue domande. Armà, io non mi sbaglio quasi mai, io la gente la imparo a conoscere dentro prima che fuori. E questo signorino qui ha quello che tu vai trovando. Sentite a me, questo cavallo è vincente prima e dopo”. Parola del ministro di Dio.

cop_KallipolisRisate amare in giallo

Un delitto, un giovane cronista furastiero e un repertorio di improbabili personaggi (Peppe ’o Westérn, Ciccio Boicotta, il sindacalista Papele, tra i tanti) animano un paese immerso nella corruzione, diventata sistema, in un racconto sempre in bilico tra la cronaca e la farsa.
È questo l’intreccio di «Kallipolis» (A&A edizioni, con la prefazione di Don Tonino Palmese), il primo romanzo del giornalista Giuseppe Porzio. Cresciuto a Grumo Nevano, nell’hinterland napoletano, cronista di nera e giudiziaria per numerosi quotidiani locali, oggi Porzio è redattore per l’emittente tv campana Canale 8 e collaboratore del quotidiano La Repubblica.
Prezzo: 16 euro

Condividi

Autore

I commenti sono chiusi.