Costruzioni, emergenza Campania, ventimila licenziati dal 2008 ad oggi

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Le Casse Edili: mai così in basso negli ultimi 80 anni
Scendono salario e ore lavorate, partite Iva: +280%

Il settore delle costruzioni vive, nel Paese e qui in Campania, una crisi di quantità e di qualità senza precedenti. I dati forniti dalla Casse Edili ne sono una triste conferma. Evidenziano un quadro reale dello stato di salute del settore, dalla perdita di posti di lavoro, alla perdita del reddito degli addetti, dalla riduzione della contribuzione generale, allo smarrimento di antiche e nuove professionalità del settore. Con circa 6mila posti di lavoro persi solo nel 2011 e ben 19.114 dal 2008, il settore delle costruzioni in Campania versa nella crisi più profonda degli ultimi 80 anni. Dal 2008 a oggi la forza lavoro regolarmente iscritta alle Casse Edili provinciali si contrare di oltre il 20% (-21,59%) e con un tasso di disoccupazione fissato al 14,3%, (44,2% il di tasso di disoccupazione giovanile) si toccano veri livelli di recessione. Un dato, questo, che riporta le lancette dell’occupazione indietro nel tempo riposizionandola all’inizio degli anni ’90. Numeri che spaventano e che sono il segno della crisi profonda che sta attraversando il settore delle costruzioni. Un settore che maggiormente sta pagando in termini occupazionali, sociali ed economici, la recessione economica del Paese, aggravata dal dilagare dell’illegalità, dell’irregolarità e dalla mancanza di risorse.

Il salario
Il salario dei lavoratori edili, in Italia, non è cresciuto di pari passo con i profitti che le aziende hanno capitalizzato fino al periodo pre-crisi, così, alla scomparsa di migliaia di posti di lavoro, le imprese edili hanno fatto sempre più ricorso a manodopera a basso costo e a rapporti di lavoro fuori dai tradizionali canoni contrattuali e legislativi. Il monte salario dichiarato presso le Casse Edili provinciali subisce un vero e proprio tracollo. Si passa dai 629.823.212 di euro del 2008 ai 534.906.309 di euro del 2011. Circa 100 milioni di massa salariale in meno per un settore già precario e a basso reddito. Un dato, questo, che si costruisce non solo con la perdita dei posti di lavoro, ma innanzitutto con la minore dichiarazione e corresponsione di salario da parte delle aziende. A parità di occupazione si percepisce lo stesso se non addirittura minore reddito. 100 milioni di euro di salario in meno sono l’equivalente del salario percepito dai lavoratori edili di due province messe insieme come quelle di Benevento e Caserta. Un dato questo allarmante e preoccupante, migliaia di famiglie senza reddito e senza prospettive occupazionali.
Le ore lavorate
Come il dato salariale, registrato presso le Casse Edili, quello delle ore dichiarate è la cartina di tornasole e la prova certa delle cattive prassi delle aziende che poco hanno a che vedere con la regolarità contrattuale.
Il settore edile stabilisce in 173 ore mensili il limite contrattuale. Un limite, nelle migliori delle ipotesi, nemmeno lontanamente sfiorato. Infatti, a fronte delle 1.800 ore annue lavorabili, presso le Casse Edile si riscontrano 787 ore annue dichiarate nel 2008 e solo 760 ore annue dichiarate nel 2011, circa 70 ore di lavoro dichiarato mensilmente a fronte delle 173 ore contrattuali, con un salario medio che passa, nonostante gli aumenti contrattuali, dai 6.958 € del 2009 ai 7.549 € del 2011. Un dato, questo, allarmante nonostante il Durc, Documento Unico di Regolarità Contributiva, in quanto elude le regole minime di regolarità previste dalla contrattazione collettiva e dalle regole per il rilascio di tale documento di regolarità.
Ma che fine fanno le ore non dichiarate? E come mai lavoratori edili sono così sfaticati? Basterebbe leggere le buste paga dei lavoratori edili e sciogliere subito l’arcano. Ferie, permessi, festività addirittura in mesi in cui festività non esistono, fiumi di ore di cassa integrazione che i lavoratori non ricordano di aver effettuato, sono i sotterfugi a cui si ricorre per eludere un sistema di congruità che il settore prova a darsi, ma che il sistema delle imprese, di quelle non in regola naturalmente, sistematicamente elude. Una vera e propria “cresta” sui salari di chi fatica.

Le storture
Nel settore delle costruzioni, lavoratori edili subiscono una dequalificazione professionale finalizzata esclusivamente al risparmio economico delle aziende. L’addensamento delle qualifiche professionali, che coinvolge la stragrande maggioranza dei lavoratori stranieri, è caratteristica di un settore che dedica poca attenzione alla qualificazione professionale del proprio personale dipendente. L’80% dei lavoratori edili è inquadrato nelle qualifiche di 1° e 2° livello di cui circa la metà, il 47,03%, al 1° livello. Troppo bassa la percentuale dei lavoratori specializzati, solo il 14,97 %, e molto residuale quella di specializzazioni più alte, i cosiddetti capisquadra e figure altamente specializzate, solo l’1,53%. Poco utilizzata la figura dell’apprendista a testimonianza di una criticità di settore che vive un autentico paradosso di vedere in poche ore la possibilità di diventare impresa edile e a ben cinque anni per acquisire una qualifica professionale di 2° livello d’inquadramento professionale.
La crisi del settore delle costruzioni è confermata dall’alto numero di ore d’integrazione salariale. In un solo anno, 2012 su 2011, ben il 45 % in più di ore di cigo e ben il 150% in più di strumenti straordinari.

Le imprese
Sul versante delle imprese le cose non cambiano, anzi. Dalle 16.835 aziende registrate dal sistema Cassa Edile della Regione Campania, anno 2009, si passa alle 15.587 del 2011. È questo un dato in forte contrasto con il sistema regionale delle Camere di commercio, infatti da tale banca dati si rilevano, per l’anno 2009 e per il settore edile, 59.879 aziende attive su 16.835 registrate dal sistema Cassa Edile. Emerge un dato di forte scostamento tra i due sistemi: solo il 28,12% delle aziende attive, secondo le Camere di commercio, è intercettato e registrato dal sistema delle Casse Edili, mentre il mercato, nero o grigio che sia, assorbe il restante 71,88% pari a 43.044 aziende. Determinando in tal modo una situazione di concorrenza sleale tra le stesse imprese. Un dato abnorme che meriterebbe un interessamento delle parti sociali, nonché istituzionale, affinché il differenziale tra aziende censite dal sistema regionale delle Camere di commercio possa avvicinarsi quanto più è possibile alle imprese edili registrate nelle Casse Edili della Campania, anche per evitare ricadute negative sull’economia generale delle comunità.

Le vie d’uscita
Per uscire dallo stato di crisi un cui versa il settore è indispensabile, innanzitutto, lo sblocco delle risorse pubbliche e una regolamentazione del settore, che non può vedere assente lo Stato lasciando tutto alle “regole del mercato”. Dopo quindici anni di ininterrotta crescita, fino al 2007, dal 2008 il settore segna il passo. Tutto ciò in un quadro di atteggiamento colpevole da parte delle imprese, ma anche delle istituzioni, che non hanno utilizzato quella fase di crescita per fare di questo segmento produttivo un settore più moderno, più strutturato, più solido, maggiormente vocato all’innovazione, alla qualità, che puntasse a favorire aggregazioni d’impresa. Cosicché la crisi si è abbattuta violentemente su un sistema produttivo incentrato su imprese troppo piccole e in un mercato troppo deregolato con un mondo del lavoro fortemente segnato dall’irregolarità. Uno su tutti il fenomeno delle cosiddette partite IVA, aumentate del 280 per cento dal 2008 ad oggi. Lavoro dipendente che si trasforma in falso lavoro autonomo. Un mercato condizionato sempre più da un’assenza di politica industriale e fortemente pervaso da politiche di assistenza. Lo studio della Cgia di Mestre, relativamente al sistema di usura in Italia, lascia intravedere un settore pervaso da tutto ciò: sequestri di cantieri, imprese edili affiliate alla malavita organizzata, lavoro irregolare. In questo quadro d’illegalità e irregolarità il prezzo più alto lo pagano aziende e lavoratori.
Le aziende sane non riescono più a partecipare e a vincere gare d’appalto in un sistema regolato dal massimo ribasso poiché subiscono la concorrenza sleale delle aziende in mano alla criminalità o non rispettose delle regole e i lavoratori sempre più in mano ai caporali. Riprendere il cammino non solo è possibile, ma si rende utile e necessario. L’edilizia, sia pubblica che privata, da sempre volano della crescita economica, e settore anticiclico della nostra economia, non può più essere stretta nella morsa del rispetto del patto di stabilità. Eppure risorse importanti e immediatamente disponibili, tali da poter invertire il trend di negatività che il settore conosce ormai da anni, ci sono. In Campania e nella città di Napoli potrebbero riaprire il mercato del lavoro. Sono risorse già assegnate e che solo il rispetto del patto di stabilità, cui i comuni sono chiamati, impedisce che siano rese disponibili per la cantierizzazione delle relative opere. Miliardi di euro a disposizione per un settore in ginocchio, ma che non si possono spendere per regole imposte alla politica dello spreco. Cittadini, impresa o lavoratore che siano, due volte penalizzati: dalla politica dello spreco prima e dalla politica del rigore dopo.
Tutte queste risorse rappresentano un’opportunità che il settore, il Paese, non può farsi sfuggire. Secondo un’elaborazione della Fillea Cgil, per ogni miliardo di euro messo in appalto, con un costo della manodopera appena del 15 per cento, si creerebbero un milione e mezzo di giornate di lavoro annue che potrebbero dare lavoro a circa 800 lavorati l’anno. L’economia, molto più semplicemente, si muove solo se il denaro si muove. Se un lavoratore non spende l’azienda non vende, se l’azienda non vende l’operaio non lavora e se l’operaio non lavora non ha soldi da spendere. Dove vogliamo interrompere questo circolo vizioso?

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Segretario generale della Fillea Cgil Campania

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